A qualcuno non pareva vero, altri hanno avuto strizza e stizza, c’è pure chi ha gioito, fatto sta che il Giro delle Fiandre 2026 ha diviso e non poco. A me è sembrato, molto banalmente, l’esaltazione di ciò che il ciclismo è diventato in questi anni, pure grazie a chi scrive, racconta e commenta: forza bruta, testa bassa e menare. Solo wattaggio. Un naturale prosieguo del cammino che questo sport ha intrapreso negli anni. Poco spazio nelle corse più importanti (in altri contesti le definirebbero di primo livello, qui forse bisognerebbe dire di primissimo livello) per sorprese di qualsiasi genere.

Quel ciclismo che piace alla maggior parte dei suiveur, soprattutto quelli che per strada aspettano per diventare testimoni dell’evento. Quel ciclismo che fa impazzire un po’ tutti, il ciclismo che domenica a Pasqua è stato dei Pogačar, dei van der Poel, degli Evenepoel. Un ciclismo in cui due come van Aert e Pedersen non vincono ciò che meriterebbero, cosa che sarebbe accaduta in un altro momento storico, e in cui anche Filippo Ganna avrebbe fatto la sua porca figura se non altro perché quello visto alla Dwars pochi giorni prima è oltre al degno di nota. Avrebbe chiuso sesto e avremmo visto i sei corridori più forti al mondo in questo tipo di sforzo messi in fila. E invece abbiamo visto i primi cinque, perfettamente nell’ordine, come una sorta di Power Ranking fiammingo. Eppure dicono che la corsa ha annoiato ed è stata banale, sarà. Così come dovrebbe essere altro il tipo di analisi da fare. Invece, di Ganna parleremo nelle prossime ore, su questi e altri lidi, ne sentirete parlare ovunque se ciò che abbiamo visto in queste settimane si addice alla Roubaix: la sua scelta è stata chiaramente quella di non eccedere in sforzi sovrumani per provare a dare la sua impronta nell’Inferno del Nord.

La cosa che mi ha davvero stranito di questo Fiandre è la divisione del pubblico. Non tanto i detrattori – o meglio, i tantissimi stufi di vedere Pogačar vincere e dominare. Su questo posso solo dire: non preoccupatevi, prima o poi finirà il suo regno. Speriamo prima che i cieli diventino neri e ci cadano in testa. Magari quest’anno vincerà tutte e cinque le Monumento e poi si dedicherà ad altro. Come scriveva qualcuno: quest’anno così, e poi l’anno prossimo i tre Grandi Giri. E poi, semplicemente, gli anni passeranno anche per lui, arriveranno nuovi corridori, le loro parabole si incroceranno, subentrerà logorio e appagamento. Questo ragazzo, che da adorato è passato a stare sulle scatole per il suo dominio e per il rendere monotona ogni corsa, prima o poi si farà da parte. Con buona pace di tantissimi. Con il rispetto di molti altri. E anche qui: sarebbe da capire cosa si intenda per la monotonia in uno sport che vive di lentezza, di binari, di ripetizione. Ma va beh.

Mi stupisce che il pubblico si divida proprio su quella che, secondo me, è una delle migliori operazioni di ciclismo di questo secolo: il Giro delle Fiandre con il doppio passaggio finale sull’Oude Kwaremont e sul Paterberg. Fiandre durissimo, con Koppenberg e Taaienberg tra il secondo e l’ultimo passaggio. Un percorso meraviglioso. Se ci fosse la possibilità, chiederei anch’io l’inserimento del Muur, ma lì entrano in gioco altre questioni, e comunque sarebbe lontano dal traguardo. Sento molti commenti nostalgici. Addirittura profili influenti parlano degli ultimi chilometri come “i più brutti del World Tour”. O qualcosa del genere: ma cosa non si fa per un po’ di interazione? Chiarisco il mio pensiero: sì, quelle strade larghe smorzano gli inseguimenti, lo abbiamo visto. Ma la vittoria la costruisci prima. Se stacchi tutti sul Kwaremont vuol dire che sei il più forte, e se sei il più forte lì vuol dire che ne hai anche in pianura. O volete mettere salita e discesa del Poggio anche nelle altre corse per avere il brividino finale? Dai, su. O altra salita ancora a ribadire ciò che si è visto prima? E poi: chi conosce le Fiandre sa che è un continuo alternarsi di stradine nei boschi e strade larghissime tra un muro e l’altro. Non è che ci siano grandi alternative. Oudenaarde, peraltro, è una bellissima città ed è un arrivo degno di una corsa così. Funzionale, scenografico, perfetto per gli spettatori. E poi questa operazione Fiandre con circuito premia proprio loro, sul percorso.

Sento dire che è stato un “bruttissimo Fiandre”. Io vado controcorrente: mi sono divertito un casino. Molto più che alla Sanremo di quest’anno, che secondo me è stata orripilante. Noiosa, scontata, nonostante la vittoria di musetto di Pogačar, ma se qualcuno l’ha messa in dubbio anche nello sprint tra lui e Pidcock, venga qui a dirmelo – si scherza ovviamente, state dove siete, vi credo.
Le ultime Sanremo mi avevano fatto ricredere sulla corsa, sul suo finale adrenalinico. Questa no. Scontatissima. Una corsa in cui Pogačar è diventato persino più forte in discesa di uno dei più forti discesisti degli ultimi anni.

Il Fiandre 2026, invece, l’ho trovato di una luce inesauribile, di un’intensità rara. Probabilmente per la presenza di Remco Evenepoel, che solo i più disattenti non mettevano sul podio alla vigilia. Pensare che un corridore così, con un motore del genere, che conosce a memoria queste strade, in una gara lineare – perché è stata linearissima – non possa finire sul podio è assurdo. Piuttosto dobbiamo tutti chiederci perché fino a oggi non si è mai fatto vedere, pur correndo nella squadra che ha fatto la storia di questa corsa, finendo per mandare in buca persino il più fiammingo dei valloni, quel Philippe Gilbert, idolo di Evenepoel, che per anni pareva avesse una sorta di idiosincrasia per Fiandre e Roubaix. Il tutto, (parliamo di Remco, non di Gilbert) in nome delle stramaledette classifiche nei GT, che, per quanto riguarda questa nuova fase della sua carriera, non sono praticabili a livello di vittoria e probabilmente nemmeno a livello di podio.

E su Remco è perfetto ciò che ha detto Pogačar e che in molti abbiamo pensato in diretta: nel momento in cui rischiava di rientrare, poteva anche vincere. Lui lo dice anche per imbonirsi gli avversari, certo, loro tre sono amici, quasi alleati fuori dalla corsa, ma, dimostrandosi intelligente nella lettura della gara.

Resta il fatto che non è ammissibile immaginare un Fiandre normale, senza cadute, in cui Evenepoel non sia la terza forza. Sul podio sono arrivati i tre corridori più dotati degli ultimi dieci anni, con profili diversissimi, che spiegano quanto sia grande questa corsa e quanto premi davvero il corridore completo. Davanti c’è il più forte del mondo – e non si capisce come faccia a essere l’unico a andare così forte ovunque, non è mai esistito uno così, questo è un altro discorso – poi il fiammingo per eccellenza, van der Poel, e poi il motore più grosso in circolazione per questo tipo di sforzi, Evenepoel. Ovviamente facendo sempre la tara su chi ha vinto, che è il motore più forte ed è il fiammingo per antonomasia, in questo momento.

E comunque vederlo arrivare a cinque secondi, con quei due davanti che menano per non farlo rientrare, ha dato lustro ed entusiasmo alla gara. Così come la vittoria del campione del mondo è apparsa scontata da subito, dal primo momento in cui lui e Florian Vermeersch hanno portato via il gruppetto dei 16. E se la vittoria è scontata quando c’è lui, non può essere “colpa” del Fiandre. Così come non è colpa della Sanremo, né lo sarà della Roubaix, né lo è stata della Liegi. Se hai il più forte corridore degli ultimi cinquant’anni, quello che probabilmente diventerà il più grande di sempre per qualità delle vittorie, quello che batterà quasi tutti i record di Merckx, c’è poco da fare.
L’ha detto anche van der Poel: “650 watt, e quello lì mi staccava”.
Una forza bruta della natura, altro che smettere di dargli cambi. Come si fa a chiedere di non collaborare davanti a un o così che probabilmente nemmeno concepisce questo tipo di furbizia? Il neerlandese lo rispetta e ci va a nozze, anche lui, protagonista di questo pezzetto di storia di ciclismo.

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