Cosa resta della scorsa settimana? La ormai consueta irritazione di dover fare i conti con due corse importanti, prestigiose, come Parigi-Nizza e Tirreno-Adriatico che in alcuni casi sono arrivate praticamente in contemporanea: è qualcosa a cui siamo abituati, ma dà fastidio e quindi trovo doveroso sottolinearlo. Poi il calendario è talmente pieno che una sistemazione differente pare operazione complicata.

Gli americani conquistano Nizza: verrebbe da dire letteralmente ma con l’aria che tira non è il caso. Matteo Jorgenson ha una maglia gialla che luccica come non mai dopo giorni a prendere freddo e pioggia, si lancia sotto il sole a caccia del suo secondo successo consecutivo alla PaNi e non è che siano poi tantissimi prima di lui a fare come lui, alcuni meglio di lui: Kelly (7 successi totali e tutti in fila, record al momento inavvicinabile), Anquetil (5 successi totali, gli ultimi 2 in fila), Merckx (3 successi totali, tutti in fila), Zoetemelk (3 successi totali, 2 in fila), Jalabert (3 totali e tutti in fila), Poulidor (2 successi totali e in fila), Indurain (2 successi totali e in fila), Vinokourov (2 totali in fila), Schachmann (2 totali in fila).

Jorgenson si gettava a caccia, sulla Promenade des Anglais, facendo bene i conti, quanto bastava per conquistare la classifica finale e per non riprendere il connazionale Magnus Sheffield, 23 anni ancora da compiere e che, vincendo la tappa, si regalava il successo più importante della giovane e promettente carriera dopo essersi trovato più volte di fronte a bivi che avrebbe voluto evitare, dopo essere finito in un burrone in una giornata drammatica qualche anno fa, in Svizzera. Dedica il successo proprio a Gino Mäder, caduto con lui in quella maledetta discesa e scomparso in quel 16 giugno del 2023: «Ci sono tante persone che vorrei ringraziare, ma quella più importante a cui dedico questa vittoria è Gino Mäder. Sono due anni che non c’è più e sinceramente non pensavo di riuscire più a vincere nuovamente dopo quello che è successo. Il ciclismo è uno sport così duro dove nulla si può dare per scontato, come nella vita. Voglio solo godermi questa vittoria dopo tantissimi secondi posti». È il suo quarto successo in una carriera da professionista che iniziò alla grande nel 2022: una tappa alla Vuelta Andalucia a inizio stagione, ma soprattutto la Freccia del Brabante. Non aveva ancora vent’anni.

La Ineos, in generale, corre alla grande, sempre all’attacco, porta Arensman sul podio (raddoppiato con Ganna alla Tirreno). Le voci di una possibile fusione (o quello che sarà) con un’altra squadra, oppure l’arrivo di un nuovo sponsor, hanno messo il sale sulla coda dei corridori del team britannico che in un paio di mesi di gare hanno vinto quasi la metà delle corse conquistate nel 2024, ma soprattutto hanno un atteggiamento propositivo, sempre nel vivo della corsa. Una squadra che non è più solamente materiale per tormentoni (Ineos pulling in the peloton), ma attiva e capace di (ri)lanciare i propri corridori – anche Foss e Tarling protagonisti di questa corsa: occhio al giovane inglese nelle prossime settimane al Nord.

Ci sarebbe da aprire un capitolo intero su Jonas Vingegaard ma ci limitiamo solamente a dire quanto sia stata scellerata la decisione della sua squadra di lasciarlo correre dopo la caduta. Ha lamentato vertigini, non riusciva a frenare – in realtà faticava proprio a stare in gruppo – a cosa hanno pensato gli olandesi per non fermarlo in tempo? E l’UCI, quando accadono queste cose, da che parte sta guardando?

Alla Tirreno Adriatico, invece, abbiamo potuto ammirare l’ascesa di Ayuso, ne parliamo anche qui. Il giovane spagnolo si è dimostrato il più forte in salita e primo degli umani a cronometro. Si è difeso nelle tante tappe miste nonostante gli attacchi di Pidcock, van der Poel e Ganna – tutti e tre attaccavano o rispondevano con obiettivi differenti e saranno, insieme a Pogačar e Pedersen (ha disputato una grande Parigi Nizza) i favoriti per la Milano-Sanremo di sabato. Ayuso deve combattere con la continua presenza di Pogačar al quale, per ovvi motivi, viene sempre e continuamente paragonato. Corrono nella stessa squadra e al momento si dividono le corse: in quelle più importanti, ovviamente, si punta al campione del mondo. La presenza di Pogačar è come quella di un fastidioso fantasma che infesta la casa dei sogni di Ayuso: le domande che gli vengono poste in conferenza stampa tendono sempre a virare sullo sloveno. Il paragone per il modo di attaccare e fare il vuoto li accomuna, il palmarès, al momento, neanche lontanamente, ma sono due percorsi di crescita (ed età) differenti. Anche le sensazioni, però, sono diverse: se il campione del mondo affronta tutto col sorriso (pure troppo sorridente a volte, dirà qualcuno), Ayuso appare corridore più cupo, quasi misterioso. Per certi versi scalderà di meno le platee – ma il corridore c’è e arriverà al Giro con la possibilità di essere uomo, se non l’uomo, da battere.

Piccoli antipasti di Giro: Tiberi, terzo e Hindley, quinto, hanno dimostrato una condizione superiore alle loro aspettative, Gee, quarto, invece, conferma uno stato di forma assoluta: riuscirà a mantenerlo fino a fine maggio?

E poi una buona Italia, finalmente, trascinata dai leader del movimento, Ganna (vittoria alla crono e podio finale) e Milan (due vittorie e pure una brutta caduta) che arrivano al momento clou della stagione, quello delle classiche primaverili, supportati da condizione e motivazioni. E hanno ottenuto le risposte che cercavano. E poi c’è Vendrame, vincitore di tappa, di cui abbiamo già parlato settimana scorsa e il sopra citato Tiberi che alla quinta stagione da professionista ottiene il quinto podio in una (breve) corsa a tappe, il più importante in carriera. Ventitré anni, quasi ventiquattro, ora arriva il bello.