Giustizia per me è un giorno di sole in inverno, se viene dura poco, se viene scalda assiderati: l’ha scritto Erri De Luca, parlando di tutt’altro che di ciclismo, di Tour de France, di una tappa con il Col de la Croix-de-Fer, il Col du Télégraphe, il Col du Galibier, il Col de Sarenne e di un versante mai affrontato dell’Alpe d’Huez: la penultima giornata della Grande Boucle perché, domani, si arriva a Parigi. Eppure vedere vincere Richard Carapaz come ha vinto, oggi, all’Alpe, somiglia molto ad un giorno di sole in inverno che viene, dura poco, scalda assiderati e se ne va. Intendiamoci: Carapaz aveva vinto solo due giorni fa, a Orcières Merlette, non era a digiuno da tanto tempo, ma, relativo com’è il tempo, quando ad un corridore accade di perdere una frazione come l’ha persa ieri l’ecuadoriano, dopo aver fatto tutto quel che ieri aveva fatto Carapaz- e non solo ieri, a dire il vero – non conta nulla che il successo sia un fatto relativamente recente.
Si avverte qualcosa di ingiusto nel modo in cui, alla fine, è andata la corsa, non per chi ha vinto, per chi ha perso. Giustizia, forse, nel ciclismo non esiste. Non duratura almeno. Certo esiste il merito, vince il merito, ma la giustizia, quella di Erri de Luca, quella del sole che arriva in inverno, non è solo il merito. È quello, sicuramente, più un qualcosa che non si riesce bene a spiegare ma che tutti sanno e intendono quando dicono che “non è giusto che la tappa sia finita così”. Ieri l’hanno detto in molti e oggi Carapaz, in maglia a pois, scalpitava in fuga, all’attacco, già sulla prima salita. Il terzo giorno. Consecutivo si intende, perché Carapaz in fuga è stato il battito di questo Tour. Insieme a lui, tra gli altri, anche Sepp Kuss, un altro di quelli in fuga da giorni.
Mentre, dietro, Tadej Pogačar si mette al servizio di Isaac Del Toro e, di fatto, lo scorta fino al traguardo e sul podio, mentre Paul Seixas fa lavorare la propria squadra, accende l’idea di un assalto al podio e, poi, è costretto ad arrendersi alle energie che restano al termine di un Tour corso da protagonista a solo diciannove anni, davanti gli ultimi due superstiti della fuga di giornata sono proprio loro due: Richard Carapaz e Sepp Kuss. Uno ha vinto il Giro, l’altro la Vuelta. Uno ha perso all’Alpe d’Huez, superato da Pogačar e successivamente da Lenny Martinez, negli ultimi metri di ieri, l’altro pure, ma l’altro ha perso anche il proprio capitano, Jonas Vingegaard, e da quel giorno la sua squadra ha stracciato ogni tattica e pensato a cercare un successo di tappa. Non ci è ancora riuscita. Si attaccano e si staccano a vicenda più volte. Il gruppo lima secondi su secondi e a tratti si pensa che possa finire ancora come ieri. Invece no. I due non hanno il tempo per controllarsi: prima Carapaz stacca Kuss, poi Kuss stacca Carapaz e va. Carapaz insegue a pochi secondi. In discesa, Kuss sbanda una volta, ma si tiene in piedi, Carapaz si avvicina. Sbanda una seconda, cade e, per fortuna, una rete di sicurezza gli evita un volo ben peggiore. Carapaz lo supera proprio mentre si sta rialzando e si invola verso l’ultima parte di salita. Dietro, intanto, parte Remco Evenepoel e se avesse avuto un filo più di coraggio – o di forza – probabilmente sarebbe andato a riprendere entrambi, senza Pogačar sulla ruota perché lo sloveno sceglie ancora Del Toro.
Invece no. Richard Carapaz arriva al traguardo, alza le braccia, vince la tappa, conquista la maglia a pois e domani salirà sul podio a Parigi. Sembra la giustizia del ciclismo, un raro giorno di sole in inverno che arriva, scalda assiderati e dura pochissimo. È il merito più quel qualcosa che non si riesce a spiegare, perché fosse solo questione di merito la meriterebbe anche Evenepoel. Perché fosse solo questione di merito non avvertiremmo mai quel senso di ingiustizia visto che chi vince è certamente colui che merita di vincere, perché più forte, più furbo o anche solo più fortunato, colui che ha ragione, per citare un noto detto. Invece, pure oggi, guardiamo alla corsa di Sepp Kuss, terzo all’arrivo, superato anche da Evenepoel proprio sul rettilineo finale, e quel senso lo avvertiamo. No, giustizia non esiste anche se ha vinto Carapaz. Oppure è quel giorno di sole in inverno, che oggi è stato Carapaz, domani Kuss e chissà chi in un altro Tour. E quando arriverà, comunque, qualche volta, resterà quel pensiero che farà dire che è bello e difficile da accettare. Per quel qualcosa che non si sa spiegare.