C’è un momento dell’anno in cui il ciclismo smette di essere un calendario e diventa un esame di coscienza e quel momento dell’anno per me coincide sempre con il Fiandre. Ogni volta che lo guardo ho la sensazione di assistere alla radiografia di un’epoca: quella dei watt, delle soglie, delle gerarchie che non si discutono più ma si misurano. Il Fiandre di quest’anno è stato esattamente questo: la sublimazione di un ciclismo che non ha più bisogno di metafore. Pogačar ha preso la corsa, l’ha aperta come un manuale e ha mostrato a tutti dove si trovano i capitoli che contano. Gli altri, semplicemente, hanno seguito. Non c’era spazio per interpretazioni.

La settimana successiva, la Roubaix ha fatto il contrario: ha preso la stessa epoca e l’ha sporcata di polvere, rumore, casualità. La addomesticata rendendola romantica e accessibile ai cuori che si inteneriscono più facilmente. Pradossalmente lo ha fatto la corsa che, per antonomasia, meno si lascia addomesticare, e forse per questo continua a essere l’unica che riesce a sorprendere anche quando non dovrebbe. Van Aert ha pedalato come uno che ha deciso di presentare il conto a un destino che gli aveva già tolto abbastanza, ma non è di lui che voglio parlare, perché su van Aert si è già detto tutto e si continuerà a dirlo, almeno finché avremo fiato in corpo, dita che battono sulla tastiera fino a che non rimarranno che moncherini. Solo questo: la sua vittoria è stata la prova che la Roubaix, quando vuole, sa ancora restituire qualcosa – nonostante io da sempre sia alla guida del partito degli scettici che non crede ad alcun tipo di giustizia nel mondo, figurarsi nel ciclismo.

Finita la Settimana Santa, io entro sempre in una specie di calo nervoso. È un fenomeno che conosco bene: l’adrenalina si spegne, la tensione si scioglie e resta solo una specie di vuoto che non so definire. A volte mi viene da ridere, un riso breve e quasi isterico, quando penso alla Liegi che ci aspetta. Una corsa che oggi faccio fatica a definire Monumento – un po’ come il Lombardia – soprattutto se paragonato a ciò che ci siamo lasciati dietro. Monumento a cosa? Alla prevedibilità? Alla mancanza di alternative? Alla geografia che non riesce più a generare conflitti? Lasciamo stare.

Le pietre, almeno, non mentono. Le pietre giudicano. Le pietre non hanno bisogno di giuria. Pogačar al Fiandre ha messo tutti in un angolo come si fa con i bambini troppo vivaci, e alla Liegi gli mancano pure gli avversari. Remco è l’unico (forse, andiamo più in giù con la lettura e capiremo) che potrebbe dargli fastidio, ma è un discorso a parte. La differenza tra quei due (tre?) e il resto del mondo è un canyon scavato da anni di talento, ossessione e cattiveria agonistica. E quando arrivo alla Liegi, ogni anno, mi chiedo perché continuiamo a fingere che sia una corsa aperta.

Arrivati al Brabante che si correrà oggi (venerdì 17 per chi legge), invece resto sempre affascinato: è la corsa che divide chi ha ancora qualcosa da dire da chi ha solo qualcosa da ricordare. Che unisce chi ama parlare di pietre e chi resta a bocca aperta davanti alle prime côtes. Non è una Monumento, non è un rito collettivo, non è nemmeno una gara che si tramanda nei racconti. È un passaggio di stato. Una soglia. Una porta che si apre su un territorio dove non basta più essere in forma: bisogna essere presenti. Il Brabante non perdona l’indecisione. Se esiti, sei già fuori. Se ti nascondi, non ti ritrovi più. Vediamo anche con che tempo si correrà.

Poi domenica arriva l’Amstel, corsa con un fascino sempre particolare, nonostante la birra imbevibile. È una delle poche gare dove Pogačar ha perso negli ultimi anni, ma perso veramente, non come in Canada dal suo compagno di squadra McNulty. Ha perso come accade di rado e già questo basterebbe a darle un’aura diversa. Quel giorno Skjelmose tirò fuori un numero che non saprebbe ripetere nemmeno sotto ipnosi. Una di quelle azioni che riescono una volta sola, come se il ciclismo avesse deciso di concedergli un bonus irripetibile. Non l’ha più ritrovato, e non lo ritroverà probabilmente. Ma l’Amstel vive anche di questo: di episodi che non si spiegano, di deviazioni dalla logica che non si ripresentano.

Intanto, mentre le Ardenne si avvicinano, c’è una squadra che sembra aver perso la propria identità: ed è proprio la Lidl di cui Skjelmose fa parte. Una formazione che negli ultimi anni aveva costruito una reputazione di solidità, di affidabilità, di capacità di leggere le corse come pochi altri. Quest’anno, invece, sembra un organismo che ha smarrito il proprio ritmo circadiano. Infortuni, malanni, controprestazioni: un elenco che si allunga con una regolarità quasi inquietante. Pedersen fa quarto al Fiandre e sesto alla Roubaix – e magari fossimo noi a “sottoperformare” così – ma è l’eccezione in un reparto che sembra aver perso la bussola. Le classiche e le corse a tappe procedono come se qualcuno avesse invertito i cartelli della preparazione.

Certo, peseranno nelle prossime settimane le assenze di Nys, la forma così così di Withen Philipsen, le incertezze di Skjelmose e Ciccone, i soliti dubbi sulla continuità di Bagioli. Felice, eventualmente, di essere contradetto e smentito.

E mentre la Lidl si interroga, il calendario non aspetta. Le corse arrivano, giudicano, archiviano. E in mezzo a questo flusso continuo, in mezzo a questa confusione di segnali, emerge un nome che non si può ignorare: Seixas.

Vedendogli vincere in quel modo i Paesi Baschi mi ha dato la sensazione netta che qualcosa si fosse spostato. Vincere quella corsa a diciannove anni non è precoce: è indecente. È un atto di arroganza sportiva che non si vedeva da tempo. Evenepoel aveva fatto cose simili, sì, ma non con questo cast di avversari, non con questo percorso, non con questa naturalezza da predestinato che non ha voglia di aspettare nessuno. Seixas non sembra un giovane che cresce: sembra un adulto che ha deciso di arrivare in anticipo.

Ora, la teoria su cui sto per basare il mio concetto è molto semplice: ho sempre pensato avrebbe incrociato la parabola discendente di Pogačar tra due o tre anni, ma invece si mette in moto ora, da subito. La pratica è stata brutale: la parabola l’ha incrociata adesso. Uno che batte Lipowitz, il terzo dell’ultimo Tour, dandogli due minuti e mezzo non è un prospetto: è un problema per gli altri. E allora la domanda diventa inevitabile: perché aspettare per andare al Tour?

Tre settimane fa avrei detto fosse presto. Oggi mi sembra quasi tardi. Seixas deve andare al Tour e lo deve fare subito. Domani sarà già tardi. Non perché lo vincerà – quello è un altro discorso, Pogačar e Vingegaard alzeranno ancora il loro livello, ci sono pressioni inimmaginabili per tutti sulle spalle del transalpino – ma perché certe finestre non si riaprono e bisogna provarci. Lo sport non è un romanzo: non ti aspetta. Molto banalmente ogni stagione può essere diversa e il corridore della Decathlon ha già dimostrato oggi che ci può provare.  Alla Strade Bianche è quasi rientrato sul campione del mondo, ai Paesi Baschi ha dominato come pochi prima di lui, e ora lo guarderemo nel prossimo fine settimana sulle Ardenne con la sensazione che ogni corsa possa essere un capitolo definitivo. O forse non dirà niente: i fenomeni parlano quando vogliono, non quando gli si chiede. Ma sarà un altro messaggio chiaro che ci dirà fino a dove potrà arrivare, sin da subito.

Arrivati a questo punto della stagione, ogni anno, mi ritrovo a fare lo stesso esercizio: capire dove finisce l’onnipotenza di Pogačar e dove comincia la fisiologia. È un confine sottile, quasi invisibile, che si sposta di stagione in stagione. Pogačar resta il più grande di tutti, forse pure di sempre, scusate nostalgici merckxiani, quello che negli ultimi mesi ha vinto Sanremo, Fiandre e ha perso la Roubaix per un soffio che sembrava scritto. Eppure, anche lui, ogni tanto, lascia intravedere un lembo di coperta che si accorcia.

Non è un difetto. È un dato. Pogačar apre il gas e fa subito distacco: è la sua natura. L’accelerazione iniziale è il suo superpotere. Ma poi deve tenere quella velocità e lì la fisica diventa democratica. In salita è un massacro: il rapporto peso/potenza lo porta in un’altra dimensione. In pianura, invece, contro van Aert, van der Poel o il miglior Pedersen, non basta. La Roubaix lo ha mostrato con una chiarezza quasi crudele: quando non c’è pendenza, il mondo diventa piattume anche per lui. Alla Roubaix il buco non si è aperto. Non perché non avesse le gambe, ma perché la corsa non glielo ha permesso. La Roubaix è una gara che non concede vantaggi strutturali a chi domina in salita. È una corsa che livella, che schiaccia, che riduce tutto a una questione di inerzia, posizione, resistenza al caos. Pogačar lì non può imporre la sua legge: può solo provare a piegarla. E quest’anno non è bastato.

Alla Liegi, invece, non farà prigionieri. La geografia è dalla sua parte. La storia anche.

C’è poi un altro aspetto che osservo sempre con attenzione: il modo in cui ha recuperato alla Roubaix dal secondo incidente meccanico. Lo ha fatto subito, come avesse avuto un acceleratore che gli altri non trovano mai – nessun sottinteso, è una metafora, sia chiaro. È un rientro verticale, immediato, quasi offensivo. Van Aert, invece, è rientrato gradualmente, con quella sofferenza calcolata che sembrava agonia e invece è mestiere. Sono due modi diversi di interpretare la stessa necessità: non perdere contatto.

Alla Sanremo, pendenze poco esigenti, Pogačar non ha staccato Pidcock. E senza il taxi sul Poggio sarebbero stati ripresi.

Quello che mi interessa, però, è un’altra cosa: Pogačar resta il più grande, ma non è solo, ma la sua grandezza spinge gli altri a migliorarsi, almeno chi ne ha le facoltà. Seixas sta arrivando, Remco ci prova, van der Poel e van Aert non spariscono, anzi, hanno torvato la forza per batterlo. La coperta non è corta perché lui peggiora, ma perché gli altri migliorano e la fisica a volte si applica a certi terreni. E questa, per il ciclismo, è la migliore notizia possibile.

Arrivato al capitolo sugli italiani, di recente  mi ritrovo nella stessa posizione: a metà tra la constatazione e la rassegnazione. Donati che vince la Roubaix U23 è una notizia, certo. Non è mai banale vincere quella corsa, nemmeno tra i giovani. L’ultimo italiano a riuscirci era stato Ganna nel 2016, e questo dovrebbe bastare a spiegare quanto sia raro il fenomeno. Ma non mi illudo: il valore prognostico delle categorie giovanili è sempre più basso. Le gare U23 sono un territorio dove tutto è possibile e quasi nulla è trasferibile.

Donati è veloce, resistente, scaltro. Ha un’idea chiara di come si sta davanti. Ha già dimostrato di essere molto forte tra i professionisti, dove ha già vinto. Ma la domanda è: può fare una top ten in una Roubaix vera? Non lo so. Non lo sa nessuno. E forse è meglio così. Perché la domanda, in realtà, non riguarda lui: riguarda noi. Riguarda il sistema che dovrebbe accompagnarlo, sostenerlo, proteggerlo, e che invece continua a perdere pezzi come una macchina che nessuno porta più dal meccanico.

Extra Giro annuncia tre gare e poi le cancella come se nulla fosse. Il Laigueglia perde la diretta tv. Le corse spariscono dal calendario con una leggerezza che non dovrebbe appartenere a uno sport che vive di territorio, di radici, di continuità. E mentre il sistema si sfalda, i corridori fanno quello che possono. Ganna, il migliore in Francia, fa venticinquesimo alla Roubaix, avrebbe lottato per il podio senza caduta; Bettiol il migliore in Belgio, ventitreesimo al Fiandre dove Trentin cade quando non dovrebbe, altrimenti avrebbe lottato per un posto intorno alla decima posizione. Borgo e Mattio tra i giovani ci mettono la faccia e in questo momento sembra già molto più di quanto il contesto meriti. Il primo arriva al traguardo sia di Fiandre che di Roubaix, stakanovista tra i giovani del World Tour, ha disputato praticamente ogni corsa della campagna del Nord. Esperienza che un giorno servirà a essere una delle nostre punte in queste corse. Il secondo ha già la fiducia di un top team come la Visma che se lo porta alla Roubaix e lui ripaga dando una mano concreta. Quando il gruppo si sfalda e restano in una cinquantina poco prima di Arenberg sono presenti tutti e due. Ci aggrappiamo a questo.

Il problema del nostro ciclismo, è chiaro, non sono i corridori. Il problema è tutto ciò che li circonda. Un movimento che non riesce a garantire stabilità non può pretendere risultati e ogni volta che guardo una classica del Nord, un grande giro, un Mondiale in cui ormai siamo poco più che presenze, mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno decida di affrontare la questione con la serietà che merita. Un sistema che a livello di infrastrutture, politica, di corse, di squadre, di governo, di idee, non fa stare allegri – per usare un eufemismo.

Ultimissima cosa dalla Roubaix degli Under 19. Vince Thijs Wiersma. Chi non conosce il suo nome se lo segni perché parliamo di un fenomeno nel pattinaggio su ghiaccio pista lunga, d’inverno, e di un corridore che oggi è già tra i più forti juniores anche in bicicletta. Non ha ancora scelto cosa fare da grande, e non vorrebbe nemmeno sceglierlo e al momento si gode lui e ce lo godiamo noi, entrambi gli sport, poi vedremo, ma occhio perché questo va forte forte, davvero forte. Si allena in bici da cinque settimane con due obiettivi: Roubaix e mondiale a cronometro. Dice che il pattinaggio è utilissimo per ottenere l’esplosività che gli serve, soprattutto sul pavé. Sul futuro, lui che molto probabilmente finirà alla Visma, anche se quando glielo chiedono fa finta di cadere dalle nuvole, chiosa così: Voglio praticare entrambi gli sport il più a lungo possibile. Non ho intenzione di scegliere. Se possibile, continuerò a farli entrambi ai massimi livelli.

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