Ogni mattina, forse sarebbe il caso di dire ogni notte, scegliete voi, un signore, si alza dal letto, si siede sul divano della sua casa negli Stati Uniti d’America, e accende il televisore sull’emittente che trasmette il Giro d’Italia: suo figlio si chiama Sepp, ed è in corsa. Dicono sia un gregario, per giunta del corridore in maglia rosa, Jonas Vingegaard che, ormai, alla diciannovesima tappa, ha già vinto il Giro e attende solo una domenica di fine maggio a Roma per esserne certo. Dicono sia un gregario e tutto lo fa presupporre perché è sempre davanti al gruppo a tirare per il proprio capitano. Eppure quell’uomo, più o meno allo stesso modo, l’ha già visto vincere due tappe alla Vuelta, una al Tour e, l’anno scorso, pure la classifica generale della più grande corsa a tappe spagnola. Se suo figlio è un gregario, è un gregario di lusso però, se vince, lo fa sempre perché qualcuno gli dice che può farlo. Altrimenti sorveglia, da davanti, da dietro, dal fianco.

La televisione di Dolph è accesa in questo venerdì. Sabina, invece, la madre di Sepp, è in montagna: ha viaggiato molto per arrivare in Italia, dagli Stati Uniti. Ed ha camminato molto sui sentieri delle Dolomiti mentre attendeva che il gruppo portasse ad Alleghe Sepp. O, forse, che Sepp portasse ad Alleghe il gruppo. Alla fine, da distanze diverse, sia Dolph che Sabina hanno visto Sepp da solo, davanti a tutti, senza nessuno a cui fare strada: lui e la sua ombra. Perché nel giorno in cui il Giro d’Italia affronta Duran, Coi, Palafavera, Forcella Staulanza, Giau e Falzarego, quel gregario ha avuto un giorno di quelli rari per i corridori nel suo ruolo, un giorno di libertà, e ha vinto. Negli Stati Uniti è quasi mezzogiorno. Dolph è un uomo cresciuto ormai, ma è quello stesso ragazzo che sciava a Leadville ed era una leggenda. Anche Sabina è una donna cresciuta, tuttavia è la stessa che, pur sorda da un orecchio, suonava l’ukulele a suo figlio e lo portava a scoprire la neve in un vecchio zaino. Si conobbero a Durango, Dolph e Sabina: lui, per l’appunto, veniva da Leadville, dove in molti arrivavano da lontano sperando in qualcosa e non sapevano quanto avrebbero dovuto soffrire, faticare, per trovarlo. Dolph spegne la televisione e prende un telefono. Sabina prende le braccia di Sepp e le stringe forte.

Poco più in là, Giulio Ciccone è a terra. Beve, respira, torna a bere. Lui, oggi, ha attaccato con dentro tutta la disperazione ciclistica possibile. Forse gli appartiene in questo Giro d’Italia, lui che ha preso la maglia rosa e l’ha persa sotto il diluvio dopo averla dovuta nascondere sotto una mantellina per non farsi entrare l’acqua pure nelle ossa. Lui che ha attaccato più e più volte e spesso con gambe d’oro, ma, per una ragione o per l’altra, la fuga non è arrivata . Lui che, quando era in fuga e la fuga è arrivata, forse, non aveva la migliore giornata. E poi quella maglia del gran premio della montagna che indossa da giorni ma appartiene a Vingegaard. L’attacco figlio della disperazione ciclistica è un attacco di rabbia, di sfogo, di nervi. Talvolta è anche un attacco dopo un’incomprensione, un fraintendimento, una discussione. L’ultimo scatto di oggi è proprio questo, dopo una discussione con Einer Rubio. Giulio Ciccone perde la pazienza e se ne va in preda ad una lucida disperazione e a tutte quelle volte che non ha vinto e avrebbe voluto. Può piacere o meno l’abruzzese, questo perché figlio della sua verità. Non controlla, non nasconde, non omette. Preferisce il tutto a cuore stracciato e mani vuote, piuttosto che il niente ragionato. Scende come un disperato, sale come un disperato. Resiste come un disperato con in mente la vittoria. Cede, eppure ha ancora rabbia dentro, ha ancora voglia, pure lì sull’asfalto, avvolto da una salvietta per il sudore. La maglia azzurra è sua. Partirà ancora, in cerca di una speranza non sapendo mai esattamente quanto gli costerà.

Tuttavia nemmeno Dolph lo sapeva quando è partito per Durango. Nemmeno Sabina che suonava l’ukulele e lo sentiva solo da una parte. E manco Sepp Kuss quando è partito per andare a riprenderlo mentre era ancora lontano. Disperati, sì, ma non senza speranza. Anzi.

Privacy Preference Center