Anche l’8 aprile 2023 Alison Jackson non era diversa dal solito. Pure in quel giorno, se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto che, sin da bambina, e probabilmente ancora oggi, lei avrebbe voluto fare la ragazza di campagna. Suo padre, ogni tanto, accompagnava il fratello in ogni angolo della loro fattoria, a Vermilion, in Canada occidentale, e lei, guardandoli, diceva solo: “Ti prego, papà, fallo fare a me”. I campi, per Alison, erano quelli delle praterie lì attorno. Le biciclette, invece, non c’erano. Anzi, una l’aveva trovata proprio lei, abbandonata e arrugginita in un fienile. Era di un manovale assunto tempo prima da suo padre: l’aveva portata pensando potesse essere utile e se l’era dimenticata quando era andato via. Del resto in spazi così vasti ci si muove male in bicicletta se non si è allenati. E nelle praterie c’è tanto spazio ma manca il tempo, la compagnia e qualcuno che ti faccia appassionare. Alison Jackson ha incontrato qualcuno di simile nella danza: si chiamava Miss Ryan e le ha insegnato a ballare come una ballerina vera. In bicicletta, invece, si è arrangiata e, bisogna dirlo, ancora oggi appare abbastanza goffa su quel mezzo, a tratti scomposta, a tratti inefficace.

Chi è così deve cavarsela. Deve inventare, perché la corsa sennò va altrove, come la narrazione, perché in pochi conoscevano Alison Jackson prima di quel giorno e sarebbe rimasto tutto uguale se non fosse che il ciclismo è un affare da matti. I ciclisti sono matti, alla fine della fiera. In questa follia, un’atleta con le caratteristiche di Jackson parte a centotrenta chilometri dal traguardo della terza edizione della Parigi-Roubaix femminile insieme ad un gruppo di diciotto atlete. Quelle cose che non funzionano praticamente mai perché non hanno un senso. Sono fatte per non funzionare, per non andare all’arrivo. Sono fatte perché si sa che con chi si contenderà la vittoria non c’è possibilità, allora vale la pena andare via da lontano per non passare inosservate, perché, diversamente, in molti nemmeno saprebbero della tua presenza. Hanno energia da vendere le atlete in questa condizione. Jackson ha energia da vendere. Tempo fa ha raccontato in un’intervista che solo i più piccoli, solo i bambini, riescono a reggere la sua vitalità. Lei ci gioca, li sfida al grido di “vediamo chi si siede prima, vediamo chi si stanca prima”. Sostiene che la vittoria sia sempre sua. Chi se ne intende di infanzia sa quanto sia difficile spuntarla su questo terreno.

In fondo, quel giorno, dapprima le diciotto e, successivamente, le sette che sono andate a giocarsi la vittoria nel Velodromo di Roubaix la pensavano esattamente così e stavano giocando a quel gioco con il gruppo. Il plotone era un adulto troppo sicuro delle proprie convinzioni, di quelli che, sotto sotto, trattano con sufficienza i più piccoli, convinti di essere i soli ad aver capito tutto. Non sanno o non ricordano che c’è un altro livello di comprensione. Che i bambini sanno e noi no. Le fuggiasche, anche quelle dello stile di Alison Jackson, sanno qualcosa di più del ciclismo, anche se nessuno ci crede mai. Vengono lasciate andare perché tanto non arriveranno. Invece, qualche volta, arrivano. E una ragazza canadese, che voleva fare la contadina, mettendo la propria bicicletta davanti a quella di Katia Ragusa e Marthe Truyen, si porta a casa una pietra di quelle incastonate nei sentieri fra i campi tra Parigi e Roubaix. Di quelle su cui quella prima bicicletta arrugginita si sarà rotta qualche ingranaggio quando ancora la guidava il manovale. Non verso Roubaix, ma nelle praterie, verso la fattoria del padre di Alison. “I wanna rock” dice la canzone. “I won a rock” canta Jackson che, se leggesse questo pezzo, direbbe che stiamo esagerando, che lei si è divertita e che si può ridere e prendere in giro anche le cose più difficili. Che, a dirla tutta, sono divertenti e, proprio per questo, bisogna essere felici di affrontarle senza pensare di dover salvare il mondo. Insomma, come una ciclista vera.

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