Un’estate in cui si parlava dell’ennesimo successo di Chris Froome, il suo quarto al Tour de France, ad un passo dall’entrare nel club dei cinque. Se ne discuteva mentre si continuava a sottolineare quanto lo spettacolo non rientrasse nella concezione del ciclismo del “keniano bianco”. Froome aveva vinto quel Tour senza conquistare nemmeno una tappa, soprattutto grazie al distacco rifilato ai più diretti rivali contro il tempo, nei pochi (a dire il vero) chilometri a cronometro presenti: poco più di trentasei per la precisione. Luglio 2017: poco meno di un anno dopo, il Colle delle Finestre avrebbe mostrato un altro volto di Froome e lo scetticismo sarebbe stato spazzato via dall’amore per la fantasia. Quell’estate, invece, l’amore- ciclisticamente parlando- era per la Francia (ma non solo) in un giovane ritrovato: Warren Barguil. Ha vinto la maglia a pois, Barguil, al termine di quella Grande Boucle, e già quei pallini rossi basterebbero ad accendere echi di ricordi e sentimenti. Ma Barguil, in quel momento ventiseienne, fece di più: vinse a Foix e, soprattutto, vinse sull’Izoard. In molti ricordano la sua sagoma che spunta sul traguardo di quella frazione, in pieno stile scalatore. E gli scalatori sono così, possono attraversare giornate nere, periodi neri, ma, quando si ritrovano, se si ritrovano, basta uno scatto per far trasalire chi osserva. Allo stesso modo, a casa nostra, era Fabio Aru: due settimane vissute in piena lotta per la generale. La sua vittoria a La Planche des Belles Filles testimonia quel che aveva nelle gambe, qualche giorno più tardi, la maglia gialla conquistata a Peyragudes pare un film. Di quelle belli. Di quelli delle serate di luglio. Dura poco, ma basta. Dire che Aru sarà quinto a Parigi non basta invece. Perché Fabio Aru è soprattutto in questi due momenti.

Rigoberto Urán, invece, è un poco ovunque in quel Tour, come quelli che si sa che ci sono, che si attendono sulla strada e nelle classifiche, ma non così tanto, non così bene. Urán è proverbialmente simpatico, estremamente umano in ogni gesto, ciclistico o meno, ed in sella racchiude il modello di tanti, il corridore in cui tanti sperano. Tifano anche, soprattutto, però, sperano. Chi si supera, chi sorprende, resta più a lungo e ovunque. Rigoberto Urán vinse la tappa di Chambéry e sui Campi Elisi fu secondo, a meno di un minuto, 54″ per la precisione, da Chris Froome. Dall’altra parte del podio, quello più suggestivo del ciclismo, c’era un francese, un altro, Romain Bardet, il beniamino dei transalpini per tornare in vetta al Tour de France. Quando i pomeriggi trascorrevano lenti ma arrivavano veloci, quelli degli sprint, delle volate, il nome di riferimento era quello di Marcel Kittel, capace di conquistare ben cinque frazioni, ma costretto al ritiro nel corso della diciassettesima tappa, a seguito di una caduta. La sua maglia verde è andata via quel giorno, insieme alla pelle che l’asfalto strappa. L’ha vestita, poi, Michael Matthews, lui che di tappe in Francia ne aveva vinte due: a Rodez ed a Romans-sur-Isère. Nel quarto Tour di Froome, nell’ultimo prima della folle giornata del Colle delle Finestre al Giro d’Italia 2018, il miglior giovane della Grande Boucle era Simon Yates, classe 1992, venticinque anni ancora da compiere. Proprio un anno dopo, proprio sul Finestre, Yates sarebbe stato in maglia rosa, scalzato da Froome, nel giorno decisivo del Giro d’Italia. Il tempo che passa, i giovani che arrivano, gli esperti che si fanno da parte. Froome vincerà anche la Vuelta in quel 2017, il Giro d’Italia nel 2018. Il quinto Tour, invece, non arriverà mai. Simon Yates, dopo quella maglia bianca, dopo la delusione dell’anno successivo, riuscirà a conquistare la Vuelta a España del 2018 e, l’anno scorso, nel 2025, sette anni dopo, si prenderà quel Giro che tanto aveva cercato, che tanto aveva aspettato. All’inizio di questa stagione, entrambi, Froome e Yates, si sono ritirati. Sì, il tempo passa, le cose cambiano.

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