La settimana scorsa è stata quella delle confessioni, dei segreti inviolabili che in realtà erano sulla bocca di tutti e che passavano da orecchio in orecchio seppure molti facessero finta di nulla: Juan Ayuso darà, a fine stagione, l’addio alla UAE. Bisogna dirlo senza troppi giri di parole: nessuno dei protagonisti ci fa una grande figura, soprattutto per come è maturata la vicenda, fino all’epilogo che lascerà ancora scorie, temo, soprattutto, sull’immagine del corridore spagnolo. E andato tutto storto tra lui e la squadra emiratina, non proprio dall’inizio, quando pareva un matrimonio di quelli capaci di arrivare, con alti e bassi più che normali nelle vite di coppia, fino alle nozze d’argento se non d’oro o di platino, invece il veloce declino ha ricordato a momenti le svolte che a un certo punto prende la famiglia Roses.
Matxin pescò Ayuso quando il corridore spagnolo era ancora un ragazzino. Lo ha visto crescere, lo ha aiutato a fare scelte importanti per la sua carriera (la sistemazione in Colpack per farsi le ossa tra gli Under 23 per un breve periodo, con lo scopo di sfamare la sua incredibile voglia di vittorie), mettendolo sempre a proprio agio. Questo fino a quando, da neoprofessionista, arrivando 3° alla Vuelta del 2022, ha dimostrato con i fatti tutta la concretezza su cui aveva posto le basi, dominando ogni categoria dagli allievi in poi. Come tenere a bada uno così? Ayuso è ambizioso, tira dritto per la sua strada e mal sopporta dover prestare i suoi servizi ai capitani, seppure quel capitano porta il nome di Tadej Pogačar. «Tadej è il mio riferimento – disse Ayuso qualche mese fa, prima di iniziare la stagione – ma io voglio diventare il corridore più forte al mondo».
I primi report degli allenamenti, appena diventato professionista a tutti gli effetti nel 2022, fecero il giro del mondo ciclistico, si diceva come lo spagnolo fosse l’unico a tenere la ruota di uno scatenato sloveno quando quest’ultimo partiva e se ne andava nei test invernali. In quella stagione arrivava il podio alla Vuelta, da neoprofessionista, da più giovane corridore al via, da più giovane corridore di sempre tra i primi tre nella corsa a tappe spagnola: non si trattava di un fatto da far passare in secondo piano, perché Ayuso avrebbe compiuto vent’anni solo pochi giorni dopo essere salito sul podio di Madrid, mentre cresceva in lui, sempre di più, la voglia di comandare, essere il primo della classe, come tutte le volte che si era messo in sella a una bicicletta con un dorsale appiccicato alla maglia. Un vincente nato, con pochi compromessi.
Eccetto la parentesi di un 2023 accidentato per un problema fisico e in cui non avrebbe potuto chiedere nulla di più a ciò che stava accadendo, il suo rapporto con la squadra andava via via deteriorandosi, un po’ alla volta, granello dopo granello si inceppava l’ingranaggio creato da Matxin. Nel 2024 andò al Tour per aiutare Pogačar, si fa sgridare da Almeida per non aver dato il giusto contributo alla squadra sul Galibier e poi si ritira, ufficialmente per un malanno da Covid. Le voci dal gruppo fecero capire come la cosa non è che avesse disturbato tanto il suo capitano, anzi, sembrò quasi dargli sollievo.
Quest’anno al Giro, dopo aver condiviso per qualche giorno la leadership con Del Toro, dando sempre l’impressione che a lui spartirsi meriti e vittorie con gli altri, pure se compagni di squadra, non è che vada proprio a genio, si ferma, si ritira, anche qui, ufficialmente per un problema fisico (in seguito a un paio di cadute nei giorni precedenti e poi alla puntura sull’occhio di una vespa). Lui ci mette del suo, col carattere che ha, ma poi non gliene va dritta mezza nemmeno in corsa: cosa sarebbe stato il Giro, nella lotta al vertice e fratricida, se non avesse avuto intoppi, rimane uno dei grandi “What If” del 2025.
L’impressione già avuta in passato su quanta fatica faccia a gestire la competizione interna, al Giro prende la forma decisiva e già durante quei giorni si rinforzano le voci di un addio, persino prima di fine stagione. Va bene correre per Pogačar, il corridore più forte al mondo, quattro anni più grande, anzi, pare ottimo imparare da lui, rubargli i segreti, ma ora Ayuso deve accettare di dividere i suoi gradi di capitano persino con Isaac Del Toro. L’ultimo arrivato, un anno più piccolo e già coccolato da squadra e compagni, già capace di vincere, quanto e poi di più dello spagnolo. Giammai! Non lo permetterò! Il suo sviluppo narrativo da cattivo e antagonista del gruppo, prende sempre più forma.
Alla Vuelta, dopo un lungo periodo di stop, conseguente, almeno sulla carta, agli incidenti occorsi al Giro, una stagione quasi buttata, e dopo voci che si rincorrevano come cani in giardino, il divorzio squadra-corridore viene reso ufficiale. Non prima però di aver visto Ayuso, nell’ordine: 1) perdere tempo sin da subito nella prima tappa di montagna, senza aver dato il minimo contributo ai suoi e aver dichiarato come tutto ciò fosse concordato con la squadra: «Sapevano già che non avevo la condizione per lottare per la classifica generale», 2) stravincere una tappa di montagna in fuga, esultando con polemica e lamentandosi pure del trattamento avuto sia sui social che lungo la strada da alcuni tifosi: «Sono una persona che non guarda troppo i social media, perché cerco di rimanere al margine di tutto questo, ma ci sono cose che ti arrivano, e poi c’è quello che ti arriva di più quando la gente ti urla contro dai bordi della strada».
Nel giorno di riposo, lunedì, l’annuncio ufficiale della sua squadra, nonostante poche ore prima Matxin avesse provato a gettare acqua sul fuoco parlando di rapporto duraturo tra squadra e Ayuso in virtù anche di un contratto fino al 2028. Come se non bastasse, l’indomani, prima della partenza, Ayuso, di nuovo, non le manda a dire, parlando in mondovisione, prima del via, di una squadra gestita in maniera dittatoriale e «con un esercizio unilaterale di potere», facendo osservare a tutti come, la nota di poche ore prima, non fosse assolutamente concordata dalle parti. «Voglio dire a tutti che non sono d’accordo con la dichiarazione rilasciata della squadra: ieri è uscito un comunicato attorno alle sette di sera e io sono stato avvisato solo alle sei e mezza, quando c’erano giornalisti che già sapevano da ore che il comunicato sarebbe stato emesso. Avevamo concordato che sarebbe stato reso pubblico dopo la Vuelta, per non compromettere nulla a livello sportivo, né l’atmosfera di squadra, né i nostri compagni. Bisogna chiedere loro perché è uscito ieri, perché è stato così improvviso e senza preavviso. Ovviamente ho le idee chiare sul perché l’hanno fatto, per cercare di danneggiare di nuovo la mia immagine, come peraltro conferma il comunicato, con cui non sono d’accordo. E quando l’ho fatto notare, mi hanno risposto che la prima stesura era molto peggiore e che quindi dovevo esserne contento».
C’è una Vuelta da finire, intanto e Ayuso, per la prima volta, proprio poche ore dopo le scelte turbolenti, lo si è visto dare una mano a fondo ai suoi compagni di squadra, ma dal prossimo anno cambiando aria (Lidl Trek?) ha molto da perdere, sono pochi i corridori usciti dall’UAE che sono riusciti a imporsi (Ganna, Philipsen, Mohoric, forse i più talentuosi tra quelli in uscita, come lo è Ayuso) vediamo quanto da guadagnare. Il corridore, si è capito già da tempo, appare di difficile gestione, a causa di una fortissima ambizione e anche di grandi qualità da corridore che gli hanno fatto bruciare le tappe. La squadra ha provato a metterlo a suo agio, dandogli un programma di crescita graduale (Vuelta e Giro da capitano, Tour in aiuto a Pogačar), ma qualcosa si è rotto e ovunque andrà sarà da ricostruire, sia come persona, che nel rapporto con il gruppo e con i suoi futuri compagni di squadra: non passa certo inosservato anche ai più distratti ciò che ci si metterà in casa con Ayuso. Un pacchetto completo di corridore forte, capace anche di correre per vincere un Grande Giro, ma da rimettere assieme nei rapporti umani e magari capace anche di logorare alcune situazioni dal suo interno. Dovrà scendere a compromessi, Ayuso, ovunque andrà, ma magari gli serve solo cambiare aria: le sue scelte e il suo futuro saranno tra le cose più interessanti da seguire nel 2026 ciclistico.
Ci sono, poi altre questioni da considerare. A meno che Ayuso non abbia intenzione di creare una lega personale dove correre lui e basta, dovrà iniziare cedere qualcosa, venire incontro, aiutarsi, altrimenti avrà sempre difficoltà, facendo patti con futuri compagni di squadra e tecnici, magari essere furbo e creare vicino a lui un clan affidabile di corridori che hanno intenzione di spendere la loro carriera affinché Ayuso possa realizzare i sogni di gloria. Non so a voi, ma a me, da grande fan degli “antipatici” e perseguitati, tutta questa storia sta cominciando ad affascinare.