La copertina è per Remco Evenepoel, il contorno è dedicato al fatto che non ci si riesce più, ormai, a stupire. Rientrato alla Freccia del Brabante, dopo un lungo stop causato da un incidente in allenamento in Belgio quest’inverno – la distrazione di un guidatore poteva costare molto di più che varie fratture tra costola e mano e una forte contusione alla spalla che gli ha dato parecchio fastidio nella fase di riabilitazione – insomma è rientrato e ha subito vinto alla prima corsa.
Evenepoel ha passato un periodo complesso, si è rifugiato in fatti suoi personali, conducendo un periodo di vita estremamente disciplinato (disciplina che in realtà mai gli è mancata) e con l’aiuto (anche) della famiglia ha smarcato le complicazioni mettendosi subito in pari con i più forti. In Belgio in molti sono d’accordo (e anche io sono d’accordo con questi molti) nel dire che non si è mai visto un Evenepoel così forte. Tornato in strada, con un numero attaccato a maglia e bici – una bici colorata con una sorta di oro, come lo è anche il casco, tendente all’ambrato – ha dimostrato subito gamba fresca e quasi piena.
Alla Freccia del Brabante ha scherzato, ha allungato e con lui restavano solo van Aert e Blackmore. Poi ha stremato e staccato il giovane inglese -meglio una volata a due che a tre, come dimostrerà poi la fatal domenica dell’Amstel in cui verrà beffato da Skjelmose- infine ha vinto battendo Wout van Aert in volata, sfatando alcuni miti sulla sua carriera legati a qualcosa che in lui non si era ancora sviluppato per bene ma che ha saputo allenare alla grande. Si diceva non fosse esplosivo, né veloce, forse in alcuni momenti è stato così, ma ci sono un paio di situazioni in cui Evenepoel ha mostrato di essere forte in uno sprint a due, soprattutto al termine di una corsa impegnativa. Ha battuto Pello Bilbao a San Sebastian, se l’è giocata con Roglič in diversi arrivi al Catalunya. Poi chiaro, gli è sempre bastato/servito arrivare da solo per vincere.
Sessanta successi con quelli di settimana scorsa in una gara che, i più attenti lo sapranno, non fa parte del World Tour, ma ha prestigio ed è spettacolare, seppure ridotta a soli 160 km anche per la “concomitanza” con l’Amstel di domenica.
E domenica che forse abbiamo visto un Evenepoel ancora più evoluto capace di andare a riprendere Pogačar che se ne stava all’attacco, cosa che non capita tutti i giorni, farsi riprendere, non andare all’attacco. Forse le fatiche della Roubaix, forse un po‘ di vento contro hanno stremato lo sloveno finendo per farlo apparire umano. Evenepoel e Skjelmose hanno ben collaborato e lo hanno ripreso. Mai visto un Pogačar così: persino battuto allo sprint dal danese.
Pochi giorni dopo e si è proseguito con il trittico (che è qualcosa in più aggiungendoci il Brabante e che si chiuderà domenica alla Liegi), alla Freccia Vallone, corsa che ormai da anni ha perso fascino e gusto se non in quella volata finale all’insù, corsa schiacciata in mezzo a tante altre e che riesce persino a togliere intenzioni a chi ha reso il ciclismo di questi ultimi anni concreto spettacolo. Vedere Pogačar, Evenepoel, gente così aspettare lo sprint finale la dice molto sul tipo di corsa che è e anche su un calendario fitto che costringe a fare delle scelte di strada. La Freccia Vallone con il suo arrivo non può offrire altro.
Ad Evenepoel una gara così, con questo arrivo, resterà sempre indigesta, mentre è impressionante, ai limiti dell’imbarazzo il modo in cui lo sloveno campione del mondo stacca tutti sul Muro di Huy e guadagna una decina di secondi in poche centinaia di metri. La faccia all’arrivo è scavata, è l’effetto del brutto tempo e del fango schizzato dalle ruote. Pare vecchio di qualche anno, ma le gambe sono di un altro pianeta. Si dice che nessuno abbia visto nella stanza un noto supereroe in calzamaglia e Pogačar… chissà.
Ci sarebbe da parlare dell’Italia sulle Ardenne, ma rinvio il paragrafo – o magari la copertina- al post Liegi. Intanto, buona Liberazione a chi legge.