Pare che Malemort, la città di partenza della nona tappa del Tour de France, con arrivo ad Ussel, abbia qualcosa a che vedere con il caldo. Non solo perché l’organizzazione accorcia la frazione di trenta chilometri per la bolla di canicule in cui è racchiusa la Francia da giorni, anche per quel nome sinistro e, chissà perché, molto di quel che fa paura, che scuote, che leva il sonno c’entra con il calore che aumenta, con quel che brucia o scioglie. Si può pensare all’inferno, alle fiamme, oppure, nel ciclismo, a lingue d’asfalto assolato, ad una borraccia svuotata, al sale che esce dal corpo e si deposita sui vestiti e all’asfalto sciolto delle strade in cui le ruote delle biciclette lasciano una riga. Sì, Malemort, se di letteratura si trattasse, potrebbe essere l’ambientazione ideale della cattiveria dell’estate. Invece è ciclismo e Malemort è il luogo da cui si parte, il luogo da cui si va via per una giornata che, chiunque bazzichi il ciclismo, ha da subito etichettato come giornata per le fughe. Ne ha tutte le caratteristiche: nei paraggi del Massiccio Centrale, al termine della prima settimana di Tour, accidentata sin dal chilometro zero, prima del giorno di riposo e di una giornata per scalatori, quella di martedì da Aurillac a Le Lioran.

Ed infatti scatti e controscatti segnano l’avvio di tappa e le regole, ammesso che esistano, classiche del ciclismo fanno subito pensare a chilometri di schermaglie, di costruzione della fuga, prima che il gruppo si acquieti, come un essere antico, maestoso ed enorme, e conceda spazio. Lasci andare, insomma. Tanto più che, in fuga, tra i tanti ci prova più volte anche Filippo Ganna, ci vanno i supremi rappresentanti di questo girone dantesco che può essere la fuga: Tom Pidcock, Tobias Johannessen, Mathieu van der Poel e Quinn Simmons. Quelli che dalla fuga, di solito, escono a riveder le stelle. Invece no.

Quella fuga che ci si aspetta prenda minuti e minuti, non riesce a guadagnare che poco più di un minuto sul gruppo. Anzi, su quel che resta del gruppo, letteralmente esploso, a proposito del caldo che evoca sempre scenari torvi. A tenerla sotto controllo è soprattutto la UAE Team Emirates di Tadej Pogačar. Allora ecco che si inizia a pensare che “quello là” stia apparecchiando la tavola per l’ennesimo show, che anche oggi non ci sia verso di vedere nulla di differente, che il suo sia l’ennesimo morso ad un Tour che, a discapito delle poche tappe, sembra già indirizzato. Ognuno avrà la propria idea su questa mossa e su quel che Pogačar abbia cercato, voluto o tentato. Sulle ragioni o sui torti. Il fatto è che questo inseguimento ha reso ancora più affamati gli attaccanti, assettati lo erano già, come chiunque di questi giorni ed i corridori cercano l’acqua in ogni forma, per un filo di sollievo. Perché se la fuga viene lasciata andare è, poi, questione di giocarsi al meglio le proprie possibilità, se la fuga bisogna portarla via contro il volere del gruppo, invece, è tutto diverso. Per chi guarda e per chi corre.

Noi abbiamo riletto qualche passaggio di John Steinbeck. In particolare uno, quello in cui si rifletteva su come la domanda che si pone più spesso è quasi sempre dove si sia diretti, dove si vada. Il motivo, scriveva, è semplice: perché tutti si spostano e tutti si spostano perché lo devono fare. Quando serve qualcosa, quando manca qualcosa, se lo vanno a pigliare, continuava. Ecco, qui abbiamo rivisto i fugaioli di oggi, qui abbiamo compreso per l’ennesima volta il perché la fuga esista e c’entri con l’amore. Prendete Alex Baudin, era in quella fuga. Non l’abbiamo citato prima, è vero, perché il suo nome è meno altisonante di altri. Lui stesso al traguardo ha dichiarato di essersi guardato attorno e di essersi domandato cosa ci facesse con quei corridori. Di essere rimasto incredulo e sbigottito, prima di rispondersi che ci era andato in fuga e se era riuscito a stare con loro, beh, vuol dire che la gamba non è così male e si può essere felici. Baudin è andato via, a cercare qualcosa che gli mancava. E si è ritrovato così. La fuga è arrivata, lui ha perso, ma sorrideva.

Mathieu van der Poel ha sollevato l’asfalto a Ussel. Ha vinto a modo suo, di forza, potenza, grinta, cattiveria, rabbia, classe e talento. Ha vinto dopo giorni in cui tanto lui quanto la sua squadra non erano riusciti a combinare nulla o quasi di buono. Ha vinto dopo aver sopportato molto, perché questo fanno tutti quando le cose non vanno e sono in viaggio. Al Tour o meno. Sopportano. Mandano giù un boccone amaro e guardano oltre la curva, oltre la collina, oltre la notte. Se non tornano a casa, diventano ribelli. Se non tornano a casa, un giorno o l’altro, fanno partire la rivoluzione. E non sarà di sicuro solo la storia di van der Poel, in questo Tour o in altre corse, magari caratterizzate da un dominio netto e incontrastabile. Perché lo scriveva John Steinbeck che a forza di sopportare si diventa ribelli. Perché anche Tadej Pogačar, come ha visto van der Poel, dopo l’arrivo, gli ha solo chiesto: “Hai vinto?” Ed ha sorriso. Perché da Malemort, che non è poi così male, o da qualunque altra città si può, o forse si deve, andare via. Qualcosa, in fondo, manca sempre.

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