Erano quelli i tempi in cui abbiamo imparato a familiarizzare con un ragazzo spagnolo, di Pinto, che in salita scalava “en danseuse” e che, al traguardo, mimava il gesto di una pistola che, sparando il colpo, centra il bersaglio: impeccabile, infallibile. Era Alberto Contador Velasco, di fatto solo Alberto Contador, spesso, nella cronaca, Contador, la maggior parte delle volte “El Pistolero”, in onore di quel gesto che segnava la felicità dopo ogni successo. Era il mese di luglio del 2007, il Tour de France numero novantaquattro, nell’estate successiva a quella in cui l’Italia del calcio sollevò la Coppa del Mondo. Un anno dopo, la maglia azzurra dell’Italia era ancora la preferita nei campetti di calcio degli allora adolescenti e c’era un certo orgoglio nel vestirla. In Francia, invece, si ricordava la sconfitta, ma il Tour de France è da sempre la cura per i cugini d’Oltralpe, ogni ferita si ricuce come le crepe dell’asfalto bruciato dal caldo. Contador non aveva ancora venticinque anni e competeva anche per la speciale classifica dedicata ai giovani, quella che assegna la maglia bianca. Di rivali ne aveva: Carlos Sastre, Haimar Zubeldia, Oscar Pereiro, Alejandro Valverde, Cadel Evans, soprattutto Michael Rasmussen. Non una storia facile quella di Alberto Contador: tre anni prima, al Giro delle Asturie, accusò capogiri, mal di testa e cadde a terra. Si trattava di aneurisma cerebrale congenito. L’operazione gli salvò la vita e gliela cambiò, nella visione e nell’approccio alle situazioni. Quella pedalata, quasi come danzasse, è il ritratto della leggerezza di un fenomeno in salita e, forse, anche qualcosa in più.

Contador è cresciuto con Marco Pantani e sulle salite lo ricordava. Ma quando c’è qualcuno che se ne va da solo, mentre la strada sale, il pensiero va al Pirata, chiunque sia. Non fa notizia. Vestiva la maglia della Discovery Channel quell’anno e fino alla sedicesima tappa, quella con arrivo al Col D’Aubisque, non pensava certo che avrebbe potuto vincere il Tour. Era secondo in classifica generale e pagava oltre tre minuti da Michael Rasmussen, casacca Rabobank, che pareva dominare il Tour. Il giorno seguente, però, l’olandese sarebbe stato cacciato dalla corsa e dalla sua squadra in seguito a non corrette informazioni fornite sulla reperibilità e necessarie in tema di controlli antidoping. Alberto Contador passò in giallo quel giorno e da lì non lasciò mai il simbolo del primato, grazie anche ad una squadra tra le più forti: accanto a lui, Leipheimer, Popovych e Hincapie, fra gli altri. Ma il suo Tour non iniziò di certo lì. Pochi giorni prima, a Plateau-de-Beille centrò il successo, sparò, centrò il bersaglio: la prima vittoria nella corsa francese, che tornò a dominare due anni dopo, nel 2009. La prima vittoria nel suo stile. Quello dei fenomeni a cui pare riuscire tutto facile. Stefano Zanatta, in un’intervista, ci ha raccontato di aver seguito con Contador in auto un corridore del Team Polti, anni fa: «Alberto commentava tutto con naturalezza: “Ora cala, poi aumenta, gli altri non reggono, lui vince”. Ad un certo punto mi sono voltato e gli ho detto: “Alberto, gli altri non sono come te. Tu avresti fatto così. Ma i fenomeni, i Contador, si contano sulla punta delle dita”. Abbiamo sorriso». Erano i tempi di Alberto Contador.

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