È la Liguria una terra che pare crescere verso l’alto, non potendo stiracchiarsi, allungarsi, distendersi come un uomo quando si alza dal sedile di un treno, costretto fra i bagagli, le altre persone e gli altri sedili in spazi contingentati. La Liguria non può, perché dall’altra parte c’è il mare. Allora, come in una miniatura, le strade che dal mare salgono verso i monti si srotolano a tornanti, vanno insù, e sembra di rileggere Anna Maria Ortese che su quelle rotaie c’è stata davvero e poi ha scritto: «Il treno si muove, l’albero rosa se ne va, e così se ne va la piazzetta con le sue aiuole, le panchine, la poca gente. Una striscia di bucato, casette e terrazze bianche che scendono al mare. Il mare come un mare celeste. Questa è Liguria». Quasi perfetto. Quasi perché, oggi, il Giro d’Italia parte da Porcari, in provincia di Lucca, e arriva a Chiavari, in provincia di Genova, così ogni piccolo paese, anche i borghi, ha piazzette e terrazze addobbate.
Il Giro, però, non va nei paesi, si dibatte tra tutte quelle strade a tornante che paiono funghi del mare. Non è il Mortirolo, non è lo Stelvio, non è nemmeno l’Alpe d’Huez, ma è una tappa che fa male ai muscoli ed ai pensieri. Su e giù, accelerazione e rallentamento, frenata e rilancio e borracce di acqua fredda. Perché il Giro arriva in Liguria nel giorno in cui il caldo cala sulla corsa e lo fa d’improvviso. La fuga annusa quell’odore che la fa partire, un segugio che segue una pista. È l’undicesima tappa, il giro di boa, è la tappa ligure e da queste parti si assomigliano un pochino tutte le corse. Sono gare a cui saltano i nervi e il gruppo impazzisce. In tappe simili, la fuga è un elastico, una fionda, qualcosa che si allunga e si ritrae, che parte e ritorna. I ciclisti che “beccano la fuga buona” sono sempre molti ma non tantissimi. Quelli che la cercano non sono tutti, ma sono i più. Ci riescono quelli buoni perché pure la fuga è un’arte, una specialità: è quel segugio che segue la traccia e non sa, non ha calcolato, quanto lontano potrà andare. La segue perché sente di doverla seguire. Puoi studiarla ma devi averla dentro. Alcuni ci riescono sempre ma il gruppo non può lasciare troppo margine, allora fa velocità.

In una curva, accanto ad un marciapiede, cade Davide Ballerini. Pochi giorni fa, a Napoli, ricordiamo la sua felicità. Una mano sul casco, segno dell’incredulità. Resterà più a lungo quel volto che guarda verso l’alto, il sole che si riflette negli occhi, e lui a bocca aperta, come chi ha lanciato un grido o chi sta per farlo. Si tocca la gamba, gli fa male. Fatica a stare in piedi ma vuole stare in sella. Continuare. Sarà un tormento di diversi chilometri e una speranza svanita, quella di arrivare al traguardo, quando il dolore sarà troppo più della fiducia. Quando l’istinto è sopraffatto dal senso di realtà che tanto fa parte di un corridore quanto deve essere negata certe volte, altrimenti non si prende la bicicletta. L’immagine di oggi probabilmente resterà più di quella di Napoli perché la tristezza funziona così e la felicità corre. Resterà perché il ciclismo, se fosse una terra, sarebbe simile alla Liguria o a quell’uomo che si alza dal sedile del treno. In tre settimane di corsa cambia tutto, da una settimana all’altra, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra e pure da un secondo all’altro.
Christian Scaroni ha attaccato, è fuggito, ce l’ha fatta. Poi è caduto, scivolato, ha ferito i palmi delle mani, quelli che devono tenere il manubrio e non è facile così. È ripartito, ha inseguito. Stava per rientrare sul gruppo di testa, i suoi compagni di fuga erano lì, oltre una curva. Un’accelerazione davanti e l’illusione che si rompe. L’elastico che spinge e rigetta. Il ciclismo è davvero come la Liguria, con quel mare blu davanti, infinite possibilità e una striscia di terra così sottile da non starci tutto. Jhonatan Narváez in quella striscia di terra fa tutto ciò che può fare un ragazzo in bicicletta: rientra sulla fuga con una facilità rara all’undicesimo giorno di Giro e tutti, anche oggi, sanno che il corridore di questa tappa è ancora lui. Eppure, nonostante questo, non riescono a fare altro che proseguire al suo fianco. Che è come scegliere la propria fine. Diego Ulissi cercherà di stanarlo, senza successo. Ulissi non si convince, Ulissi cerca altre strade quando la corsa pare segnata. Sarà l’esperienza, sarà che con quel cognome viene naturale.

Enric Mas sarà l’ultimo a potersi illudere di cambiare destino, di potersi stiracchiare su un treno arrivato in stazione. Correrà veloce, Mas. Per non far rientrare gli altri e giocarsi da solo quell’ultima carta. Che con Narváez in volata si perde è quasi scontato. Mas lo sa, forse non può fare altro o forse in certe circostanze quel che si sa non conta più perché si va e basta. Vince Narváez, la terza tappa a questo Giro. Vince e dopo la volata si abbraccia con Mas, mentre entrambi continuano a pedalare, lentamente, dopo l’arrivo. Testa contro testa, con i caschi addosso. Per Narváez quella terra, quella del ciclismo, sembra sempre più vasta. Per Mas forse più stretta. Però Enric Mas non ha passato mesi facili ultimamente. Allora sapere che di là c’è il mare gli fa bene. Non l’ha raggiunto, ma c’era ad un passo.