La Vuelta partita dal Piemonte settimana scorsa mi spinge a fare una rivelazione: la corsa, su di me, ha sempre uno strano effetto, ovvero mi è sempre interessata il giusto, dove per giusto intendo poco poco. La Vuelta partita dal Piemonte mi fa venire voglia di parlare di pallapugno. Un omaggio a un amico e caro collega appassionato di uno sport praticato da quelle parti, dove è popolarissimo, lo sport, il mio amico credo molto di meno. È stato lui il primo a parlarmene, tempo fa, spiegandomi il fascino che esercita in alcune province della zona tra Piemonte e Liguria. Uno sport antico, divenuto celebre tra fine ‘800 e primi del ‘900, ma la cui storia inizia secoli prima, raccontato anche da grandi poeti e scrittori italiani, come Pavese e De Amicis, mentre Leopardi dedicò una splendida poesia a uno dei più forti giocatori di sempre dello sport da cui deriva direttamente la pallapugno, Carlo Didimi, storico battitore treiese grande protagonista di palla col bracciale. Tornando alla pallapugno prima che al ciclismo: uno sport che fa della socialità e dell’espressione pura dei legami col territorio una delle sue prerogative. Come dice il nome, è uno sport in cui si prende la palla a pugni, si gioca in quattro contro quattro, ha regole, ovviamente, peculiari e i punti si assegnano come nel tennis: quindici, trenta, quaranta, gioco. Talmente seguita da quelle parti che su Tuttosport, storico quotidiano sportivo che ha sede a Torino, nell’edizione locale spesso si parla di pallapugno, di partite, con tanto di gironi e classifiche, di sfide fondamentali per l’assegnazione del titolo, di “pallapugno mercato” (?), persino tornei giovanili dove si raccontano le nuove leve di questo sport. I talenti, i diamanti da sgrezzare.
Ma alvento è, almeno per ora, una rivista specializzata in ciclismo, domani chissà, dopo questo mio pezzo, magari li ho convinti che un giorno avrà senso mandarmi da quelle parti, più che alla partenza di un Grande Giro (o di un futuro mondiale ) o di una corsa importante, per raccontare la pallapugno. Ma non mi faccio illusioni, seppure la stanchezza è molta e si sogna spesso a occhi e bocca aperta, è fine agosto e quelli che non hanno le gambe a mollo o non stanno camminando in montagna, hanno un ricordo fresco di attività extralavorative, mentre io da settimane prendo un sole uscito da romanzi Urania, e vengo irradiato direttamente dai tre schermi del mio computer, seguendo, a tratti mio malgrado, ogni corsa possibile e immaginabile in questo mese di fuoco, più che per il caldo a causa dell’elevato numero di gare. Apro un’altra (ultima, si spera) piccola parentesi: qualche settimana fa, al termine del Tour de France, più di una persona a me vicina, amici, parenti, vedendomi con profonde occhiaia date dal tour de force francese, consideravano che: “beh, ma adesso arriva agosto, mica ci sono corse di biciclette in questo mese!?”. Convinti loro.

Invece agosto è volato seguendo una serie corposa di gare in giro per tutta l’Europa e in cui abbiamo visto Merlier fare il mago delle volate, Brennan imporsi con una lucidità rara per i suoi vent’anni, l’Uae vincere l’ennesima corsa a tappe (con McNulty al Polonia, Polonia in cui abbiamo visto segnali di crescita da Andrea Raccagni Noviero che ottiene i suoi primi piazzamenti interessanti nel World Tour), ma l’elenco di ciò che è successo è lungo, sembrerebbe una lista della spesa e comprenderebbe anche una vittoria di Vendrame, l’ennesima in stagione di Prodhomme, baciato dalla profezia di Seixas al Tour of the Alps e poi da lì spesso infallibile, eccetera. Ecco, detto ciò, mi vorrei soffermare soprattutto su un corridore, italiano, che sta iniziando a mostrare tutte le sue qualità dopo un inizio carriera non esattamente esaltante tra i professionisti, quando basterebbe portare un po’ di pazienza nei giudizi – lo dico ad alta voce perché mi riferisco anche al sottoscritto. Parlo di Lorenzo Milesi, Movistar team, campione del mondo a cronometro Under 23 un paio di stagioni fa, corsa che lascia un po’ il tempo che trova, soprattutto se disputata e poi vinta quando sei già rodato nel World Tour. Dopo un periodo difficile di assestamento nella massima categoria, in cui non è che non andasse, semplicemente non trovavamo in lui quella verve che lo caratterizzava tra gli Under 23, quel passo, la capacità di andare all’attacco, di beccare la fuga giusta, come quella volta in cui vinse in modo splendido una tappa all’Avenir del 2022 dopo aver lavorato per la squadra in tutti i giorni precedenti. Tra Vallonia, Polonia e poi Renewi, in queste ultime settimane, tre brevi corse a tappe di alto livello, Milesi ha sfiorato più volte il successo, attaccando, dalla lunga, dalla media e pure dalla breve distanza. C’è mancato poco si sbloccasse, è ancora a quota zero successi tra i professionisti, ma prima o poi accadrà. Sembra quasi fisiologico.
Infine la Vuelta, mio malgrado, come ampiamente specificato. Corsa che, nelle ore in cui batto le dita sulla tastiera per questi pensieri sparsi, sta per vedere il suo primo arrivo in salita vero e proprio ad Andorra – non conto Limone Piemonte (da ora in poi LP), volata di gruppo in salita come da girica tradizione dei primi anni 2000. Come andrà ad Andorra non lo leggerete qui ma un po’ ovunque. Vuelta corsa che, mentre io scrivo, lei scrive a sua volta l’ennesimo capitolo UAE vs Visma: per il momento tra Giro e Tour 1 a 1 palla al centro, ma con alcuni terzi incomodi. C’è Ciccone, che proprio in quella volata a LP è arrivato 2° dietro a Vingegaard per pochi millimetri; c’è Gaudu che ha vinto una tappa e vestito anche la maglia rossa; c’è Bernal che dice di avere risolto i problemi alla schiena, di stare benissimo e che vorrebbe indossare anche lui la maglia rossa, sì, ma quella finale, l’ultimo giorno. Ci sarebbero i Red Bull BORA, divisi tra la solidità di Hindley in salita e la freschezza di Pellizzari e poi ancora O’Connor e Gall, reduci dal Tour eccetera… questo per la classifica e vedremo, avremo tempo. Ci sono state anche un paio di volate, non le ha vinte Pedersen, il quale pensava/sperava di arrivare in Spagna e far man bassa e invece al momento ha visto vincere nelle “sue” tappe: uno dei velocisti più forti del mondo (Philipsen, Pedersen ha chiuso 14°), uno scalatore (Gaudu, Pedersen 2°) e un gregario per le corse di un giorno (Turner, Pedersen 6°), gregario per dire, corridore solido e veloce, nella forma della vita e che ha stabilito un singolare primato. Lo hanno fermato mentre stava disputando una corsa, in Belgio, per sostituire un compagno di squadra malato che avrebbe dovuto prendere il via alla Vuelta. Turner ha fatto le valigie, è volato in Italia, il giorno dopo il ritiro dal Renewi, ha preso il via della Vuelta e alla quarta tappa ha conquistato il successo più importante della carriera, venti giorni dopo aver vinto per la prima volta nel World Tour, al Giro di Polonia.
Foto copertina: Poci’s Pix
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