A guardarlo quando non è in bici faresti fatica a immaginartelo come uno scalatore duro, vero, di quelli che, quando pedali in gruppo con lui speri sempre di trovartelo in cattiva giornata, altrimenti, forte com’è, capace che fa saltare il banco, che ti fa saltare per aria. Intanto lui è lì, piccolino sul manubrio ma forzuto, a mulinare sui pedali, a scartare da una parte all’altra della careggiata nei tratti più duri, a guardare in faccia uno per uno gli avversari, a staccare tutti.

Occhialuto, faccia tra l’intellettuale e l’impiegato, David Gaudu non è per nulla il nome nuovo del ciclismo francese – né mondiale – perché talento e carisma lo aveva già mostrato anni fa quando era ragazzino e quando, per forza di cose, eravamo tutti più ingenui. Negli ultimi mesi, però, qualcosa è scattato, e anche lui strada facendo, con gambe sempre più veloci, si è unito a quel gruppetto di corridori che hanno preso di petto il ciclismo e lo stanno rivoltando.

Arriva dal Finistère, terra alla fine del mondo e di ciclisti a tutto tondo, persino di scalatori, nonostante le cime più alte pare non arrivino nemmeno a quattrocento metri, e hanno un nome così difficile da ricordare e da pronunciare: Roc’h Trevezel e Roc’h Ruz. Genitori descritti come di una disarmante normalità e che nulla hanno a che vedere con le due ruote agonistiche: papà artigiano piastrellista, che lo ha messo in bici per passione, mamma ragioniera contabile: quell’aria impiegatizia che trasmette per forza l’ha ereditata da loro. Storie anche di animali la sua: Pierre Carrey, su Libération, un paio di anni fa alla vigilia del Tour, per raccontarlo scrisse un incipit ricco di ritmo e assonanze:

“Quand les coureurs cyclistes se vivent en objets fragiles enveloppés dans du papier bulle, levés avec le coq, endormis avec les poules, David Gaudu, 22 ans, s’est choisi une autre voie: sa chienne”.

E se parliamo di assonanze ci verrebbe da dire come oggi abbiamo finito di aspettare Gaudu, ma lo evitiamo. Ci verrebbe da dire che Gaudu quando vuole in salita è uno di quelli che può inserirsi tra gli sloveni e dare filo da torcere ai colombiani, come ha già fatto per altro: nel 2016 vinse il Tour de l’Avenir dove al quarto posto arrivò proprio Bernal. Lo scorso anno vinse due arrivi in salita alla Vuelta, nel 2019 al Romandia tra i battuti Roglič.

Diciamo anche che, più che inseguire il Tour – come ogni francese lo sente sulla pelle – David Gaudu potrebbe lasciare il segno alla Freccia Vallone o alla Liegi-Bastogne-Liegi. Sulle strade delle Ardenne c’ha già provato: alla Freccia fu nono da neo professionista, di più: fu il primo a rompere gli indugi nella caotica volata, oltre il 20%, sul Muro di Huy, mentre alla Liegi (6° nel 2019) sulla Redoute prima ancora di lui il protagonista è stato il suo cane.

Gaudu ha un husky: Houna si chiama. Sono inseparabili come dimostrano le foto che il corridore pubblica sui Social o come raccontano i suoi compagni di squadra. Madouas, amico, coetaneo, anche lui bretone e suo compagno di stanza, raccontava tempo fa sempre sulle pagine di Libération: «Ogni sera David ci mostra una foto del suo cane. Se viene a trovarlo all’inizio di una gara, ce lo dice il​​ giorno prima. È pazzo. Non so se lei lo calma o se gli dà la forza per fare il suo lavoro, ma il suo cane occupa un posto essenziale nella sua vita». Mentre Pinot, suo capitano in Groupama (ancora non per molto visto la parabole delle loro carriere) puntualizza: «Se io sono un animale da fattoria, Gaudu è un cane».

Lo stesso Gaudu racconta di come la sua vita giri intorno a Houna, come un personaggio a metà tra un romanzo di Guillermo Arriaga e un racconto di Jack London: «Siamo fatti l’uno per l’altro. Mi segue ovunque e in inverno mi alleno a piedi correndo assieme a lei nei boschi. Sta sempre al mio fianco. Nella mia borsa c’è la sua ciotola insieme ad acqua e cibo. È un cane robusto e potente, ma c’è una cosa bizzarra però che non mi torna: in salita non va troppo forte. Se io sono uno scalatore allora lei è una velocista».

Ma torniamo a quella Liegi Bastogne Liegi: sempre Carrey sul quotidiano francese descrive il passaggio sulla Redoute di Gaudu, racconta di un trambusto inizialmente non identificato tra la folla. Poi a un certo punto si vede un cane tirare come un forsennato al guinzaglio: è Houna “che salta come una cavalletta quando David le passa sotto il naso”. Storia di cani ma anche di gatti: un giorno un gatto gli attraversa la strada durante una corsa tra gli juniores gli si infila tra i raggi e Gaudu cade.

Pochi giorni fa ai Paesi Baschi è rimasto solo con Primož Roglič, mentre Tadej Pogačar si affidava a più miti consigli lasciando perdere qualsiasi rischio in discesa. Vince Gaudu dopo aver battuto il pugno in segno di intesa a Roglič il quale evita la volata che sarebbe stata vincente sì, ma esiziale per il prosieguo della stagione. Dopo gli ostaggi fatti alla Parigi-Nizza è arrivato tempo di farsi qualche amico in più in gruppo, avrà pensato lo sloveno. L’idea di tenersi stretto Gaudu non ci pare così campata per aria. Già sulle Ardenne vedremo che effetto farà e poi al Tour magari la prova del nove.

Foto: ©PHOTOGOMEZSPORT2020