Per tutte le volte che abbiamo detto, scritto o pensato quanto fosse forte un atleta- e adottiamo il maschile per convenzione ma ci riferiamo a donne e uomini, qui soprattutto a donne- e, accanto a questa riflessione, non abbiamo mai pensato quanto fosse vulnerabile quell’atleta proprio nel momento in cui cercava di essere così forte. Ma è anche normale perché vedere fare certe cose in bicicletta- di ciclismo parliamo- evoca molto più l’idea della forza che della fragilità, della vulnerabilità, almeno apparentemente. Ci sono i watt, le sgasate, le aperture, le trenate, gli attacchi, gli allunghi, le fughe impossibili, le imboscate, le imprese, soprattutto c’è la fatica di donne e uomini comuni che fanno cose eccezionali. Allora ben venga l’epica perché il ciclismo si nutre anche di questo per continuare a fare innamorare e crescere generazioni. Guardare Elisa Longo Borghini infuriare come ha infuriato ieri, durante l’ultima tappa del Giro d’Italia Women, in preda ad una lucida follia pur di fare ritorno nella sua terra promessa, che non è una terra ma un modo di sentirsi più che di essere, fa venire voglia di evocare quella forza, quella potenza, quella grinta, quell’energia. Ed è giusto farlo: Elisa Longo Borghini ha vinto l’ultima tappa del Giro Women con tutto questo, ché le biciclette non vanno avanti senza gambe che spingono forte, più forte delle altre, e senza muscoli allenati e preparati ogni giorno dell’anno a sopportare quello sforzo. Ché non si affronta una tappa come quella di ieri ed una fuga come quella di ieri se non ha quella capacità di sgasare, se non si hanno watt, se non si ha potenza e testa da vendere. Ché senza tutto questo non si diventa atleti. Forse filosofi, forse scrittori. E tutti i discorsi non servono a nulla.
Proprio giornate come quella di ieri, verso Saluzzo, però, hanno l’obbligo di far riflettere su quella vulnerabilità prima che su quella forza. Anzi, hanno l’obbligo di far riflettere su quanto chiunque faccia fatica, in qualunque sport, proprio mentre esaspera lo sforzo, in corsa o in allenamento, è colui o colei che è massimamente esposto alla vulnerabilità, alla fragilità, al cedimento, non solo fisico. Lungi dall’essere di ferro, lungi dall’essere intoccabile e in grado di fare ogni cosa con leggerezza, è colui che cammina a piedi scalzi in mezzo alle spine. La fatica portata all’estremo, con la pressione, ma ci sta, sono professioniste e professionisti, del risultato, non equipara a qualche vecchio supereroe, nemmeno più di moda oggi, ma a donne e uomini di cui non parla la televisione e di cui non parlano i giornali. Sono chiare le parole di Longo Borghini, soprattutto quando parla di ritorno. Sono le parole di chi, pur non avendo mai smesso di mettere in campo la stessa fatica e forse anche di più, non riusciva a tornare a casa, non si sentiva più al suo posto in quello che era stato il suo posto: il ciclismo. Essere in grado di scalare montagne in tempo record, di attaccare a settanta chilometri dal traguardo e di arrivare, non cambia la sostanza delle cose. Si è vulnerabili comunque. Anzi, si è maggiormente vulnerabili proprio perché si era in grado di farlo e si vuole tornare a farlo. Per riuscirci, dopo una malattia, dopo un infortunio, anche dopo una semplice influenza, bisogna fare la stessa fatica, se non di più. Non da miti, ma da donne e uomini. E, l’abbiamo detto, chi fatica può pungersi con tutto. A piedi scalzi. Senza ombrello sotto la pioggia.
Anna van der Breggen ha stracciato tutte verso Nevegal. Ha frantumato i cronometri. Quanto è forte, l’hanno pensato tutti, l’abbiamo pensato tutti. Ieri Anna van der Breggen ha rischiato di perdere il Giro da Antonia Niedermaier, ha rincorso con Demi Vollering, l’ha perso da Demi Vollering ed ha perso anche il secondo gradino del podio. All’arrivo ha detto che ha vinto la più forte, ma che va accettato proprio perché ha vinto la più forte. Tempo fa, Anna van der Breggen ci aveva detto che, in fondo, solo un giro in bicicletta, in gravel con amici, avrebbe potuto salvarci da tante cose. Vorremmo ricordarglielo oggi. Avremmo voluto ricordarglielo ieri, subito dopo il traguardo, quando le si chiedeva di quanto fosse doloroso tutto questo. Anna van der Breggen è un’altra come Longo Borghini: così forte da trovarsi faccia a faccia con una vulnerabilità pressoché totale. Un’altra come Elisa Balsamo che dopo un anno in cui non vinceva, ha conquistato una volata e ne ha vinte quattro. Sembrava diversa, più leggera. Quasi avesse ricominciato a sprintare per la prima volta e non le servisse più essere quella forte, le bastasse essere una ciclista in volata. Demi Vollering l’ha capito e, dopo aver conquistato il Giro e la tripla corona, Giro, Tour, Vuelta, ha detto che, certo, il prossimo obiettivo sarà il Tour ma non vuole pensarci perché sa quanto sia facile perdere una grande corsa a tappe più che vincerla, allora vuole essere felice. La storia di quelle forti è questa: è, in realtà, la storia di quanto si sia faccia a faccia con la vulnerabilità per cercare di tornare dove si è visto che il fisico, il talento, la capacità, l’intelligenza possono portarti. Poi finisce una corsa, tutto si azzera e si riparte da capo. No, dire quanto sono forti non basta. Non può bastare.



