Alla fine, nella gioia di un ciclista c’è tutta la strada che ha fatto. Allora Isaac Del Toro che, sul traguardo di Barcellona, al termine della seconda tappa del Tour de France 2026, vince come vince e libera la felicità come la libera è, in fondo, solo un ragazzo che, avendo vissuto la propria storia, è l’unico vero conoscitore della felicità che, un giorno, in quella storia ha trovato spazio: potrebbe dire di come quel sentimento si sia costruito nel tempo, di cosa abbia dovuto passare per avere qualche possibilità di esistere ancora, di esplodere ancora, così non controlla più nulla e pare impazzisca in ogni centimetro del proprio corpo dopo la fettuccia bianca. Perché Isaac Del Toro che si lascia andare a terra e freme, e grida, e ride, è l’immagine di una liberazione. Che c’entra con libertà, ne ha la stessa la stessa radice, l’eco nel suono, ma è cosa ben diversa. I liberi hanno un’idea della libertà, i liberati ne hanno una differente: hanno in mente il pericolo che hanno scampato, hanno sulle mani i segni delle catene che hanno sciolto, reali oppure interiori, hanno dentro quel buio. I liberi pronunciano il nome della libertà, i liberati le scrivono poesie. Isaac Del Toro è un liberato. Da una rara malattia alle ossa di cui soffriva da ragazzo, dai tumori che aveva ovunque, da un buco nella mascella. Dalla luce fioca di un ospedale, dai suoi corridoi e dalle sue finestre da cui, chissà perché, non si vede quasi mai qualcosa di bello. Eppure è una finestra come tante, no? Anche se si trova in un ospedale. Isaac Del Toro è un liberato ed è un ragazzo che si è liberato. Da una Federazione Messicana che non vedeva, che non capiva. Che raccontava numeri, ma non faceva quasi nulla perché quelle persone, quei ciclisti, potessero arrivare dove erano. Poi, una volta arrivate, rendere merito è semplice, anche scontato. Coloro che si liberano sono ancora diversi dai liberi e dai liberati. Non cercano cose differenti e straordinarie chissà dove e non vogliono essere nessun altro perché hanno rischiato di non poter essere nemmeno chi erano e quel che erano non l’hanno buttato via, l’hanno salvato e corrono.

Non era successo granchè fino agli ultimi chilometri: una fuga a tre, poi a due, dal finale segnato, rocce calcaree chiare affacciate su un acqua più blu del cielo, ragazzi travestiti da banana che correvano accanto al gruppo, un’auto d’epoca tirata a lucido, in bella vista, bandiere della Catalogna al vento e un caldo scosso dalla brezza di un luglio che sta prendendo forma. Tutti aspettavano un duello nel finale: Tadej Pogačar, che ha dichiarato di volersi prendere la maglia gialla, e Jonas Vingegaard che, in partenza, da Tarragona, indossava una mascherina, per non trascurare nulla perché, forse, un virus o qualcosa di simile potrebbe girare in gruppo. Il terreno sarebbe dovuto essere il Montjuïc, da ripetere nel finale. Lì ha provato a sistemare i conti con la sfortuna di ieri Mattias Skjelmose e pure questo ha qualcosa a che vedere con coloro che si liberano. I ciclisti, in fondo, cercano tutti di liberarsi. Dicono che andare in bicicletta sia libertà. A noi hanno spiegato che per un professionista questo discorso non vale poi molto, allora proviamo a dire che i professionisti sono coloro che la libertà la cercano, coloro che si liberano. Tutti o quasi. Perché sono coloro che fanno fatica e corrono.

Forse sarebbe potuto succedere di più oggi, non è successo per un ritmo indiavolato, quasi dimentichi che è solo il secondo giorno. Mathieu van der Poel è rimbalzato, Del Toro si è fiondato sulla testa del gruppo. Forse Pogačar avrebbe potuto affiancarlo, superarlo e vincere, come si è comportato sul Montjuïc ieri, del resto, l’abbiamo visto tutti. Invece no. Ha quasi protetto la vittoria di Del Toro. Perché è un suo compagno di squadra e probabilmente non solo. Se c’è qualcuno, in gruppo, che pare libero più che liberato è lui. Il ragazzo a cui riesce tutto facile, il ragazzo dalle imprese impossibili, colui che non soffre o, se soffre, vorremmo tutti soffrire così. Essere lontano dalla frustrazione e dal dolore è la migliore forma di libertà. Non dover inseguire lo è. Del Toro, liberato, si volta e indica Pogačar, libero, che gli tocca la spalla e se la felicità si misura in decibel di un urlo o in potenza di un fremito, non è molto diversa la sua da quella del messicano. Pur se figlia di una storia differente. Ma pure “l’alieno” è un ciclista e conosce il desiderio di liberarsi di chi fatica in bicicletta. Anche se quando arriva Arnaud De Lie, ultimo a oltre diciotto minuti da Del Toro, è già sul bus, e non vede il suo sguardo, non vede come scenda dalla bicicletta. Non vede come, in certi giorni, non ci si riesce proprio a liberare, se non aspettando il giorno dopo. Non lo vede, ma lo sa. E corre come tutti gli altri. Solo più veloce.

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