È necessaria forza, follia e una manciata di oblio per fare quel che Tadej Pogačar ha fatto nella sesta tappa del Tour de France: da Pau a Gavarnie-Gèdre, passando, soprattutto, per Aspin e Tourmalet. Perché senza gambe non si può attaccare a quarantadue chilometri dal traguardo, in pieno Tourmalet, e sperare di andare all’arrivo. Non ci si può riuscire, rifilando oltre due minuti al secondo, Jonas Vingegaard, vincitore dell’ultimo Giro d’Italia, e quasi tre a un gruppetto comprendente Isaac Del Toro, Remco Evenepoel e Paul Seixas. Follia, sì, perché sarebbe contro ogni tattica, ogni lucido consiglio della ragione, appena alla sesta tappa di un Tour de France stretto nella morsa del caldo e con davanti due settimane e mezzo, inoltrandosi in Francia, in luglio. Ma Pogačar sta costruendo un ciclismo parallelo che lascia indietro tante cose: il dubbio dell’attacco, ad esempio. A fine anni novanta, dicevamo che gli attacchi di Marco Pantani si percepivano nell’aria, si fiutavano quasi fossimo segugi della bicicletta, in cerca di una traccia. Per Tadej Pogačar non serve annusare l’aria: il suo attacco è costante, appena c’è una minima possibilità. La gente lo sa e va sulle strade cosciente del fatto che avverrà. La gente lo sa e, talvolta, se ne lamenta. Sarà divisivo anche lui, come tutti coloro che hanno qualcosa da dire, da dare. E ce ne faremo una ragione. Una manciata di oblio perché, pure dietro quella leggerezza da ragazzino in piena scorribanda, ha il peso di tutto quel che Pogačar muove e smuove e quando diventi Pogačar non è possibile non farci i conti e prendere solo il bello. Non scherziamo. Ha raccontato di essersi svegliato stamani alle sette e di aver sentito un’emozione particolare, una forte voglia di correre. Quell’oblio necessario per non farsi ingabbiare solo dai successi.

È necessaria forza, follia e una manciata di oblio anche per fare quello che ha fatto Jonas Vingegaard. Non solo oggi. Da quando sulla sua strada si è trovato l’altro, lo sloveno, il campione del mondo, il plurivincitore di tutto quel che si può contare parlando di ciclismo. Non che Vingegaard non abbia vinto nulla, tutt’altro, e conoscete l’atleta ed il talento. Si è però trovato sulla sua strada qualcuno fuori da ogni canone immaginabile e da questo dipende, di fatto, parte della sua carriera. Capitano atleti dal “destino vingegaardiano”: coloro che se fossero nati in un altro periodo storico avrebbero dominato ogni scena. Invece si ritrovano nel loro tempo e sono campioni ma sempre senza una parte. Sembra che Felice Gimondi realizzò questa realtà contro Eddy Merckx una notte, davanti al mare, in Spagna, parlando fino a tardi con il proprio direttore sportivo. Forse, fra qualche anno, sapremo qualcosa di simile anche per il danese, ad oggi ci fermiamo a quel che si è visto.

Alla lacerazione, perché di fatto questa è stata: la squadra di Pogačar a fare l’andatura, a sfinire gli avversari, fino a quando la sua accelerazione è risultata fatale. In quel momento, lo sloveno stava attaccando quel che restava di ciclisti già sfiancati: nei volti, nei muscoli, nel respiro, persino nei pensieri. Jonas Vingegaard ha provato a rispondere, non ce l’ha fatta. Ha creduto di poter rientrare, quando non era a più di settanta, ottanta metri. Si è illuso, ci ha sperato, ma quello se n’è andato e all’arrivo, l’abbiamo detto, il distacco è stato di oltre due minuti. L’impossibile da raggiungere davanti e un gruppetto di inseguitori che, al contrario, paiono poter rientrare da un momento all’altro. Perché se bisogna lottare per le posizioni, allora il secondo posto è il primo nel bersaglio. Vingegaard è il primo a cui tentare di fare le scarpe. Quarantadue chilometri così hanno consumato il danese che, al traguardo, ha smesso di pedalare almeno dieci metri prima dell’arrivo. Un’inezia che pesa come un macigno. Perché un uomo di classifica non lo fa mai. Un ciclista non lo fa mai, professionista dell’impossibile. In “Viaggio al termine della notte” si scriveva che “quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo”. Quel gesto è l’immaginazione che se ne va, pure in chi, i ciclisti, di solito ne ha tanta. “Morire” così è troppo.

In gruppo, per molti è necessaria forza, follia e una manciata di oblio. Al Tour più che mai. Vedere Torstein Træen faticare a tenere le ruote del gruppo, cedere ai 49 dal traguardo, inseguire a fatica assieme a Johannessen, cadere in discesa, sfiorandosi con il compagno, restare minuti e minuti fermo, spaventato, ripartire così, più ammaccato che giallo e andare comunque all’arrivo, quasi mezz’ora dopo, vedere tutto questo pare una sberla alla forza, alla follia e pure all’oblio. Invece no. Perché serve forza per risalire in bicicletta e andare al traguardo, e questa è un’ovvietà, ma soprattutto serve forza per fare quello che fa Johannessen, cercando di alleggerire la situazione, pur faticando anch’egli, per “portarlo” all’arrivo. Perché serve forza per faticare a muovere la spalla e avere nella testa i pensieri peggiori, ciclisticamente parlando, e voltarsi lo stesso verso un gruppo di ragazzini che stanno incitando la maglia gialla. Sì, in quel momento Træen era la maglia gialla del Tour e gran parte di quello che ha fatto l’ha fatto per questo. Qui è la follia, qui è l’oblio: della notte che verrà, del giorno dopo, della maglia che se ne sta andando, sulle spalle del campione del mondo. Pogačar, al traguardo, ha detto che, se fosse bastato per evitargli la caduta, gli avrebbe lasciato volentieri la maglia ancora qualche giorno. Ma qui siamo al Tour e per quanto serva forza, follia ed oblio, è obbligatoria la realtà. Questo è il punto, il problema o la soluzione.

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