Per una volta bisogna dirlo: c’è stata un po’ d’Italia persino nel ciclismo maschile, parlando della scorsa settimana, quando, gli occhi degli appassionati, divisi in diverse parti d’Europa e del mondo, si sono soffermati in modo particolare sul Giro di Polonia (corsa World Tour) e Vuelta a Burgos (corsa .pro che inizia a lanciare messaggi in direzione Vuelta).

Il miglior Milan della stagione senza Allegri guarda un po’ inizia a fare sul serio, vince, verrebbe da dire che persino gioca bene e fa il diavolo al Giro di Polonia dove finisce per conquistare tre volate su tre, e va bene che il palcoscenico non era quello del Tour de France, anzi,  però vincere è sempre vincere e per ben due volte (la terza è stato declassato), il battuto portava il nome di Paul Magnier che al Giro d’Italia gli aveva fatto il mazzo tanto, nonostante una faccia agli antipodi di Charles Bronson, è stato il suo giustiziere dei pomeriggi di giorni da cani nella Corsa Rosa. Magnier, Hobbs, Magnier, Malucelli, Hobbs, Romele sono i nomi dei battuti (nettamente). Ok, non abbiamo detto Philipsen, Merlier e Kooij, ma quellì lì in realtà li ha già battuti e queste vittorie servivano per il morale, per mostrare la maglia di campione nazionale – un italiano, come ci ricorda il sempre bravissimo Michele Moretti, non vinceva una gara con la maglia Tricolore indosso dai tempi di Zana al Giro del 2023. Dopo di lui Bettiol rimase a secco, mentre l’ultimo vincitore del campionato nazionale è stato Filippo Conca che colse un jolly irripetibile e da lì in poi ha fatto fatica persino a concludere corse di medio livello, figuriamoci non dico vincere, ma nemmeno andarci vicino. Con questa tre vittorie Milan sale a 36 successi tra i professionisti, su strada, tra cui 24 nel World Tour, percentuale quasi pogacariana, numero di successi che, però, se ci pensate è pure (molto) poco per un velocista del suo calibro e potenziale. Prossimo obiettivo, ora, sarebbe quello di portare a casa una bella semiclassica come quella di Amburgo, domenica 16 agosto.

Non deve sorprendere come, in queste due settimane di agosto, i migliori corridori italiani siano stati, oltre a Milan: Ciccone, Scaroni e Pellizzari, ovvero colore i quali, insieme a Ganna (a riposo dopo il Tour), rappresentano il meglio del ciclismo azzurro. Scaroni è andato vicino più volte al successo di tappa in Polonia: battuto due volte dai Visma, prima Lemmen e poi Barrè, i quali, ironia della sorte, proprio contro il corridore della XDS Astana ottengono il primo successo in carriera. Scaroni andrà a vestire la maglia di leader prima della crono finale (vinta da Kung, dopo una stagione disgraziata finalmente si sblocca, mentre la classifica finale va all’ex megatalento Brenner, suo compagno di squadra, la Tudor vive una grande giornata al Polonia, in un’annata con più bassi che alti) e chiuderà settimo la classifica finale, davanti a Sobrero e Bettiol; Scaroni sarà, pochi dubbi, insieme a Ciccone, la nostra punta della nazionale (se ancora esiste una nazionale, mai come quest’anno c’è silenzio intorno, anzi facciamo un veloce gioco: senza cercare su Google, riuscireste a dirmi, a memoria, chi è il CT della Nazionale?)

Poi in Spagna, Vuelta a Burgos, Ciccone e Pellizzari, perlopiù. Anche perché nelle tappe stravinte da Brennan non c’era speranza di vedere qualche italiano inserirsi. Brennan che, dopo una prima parte di stagione complicata per via di malanni vari, sta entrando in forma (in grande forma come tutta la Visma che dopo il Tour sta raccogliendo un po’ ovunque) e che si candida a essere tra i corridori più in vista e vincenti tra fine estate e autunno. Lo storico dei due italiani sopracitati è interessante e li lancia verso un finale di 2026 ricco di soddisfazioni. L’abruzzese della Lidl-Trek: due secondi (dietro Onley e Gall) e un quarto di tappa (dietro Pellizzari, Onley e Gall) e il terzo posto nella classifica finale (dietro, nemmeno a dirlo, a Galla e Onley). Per Ciccone una stagione in cui proprio non riesce a sbloccarsi in alcun modo: quattordici volte nei primi sette, senza riuscire a vincere. Quando alzerà le braccia al cielo – l’ultima colta proprio un anno fa quando mise in fila San Sebastian e tappa proprio alla Vuelta a Burgos – ci sarà ancora più gusto. Ora, obiettivo classiche in Canada in preparazione al Mondiale, che, come abbiamo detto per Scaroni, vedrà i due come capitani – sempre che non vengano fuori strane scelte tipo quellò del 2025, in cui uno andò al Mondiale e l’altro ci riunciò per poi arrivare quarto all’Europeo. Vero che al Mondiale sarà impossibile vincere e proibitivo salire sul podio, ma i nomi per fare bene su un percorso del genere ci sono.

A questi, salvo stravolgimenti, andrà aggiunto anche Pellizzari il quale, dopo aver rinunciato per un malanno all’edizione del 2025, ce lo aspettiamo al via della rassegna iridata in Canada per andare a completare un terzetto di alto livello per l’Italia che su su percorso del genere, non si vedeva competitiva come potenziale da un bel po’ – discorso comunque che contestualizzerò più avanti, perché l’Italia potrebbe avere buone punte, ma anche gli altri non sono da meno.

Pellizzari che, dopo i piazzamenti di cui abbiamo parlato di Scaroni e Ciccone, lui sì che riesce a vincere conquistando l’ultima tappa della Vuelta a Burgos, confermandosi un corridore che, piano piano, si può rivelare anche un buon vincente con una certa regolarità. Categoria di cui, a parte Milan, ormai gli italiani non riescono a farne più parte. Da quando si è sbloccato sul finire della stagione scorsa, Pellizzari ha ottenuto altre 4 vittorie tutte nel 2026, per uno scalatore non è male. Stagione lunga e faticosa la sua, culminata con la grande delusione patita al Giro. Il suo calendario per questo parte finale di stagione lo vedrà impegnato nelle classiche italiane d’autunno dove potrà togliersi tante soddisfazioni vista la scaltrezza, le caratteristiche e la forma dimostrata in Spagna. Sperando che non rinunci al Mondiale, sarebbe un delitto.

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