Di Magnier (2004), Grégoire (2003), Martinez (2003), Vauquelin (2001). Seixas (2006), Bardet (1990), Sparfel (2006), Bisiaux (2005) e perché no Alaphilippe (1992).

Accadono cose molto francesi (e non lo scrivo né con invidia né amarezza) nell’ultimo fine settimana e, se le cose andranno così, ne vedremo delle belle da qui al prossimo decennio. Beaucoup de choses se produisent, in molti casi, a distanza di poche ore, in particolare nella giornata di domenica. Tempo fa ho letto su un piccolo saggio che amore e guerra sono gli unici due argomenti che non passano mai di moda e visto che morte, odio, bombe e repressione sono su tutte le prime pagine, parlando dello scorso fine settimana, calcando la mano su ciò che ha fatto il ciclismo dei “nostri cugini”, voglio che, per una volta, a trionfare sia l’amore.

Quello per Paul Magnier: classe 2004, seconda stagione da professionista e reduce dal primo Giro d’Italia. Condotta a fatica la Corsa Rosa, ma con un bel piazzamento di tappa (3° a Napoli), ritirato prima della fine (era in programma) e poi liberatosi di quella forza accumulata, in dieci giorni tra le strade del Belgio. Tre vittorie: alla Heistse Pijl una volata più classica, battuti Andresen e Kristoff; alla Dwars door het Hageland fa un mezzo capolavoro: resta davanti tra muri e pavé in un gruppo comprendente tutti i migliori e poi sull’ultimo strappo verso l’arrivo sprigiona tutto ciò che possiede staccando gli avversari e vincendo per distacco. Non è passato molto tempo dalla volta in cui van der Poel disse, riferendosi al giovane francese, di provare un certo timore reverenziale nel vedere i suoi watt e che per batterlo (mi pare fosse la vigilia de Le Samyn, vinta poi proprio dall’ex campione del mondo, davanti al giovane francese) avrebbe dovuto fare una gara dura per portare Magnier stanco nel finale. Merlier riferendosi ai primi allenamenti con lui, lo scorso anno, si disse impressionato, ma soprattutto fu battuto più volte nelle simulazioni delle volate. La terza vittoria è al fotofinish su Jasper Philipsen alla Elfstedenronde Brugge. Impressiona vdP, batte il Mago, per il momento in allenamento, e JP in corsa: Magnier sembra uno di quelli che segnerà quest’epoca.

L’amore è per Lenny Martinez e Romain Grégoire che in poche ore di distanza l’uno dall’altro, d’altra parte sono gemelli, diversi dagli Yates, ma più o meno siamo lì, vincono al Delfinato il primo, allo Svizzera il secondo. Coetanei, con un percorso che li ha visti crescere assieme dalle giovanili della Groupama e poi fino nel World Tour, condividendo la maglia della nazionale nelle più disparate gare in giro per il mondo, da quest’anno le loro strade si sono divise – Martinez è andato a correre nella Bahrain, Grégoire è uno dei leader, forse il leader massimo in Groupama. Martinez ha vinto in fuga, in montagna, dopo una settimana molto difficile in cui, un po’ a sorpresa, si staccava di ruota da molti corridori in salita. Qualcuno direbbe di lui che i campioni sono fatti esattamente di questa stoffa qui. Molti (anche in Italia) dovrebbero prendere appunti e imparare come si reagisce alle difficoltà e come ci si reinventa: sembra un esercizio sconosciuto ai più. Grégoire, invece, punta la fuga (bidone? O quasi) che caratterizza la prima tappa del Tour de Suisse e tra vento, pioggia e temperature decisamente più basse (situazioni che lui adora) rispetto al bollente Delfinato, vince la tappa e conquista la maglia di leader.

In quell’azione c’era pure Kévin Vauquelin e l’amore per chi scrive, nei suoi confronti, è sconfinato: cotta nata già da diverso tempo, Vauquelin è l’esempio nitido, fulgido, di come si possa crescere passo dopo passo senza troppi proclami, senza avere le stimmate che oggi sembrano un fattore necessario per farsi conoscere nel ciclismo (o sei qualcuno o sei nessuno). Nel momento in cui scrivo, proprio al Tour de Suisse, Vauquelin comanda la classifica generale davanti ad Alaphilippe: la Francia non vince una corsa a tappe World tour dal 2007. L’amore, ormai perduto, è, invece, per Romain Bardet che lascia il ciclismo dopo 14 anni, meno vittorie del previsto, ma caratterizzando la sua carriera con doti di rara intelligenza, dividendo, con quel suo carattere un po’ schivo e un modo di fare a tratti un po’ snob non apprezzato da molti, anche da quelli saliti di recente sul suo carro per celebrarne l’addio, per la paura di non riuscire a far parte di qualcosa. Ma Bardet è stato un grande corridore, uno che il Tour de France ha pensato pure di poterlo vincere (ma se la doveva giocare contro quel Team Sky).

Chi, invece, al Tour de France ci penserà (non subito) e dovrà resistere (già ora) alle pressioni che hanno schiacciato decine di corridori prima di lui è Paul Seixas. Tempo fa – perdonate il momento auto referenziale – mi è stato chiesto se ed eventualmente chi, nella generazione futura di corridori, avrei visto capace di avvicinarsi a ciò che stiamo vedendo e vivendo, robe da Tadej, Remco, Mathieu, Jonas, eccetera, per capirci.  Fui lapidario nella risposta. Sì, ce n’è uno: Paul Seixas. Classe 2006 (destinata a diventare una delle annate più forti della storia del ciclismo) il francese della Decathlon, a soli 19 anni, sta scrivendo brevi pensieri sulla precocità in questo sport.

La Francia che si ritrova (e altri talenti li sto lasciando da parte, penso a Aubin Sparfel tra i protagonisti in questi giorni al giro Next Gen o a Leo Bisiaux) a poter contare su corridori che possono imporsi nelle classiche vallonate (Grégoire), nelle brevi corse a tappa (Vauquelin, ma anche lo stesso Grégoire), nelle volate di gruppo, ma anche in quelle che prevedono prima salite secche e dure o muri in pavé (Magnier). Possono, i francesi, ancora una volta, aggrapparsi a un grande talento per provare, un giorno a vincere nuovamente il Tour de France (Seixas).

In questi giorni si è rivisto anche Julian Alaphilippe. Lui la sua storia l’ha già scritta, ma qualcosa vuole ancora aggiungere, magari una postilla. Al Tour ci farà divertire di nuovo.

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