Chi ci segue, o meglio, chi segue nello specifico questa rubrica, sa che esce quando vuole e puote, ma soprattutto, a dispetto del nome (poco) generico cerca di trattare diverse forme di ciclismo, non solo, nello specifico, quello del World Tour.

Cominciamo dicendo che il calendario così intasato è uno schifo. Nemmeno il tempo di riprendersi dalla fine di un Giro d’Italia (bruttino?) che ci siamo ritrovati con giornate piene di corse su corse da non sapere nemmeno dove e cosa guardare. Prodotti perfetti per la bulimia del fruitore di questi tempi, il quale, magari, guarda senza nemmeno assimilare, capire, analizzare. Lo fa tanto per e sono dell’idea si perda totalmente il gusto di ciò che vediamo. Un modo per ammazzare la passione, più che alimentarla. Figurarsi se poi ci sono 35 gradi a giugno quanto sia forte la voglia di stare davanti agli schermi a seguire dieci corse in un giorno.  D’altra parte ci sono molti appassionati che, consapevolemente, sono felici di vedere corse già finite a 100km dall’arrivo, quindi…

Magari aver letto il risultato, un ritiro, un ritardo fa dell’appassionato un vero e proprio esperto pronto a sparare sentenze caustiche, ma non lo si può mica biasimare, eh? Direbbe interrogandosi retoricamente uno come Roglič che esce con la sua solita aurea mediocritas dal Giro di Svizzera, a livello di atteggiamento, ma ne viene fuori palesemente in fase calante; poi magari alla Vuelta avrà un colpo di coda, ma dubito soprattutto perchè il suo colpo di coda significherebbe vincerla e se in Spagna ci va il connazionale…

Bisogna avere fegato per mettersi a seguire tutta sta roba, bisogna avere una grande memoria per ricordarsi tutto ciò che è successo e pure un enorme equilibrio (altro che aurea mediocritas) per non iniziare a mescolare fatti, attacchi, salite, cadute. Insomma, improponibili questi ultimi due fine settimana con una decina di corse al giorno, non giova a nessuno, nemmeno a malati come chi vi scrive, che ha fatto delle scelte.

Una di queste è stata mettere in primo piano il Next Gen, il Giro Under 23 vinto da Finn, ma non è tanto sull’angloligure che mi vorrei soffermare pur sottolineandone la grande qualità dei suoi successi, la dimostrazione come ormai, a tutti gli effetti, la categoria gli vada stretta e ora i prossimi obiettivi saranno Avenir e Mondiale. In Francia, come abbiamo scritto più volte, si cerca (disperatamente) la doppietta con il Giro. Le statistiche non gli sono minimamente d’aiuto, perché ogni volta che uno ci prova rimbalza. L’ultimo (ma vi sveliamo, anche l’unico) ad aver vinto Avenir e Giro Baby (diamo l’appelativo che è stato di moda un tempo, per una corsa che negli anni ha cambiato modalità e denominazioni) è stato Baronchelli nel 1973 e per fare esempi recenti di corridori che arrivavano con l’idea di raddoppiare mi vengono in mente: Sivakov nel 2017 dopo aver vinto il Giro arriva da favorito al Tour, esce di classifica, vinta da Bernal, ma riesce lo stesso, con una grande impresa, a conquistare una tappa in fuga da lontano l’ultimo giorno. Nel 2021 Ayuso domina il Giro davanti a Johannessen (Tobias) ma all’Avenir cade e si ritira e in Francia vince proprio il norvegese. Nel 2022 Leo Hayter vince il Giro, davanti a corridori come Van Eetvelt e Lenny Martinez, ma in Francia non sarà mai protagonista fino a ritirarsi l’ultimo giorno. 2023 Staune Mittet dopo aver stravinto un Giro di basso livello si ammala nella prima tappa dell’Avenir e si ritira. Nel 2024 Widar salta malamente di classifica il penultimo giorno quando era perfettamente in linea per giocarsela e Omrzel, invece, non riesce a stare con i migliori lo scorso anno nella corsa vinta da Seixas. Insomma non di grande auspicio per Finn.

Però Finn mi sa che è abituato a segnare record e sfatare tabù: è il primo italiano capace di vincere la corsa rosa per under 23 dai tempi di Cattaneo 2011, mica poco, e anche se dietro di lui in classifica c’è il nulla più assoluto (Scalco, che ambiva al podio, chiude 11°, poi arriva Cattani, buon 16° e un ritrovato Bessega 21°), portiamo pazienza, perché tanto ormai ci stiamo abituando a un ciclismo italiano che fatica con la classe di mezzo. La sua superiorità è stata tale da sembrare vederlo vincere con un filo di gas sia in salita che a cronometro. Per lo stile lo paragonano al campione del mondo sloveno, per me è più bellino da vedere Finn, così alto e slanciato in bicicletta, quell’altro, invece, con quelle misure tutte sue particolari sembra sempre appeso al manubrio e sul punto di cadere dal sellino. Per la facilità con cui si è sbarazzato della concorrenza (Ramirez e Bravo!) è parso avere quelle stesse categorie (un paio) di differenza che ha dimostrato Vingegaard con  suoi avversari al Giro.

Dicevo che di questo Next Gen volevo parlare anche, o soprattutto, o comunque porre in particolar modo l’accento sulle prove degli italiani delle squadre continental (italiane) perché a differenza di ciò che accadde lo scorso anno, quando Agostinacchio vinse una tappa, sì, ma per il resto furono poca cosa, quest’anno c’è stato modo per mettersi in evidenza. Matteo Fiorin ha vinto una tappa in volata, à la Gaviria”, Pizzi, Fabbro e Arrighetti ne hanno sfiorata una a testa. Il primo anticipando e venendo battuto proprio da Fiorin sul traguardo, il secondo nella tappa d’avvio vince la volata di gruppo battendo nientemeno che Donati e Delle Vedove e mangiandosi le mani perché davanti, della fuga, era rimasto solo Haugland. Il terzo è tornato a mostrare la qualità e la solidità degli anni scorsi sfiorando la vittoria a Bacoli, battuto, dopo essere stato in fuga tutto il giorno, dal solo Matisse Van Kerckhove, ovvero una dele stelline di questa corsa. Poi ci sono stati i piazzamenti nei 10 non da buttare, di certo, dei vari Menghini, Fantini, Lorello, Anastasia (che ha dimostrato di andare forte su diversi terreni), Gialli (che si è messo in mostra anche in fuga), e ancora di Fiorin, Fabbro e Arrighetti capaci di ottenere altre top ten di tappa. 

Un accenno anche ai primo anno: gli spagnoli Cubillas e Villate della Movistar, classe 2007, il primo di febbraio, il secondo di fine novembre, sono stati i migliori, rispettivamente 10° e 12° in classifica. Molto interessanti considerando poi che Cubillas è in assoluto uno dei migliori primo anno della stagione.

Poi ci sarebbe da parlare in ordine sparso, casuale, perché come detto troppe corse e alla fine mi ricordo ben poco, della vittoria di Piganzoli in Francia, la prima in maglia Visma, che diventano due perchè fa sue tappa e classifica finale della Route d’Occitanie che gli valgono il posto al Tour al posto di van Aert; di Lipowitz in Slovenia, che per vincere deve battere i suoi compagni di squadra e con la sua regolarità ambisce di nuovo al podio del Tour (per me sarà molto difficile). Pidcock vince in salita l’Andorra classic davanti a Verona, padrone di casa; Pidcock che chissà fino a dove vorrà spingersi al Tour 2026. Ha già provato a fare classifica in Francia, in Spagna c’è riuscito alla grande (podio alla Vuelta), ma la concorrenza alla Boucle sarà enorme: certo che in salita va molto forte e lo sta confermando. Punterà a una top ten che, visti i nomi al via del Tour, vale quasi come il podio ottenuto in Spagna lo scorso anno? Oppure lo vedremo solo giocarsi le tappe? Personalmente preferisco la versione meno sparagnina, ma chissà… la sua squadra raccoglierebbe punti molto pesanti in caso di piazzamento in alta classifica al Tour.

Ci sarebbe da parlare della sfida in Belgio tra gli sprinter più forti al mondo: Philipsen, Merlier, Kooij e a loro aggiungiamo pure Girmay. I quattro si ritroveranno (Decathlon permettendo che non ha ancora sciolto le riserve sulla partecipazione di Kooij) al Tour dove daranno il via a uno dei momenti di più alto livello per le volate degli ultimi anni. Noi, come ciclismo italiano avremmo un corridore che se la giocerebbe alla grande, Milan, ma il friulano non ci sarà e al Tour i nostri colori rischiano di essere meno che comparse.

Chiudiamo con la Svizzera dove lanciano segnali i giovani Widar e Martinez, finalmente, entrambi reduci da infortuni, stanno bene e valgono già il meglio in salita (Martinez lo sapevamo, Widar lo attendevamo) e si rivedono Vacek e Bagioli i quali, se non altro, fanno ben sperare che la Lidl possa essere di nuovo competitiva per le vittorie dopo un periodo difficile. Periodo difficle che continua per Tiberi che ha scelto il Tour al posto del Giro quest’anno perché, parole sue, gli si addice più di ogni altra corsa, lo stesso Tiberi che sosteneva come a lui piacciono le gare tirate dall’inizio. Nella prima tappa dello Svizzera si è staccato da mezzo gruppo a 80 km dall’arrivo sulla prima salita di giornata.

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