«Il mondo. Sarebbe cambiato soltanto il nostro modo di osservarlo e pensarlo, che è l’obiettivo cui tende ogni vero artista, ogni vero innovatore: l’unica rivoluzione che ormai ci è concessa».
– Franco La Polla
Ogni volta che un corridore dice basta non è una semplice pagina che si chiude, la scritta fine che a volte puoi trovare in fondo a un libro, la sbarra che chiude una strada: non oltrepassare. Quando un corridore dice basta è il tempo che passa, è la vittoria più netta e schiacciante della relatività. Quei granelli di sabbia che scendono veloci da una clessidra e non hanno mai bloccato l’ingranaggio se non – forse – in qualche nostro sogno.
Vola davvero da strapparti via il cuore, questa convenzione chiamata tempo? Ci pensavo pochi giorni fa osservando una foto di Geraint Thomas da giovane. L’ho confrontata con una delle ultime di queste settimane, a pochi giorni dall’annuncio del suo ritiro che avverrà a fine stagione – era nell’aria, il segreto di Pulcinella lo chiamano a Napoli. Basette, chioma riccia, sguardo – perché lo sguardo non mente mai – di chi sembra capitato per caso nel tritacarne del ciclismo, ma che avrebbe potuto affrontare con la stessa verve e disinvoltura qualsiasi altro mestiere. È cambiato poco, negli anni, ma in che senso? Qualche ruga a solcare il viso, per l’appunto, è l’usura; gli occhi vispi, giudici pronti, prima ancora di quella lingua veloce, sempre tagliente, più che spada un fioretto capace di intrattenere come quasi nessun altro in un mondo allappato come quello del ciclismo. Avete mai provato a mangiare un caco acerbo? Immagino di sì, ecco: spesso, senza personaggi come G, il ciclismo ti lascia questa sensazione.
Alzi la mano chi non avrebbe visto benissimo G nelle vesti di intrattenitore, mica per forza televisivo, ma anche semplicemente l’amico che si siede di fianco a te al pub e – pinta di birra dietro l’altra, sua grande passione – te la racconta, commentando ogni argomento con quel mix tra il cinico, l’ironico e il disinvolto di chi ha una marcia in più, guardando la televisione appesa a un muro scolorito che manda le notizie più importanti del giorno. Lo fa davvero! La disinvoltura con il quale spiega di Bernal al termine del successo del ragazzo colombiano al Tour è quella di chi ha mente fresca e gola schiarita da quel nettare biondo e schiumoso: «La cosa più bella che mi viene da pensare in questo momento è che quando avrò 45 anni e sarò brutto, grasso e ubriaco al pub, vedrò Eganito vincere il suo decimo Tour de France potrò dire: guardatelo, a quello lì gli ho insegnato tutto quello che sa».
Al termine di ogni periodo di corse, magari stressante da tenerlo con la mente così lontano dalle sue cose, ha sempre sentito il bisogno di ricaricarsi nel suo Galles. «Nell’ultimo periodo dopo il Tour de France sono stato ubriaco 12 giorni su 14», ha detto una volta, ma di questi divertenti aneddoti ne sono piene le sue interviste sul web.
Eppure ha fatto parte di un sistema che ha rivoluzionato il ciclismo, quello britannico del Team Sky, che si è inserito nel mondo delle due ruote e ne ha amplificato diversi aspetti, tecnici, di preparazione, tattici, a volte esasperandoli, a volte finendo nella bufera delle polemiche. Un contesto quasi casto e monastico visto da fuori, fatto di regole ferree che poco sembravano addirsi a un carattere del genere. G è passato con disinvoltura da pistard capace di medaglie olimpiche, e che a volte si staccava in pianura nelle corse a tappe, a vincitore di un Tour de France, e in mezzo è andato forte anche al Nord. Eppure, in questo quadro, G ha sempre lasciato trasparire una vita da corridore vissuta con leggerezza e disincanto. Noi non potremmo immaginarlo diversamente. Come un disegno appeso al muro da decenni. In sella alla bicicletta e una birra pronta a farsi scolare a fine tappa. Perché ogni volta che un corridore dice basta, si chiude un’epoca, ma quando a fermarsi è uno come Geraint Thomas è come se si fermasse uno di noi.
Da alvento #38