Non sappiamo quanti anni avesse il signore che ieri mattina, a Innsbruck, alla partenza della prima tappa del Tour of the Alps, guardava i corridori arrivare al palco della presentazione squadre e, almeno per quattro o cinque di loro, trovava somiglianze fisiche con ciclisti dei tempi dei nostri genitori e dei nostri nonni. Non stava parlando con noi ma qualche nome l’abbiamo sentito: ha citato Ottavio Bottecchia, Costante Girardengo, Giovanni Brunero e Alfredo Binda. Parlava di volti, di capelli, persino di movenze simili. Forse aveva ragione, forse no e, ad essere sinceri, ci sembra più verosimile questa alternativa perché, anche sforzandoci, quelle somiglianze proprio non riusciamo a rintracciarle. Poi, però, abbiamo pensato ad un libro letto di recente in cui si sosteneva che, con il passare degli anni e la mancanza di tante fra le persone che abbiamo conosciuto, il cervello si sforzi di ricercare in coloro che incontriamo tracce del passato e, in un certo senso, ricalchi su quei volti i volti già appartenuti alla nostra storia, quasi non riuscisse a memorizzarne di nuovi. Allora non solo il ciclismo che guardano in televisione i nostri nonni è, spesso, un romanzo di storie passate a fare da contorno e sottofondo alle nuove tappe ma anche le sembianze dei ciclisti di oggi sono eco di volti passati nella loro mente. Qui fuori non riusciamo più a scorgerlo, ma se incontrassimo di nuovo quel signore dai capelli bianchi gli chiederemmo chi gli viene in mente guardando Domenico Pozzovivo che, lui sì, ha davvero qualcosa di un corridore di altri tempi.

In fondo, il lucano ha solo quarantatré anni ma il suo ritorno ha suscitato una strana curiosità e nelle sue interviste si cercano storie che sembrano arrivare da un altro ciclismo, anche se Pozzovivo ha smesso solo un anno fa: desiderava dedicarsi alla propria famiglia, completare gli studi e anche evitare le strade sempre più pericolose su cui ogni ciclista trascorre tanto, troppo tempo. Accanto ad una finestra macchiata dalla pioggia, ieri pomeriggio, ci ha detto che è tornato perché le gambe sono ancora buone, perché gli studi li ha completati, perché vuole mettersi alla prova con un ciclismo che è sempre più giovane e perché, alla fine, nel ciclismo, a più di quarant’anni, di tempo non ce n’è poi tanto e se si ha un’idea non ci si può permettere di rimandarla. Non solo nel ciclismo e non solo a quarant’anni, ci viene da dire, ma non è questo il punto. Tutti cercano Pozzovivo perché il suo corpo parla di ciclismo, dopo tutti i chilometri che ha fatto e gli infortuni che ha avuto. Tutti cercano Pozzovivo perché se somiglia a qualcuno, probabilmente, somiglia a quei ciclisti particolari: più alti o più bassi di quel che ci si attende da un atleta, con una pedalata che si riconosce all’istante, con passioni forti e libri ancora in mano quando la scuola è ormai lontana. Quelli che li noti e hai voglia di fare almeno una domanda. Domenico Pozzovivo è come loro. E, anche se non abbiamo i capelli bianchi, questo lo sappiamo con certezza.

Tommaso Dati è un classe 2002 ed ha vent’anni esatti meno di Pozzovivo. Qualcuno, in questi giorni, ha fatto il suo nome per questa prima tappa con partenza ed arrivo ad Innsbruck, non lontano dalle case color pastello affacciate su un Inn che pare incazzato, sotto una luna storta di primavera, mentre scorre via. Quando, però, nel finale di tappa è partito Thymen Arensman a Dati nessuno pensava più. Invece, come il plotone ha chiuso sull’olandese, è stato proprio Tommaso Dati il più veloce. Non si era accorto di avere dietro di lui Tom Pidcock, l’ha notato solo quando si è voltato. Per fortuna forse, perché si vince meglio così, senza farsi troppe domande. Il rischio, in fondo, quando si è molto giovani è quello di spaventarsi, di lasciarsi prendere dal timore reverenziale e sbagliare quel che di solito non si sbaglierebbe mai. Ce lo ha ricordato Giulio Pellizzari con la sua espressione nel momento in cui ha appreso che l’ultimo italiano a vincere qui è stato Vincenzo Nibali: da candidato alla vittoria finale deve avergli fatto impressione l’idea del confronto. Pidcock che si affaccia fa la stessa paura. Dati non l’ha avuta e se l’è lasciato alle spalle. Dati ha vent’anni meno di Pozzovivo, dicevamo, ma nel giorno più bello della sua vita, almeno ciclistica, dice qualcosa che avrebbe potuto dire anche il lucano: “Sono troppo felice, sono entusiasta. Ci ripenserò, certamente, ma quando tornerò a casa mi metterò solamente a lavorare sodo perché la strada non è finita qui e, comunque, è giusto così: voglio arrivare al World Tour”. Ha il volto dei giovani, dei giovani ha anche la riservatezza e lo sguardo. Somiglia al ciclista che avrebbe voluto essere quando giorni come questo non erano nemmeno nell’immaginazione e c’erano solo sacrifici e tutto ciò che ancora non funzionava. È la somiglianza più importante. Di più non si può dire.

Foto: da comunicato TotA

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