Casa era, per Alberto Bettiol, un condominio di Castelfiorentino. Un ragazzino come tanti che abitava con i genitori al terzo piano, al secondo, invece, aveva un appartamento il presidente di una squadra ciclistica locale. Sostiene Bettiol che se la sua famiglia non avesse avuto casa lì, lui forse non sarebbe mai diventato ciclista perché suo padre, il babbo, non l’avrebbe mai accompagnato ad iscriversi a quella società. Era già ironico, scherzava, rideva ed a tratti tirava fuori la vena toscana che ancora oggi ripesca, nelle espressioni, nei modi, nella capacità di essere fumantino e poi aver voglia di fermarsi a parlare e raccontare storie. Ma nella sua testa non c’è mai stato solo il ciclismo, c’erano gli amici, c’erano altri sport e c’erano pure i libri di scuola. Anche adesso ogni tanto si dice che vorrebbe studiare e non solo fare fatica su quella bicicletta.
Poi arriva un giorno come questo: la tredicesima tappa del Giro d’Italia parte da Alessandria, arriva a Verbania, ci sono due strappi, Bieno e Ungiasca. Lui non abita più a Castelfiorentino, ma ad un’ora da qui. Ha tante persone che gli vogliono bene da queste parti e, quando Filippo Ganna gli ha parlato del fatto che al Giro ci sarebbe stato un arrivo così, ha pensato che non sarebbe stato male “fare Bettiol” il ventidue maggio. E l’ha fatto. Adesso, però, è un ciclista di mestiere: ieri sera sarà andato a letto presto, dopo i massaggi ed una cena studiata con i nutrizionisti. Stamani avrà fatto tutto “per benino” e, quando la fuga ha cercato di andarsene, lui è riuscito ad entrarci. In un certo senso stava tornando a casa e quando si torna a casa si prende sempre la rincorsa. Soprattutto se di mestiere fai il ciclista.
Al telefono, una sera di autunno di qualche tempo fa, ci ha raccontato di quando vinse la Coppa d’Oro. Era in albergo, a far baccano con i compagni di squadra: è andato a letto alle quattro ed il giorno dopo nessuno lo teneva. Di alberghi ne ha visti tanti e quanto sono cambiati gli hotel in questi anni, di giovani pure, e quelli non sono cambiati, ma il ciclismo sì. Così una notte simile non sarebbe possibile in questi tempi ed a lui dispiace, perché per fare Bettiol come lo fa lui serve un’infanzia così. Magari non si vince tanto a fare Bettiol, però si vince in un certo modo, come in un certo modo si sta in fuga. Toscano pure lì. A tratti agitato, a tratti pensieroso. A tratti sofferente, a tratti gioioso. Capace di sbracciarsi e di non farsi vedere. La strada di Ungiasca la conosceva a memoria, quella che sale e quella che scende. I ciclisti non hanno molti libri nelle trasferte, qualcuno magari sì, ma c’è altro da fare. Hanno il libro della corsa, il Garibaldi e studiano lì. Però conoscere fa anche parte di questo sport, che non è solo fatica, non è solo watt, non è solo potenza. È anche cervello, mente, comprensione e applicazione. Alberto Bettiol aveva studiato anche questa volta. Perché poi lo studio non è solo la scuola, è un modo di vivere il contorno con consapevolezza. Il contorno di un ciclista è la strada che lo porta altrove oppure a casa. Magari anche per questo Filippo Ganna si stacca mentre si sale e ci si avvicina a Verbania. La fuga non è riuscito a prenderla e ora gli attaccanti sono a circa dieci minuti. Era troppo controllato, come normale che fosse. Là, in fondo, forse è riuscito a stare dentro alla sua città, ai suoi posti. Non c’è paragone, davanti sarebbe stato meglio, però prima di ripartire guardarsi attorno è una boccata d’aria.
Alberto Bettiol, invece, davanti, teneva d’occhio Leknessund, che in salita gli ha rosicchiato metri. Non ha perso la pazienza, non ha fatto fuori giri. Ha controllato, ai centocinquanta metri dal Gran Premio della Montagna si è alzato sui pedali, in una curva ha affiancato Leknessund, mentre la gente gridava come gridano le acque del lago in certi giorni, tra un’acrobazia di felicità ed una di rabbia. I metri che ha preso nessuno glieli ha più ripresi. “Aveva sotto una Ferrari”, questa volta davvero. Sì, la sua bicicletta. Ha usato questa frase per descrivere la prima bici in carbonio, comprata quando aveva sedici anni. Non era nemmeno chissà cosa, ma a lui pareva un missile. Pure le biciclette sono cambiate e quelle dei professionisti sono un’altra storia. I corridori ci sono affezionati però sanno che la macchina perfetta del loro lavoro sta dentro, non fuori. Anche se senza bici non sarebbero tali. Sta dentro e a casa. Per questo Alberto Bettiol, che vince la sua seconda tappa al Giro d’Italia, dopo Stradella nel 2021, parla di tutti quelli che lo aspettavano, di tutte le persone che conosce qui e la voce gli cambia. Alla fine ci sta. La radice del suo lavoro, però, non è cambiata, e la prova sta in questi giorni, in cui è felice eppure è lo stesso. La radice non si vede ma senza di quella non c’è albero. Senza di quella non ci sarebbe più quel condominio di Castelfiorentino, l’appartamento al terzo piano e quello al secondo.