Durante la conferenza stampa della tappa di Prato Nevoso, al Giro d’Italia 2018, dopo tredici giorni in maglia rosa e tre vittorie di tappa, alla vigilia del tappone Venaria Reale-Bardonecchia, Simon Yates era stato chiaro: «Sinceramente sto bene e credo di essere il favorito per questo Giro d’Italia. Non temo nessuno». I 184 chilometri del giorno successivo prevedevano le scalate al Colle del Lys, al Colle delle Finestre, al Sestriere ed infine allo Jafferau: Yates aveva corso quel Giro sprecando moltissimo e poteva contare su un vantaggio di 28″ su Tom Dumoulin, 2’43” su Domenico Pozzovivo e di 3’22” su Chris Froome. Se Yates fosse sincero quel pomeriggio non lo sappiamo ancora e non lo sapremo mai. Certo la paura ciclistica non si mostra, non si può mostrare e mentire quando la si prova è quasi un obbligo. Eppure il britannico parlava convinto. Chris Froome, tra le stanze degli alberghi, le ammiraglie, il bus ed il lettino dei massaggi, aveva un’idea. Diabolica o, forse, bellissima. In quel Giro, la sua terza partecipazione, non aveva brillato: una vittoria di tappa sullo Zoncolan non poteva competere con l’aspettativa che si era posata su un corridore che aveva già vinto quattro Tour de France. La fama che precede è la stessa che può rovinare. Sempre attento, calcolatore, sempre con quella frullata che pareva portarlo fuori dalla realtà umana del ciclismo e trasformarlo in un extraterrestre che attraverso i dati ed il loro controllo avrebbe potuto fare qualunque cosa. Se Froome non fosse stato capace di cambiare pelle, almeno in quel 25 maggio, se non fosse stato in grado di prendeRE in mano la fantasia, lui ci avrebbe perso un Giro d’Italia, perché certe condizioni non consentono controllo ed impongono rivoluzione, il ciclismo, invece, non avrebbe forse mai conosciuto il volto più vero del Keniano bianco. Nascosto dietro la maschera del ciclista moderno.

Chris Froome aveva messo davanti la sua squadra a fare selezione proprio sulle pendenze rigide e d’altri tempi del Finestre. Yates era svuotato, in crisi nera. Iniziò in quel momento a pagare il conto delle sue fatiche e finì al traguardo, oltre quaranta minuti dopo l’arrivo del primo sul traguardo di Jafferau. Il primo, il britannico, sì ma l’altro. L’apertura di gas di Elissonde fece strada all’attacco di Froome. Mancavano ottanta chilometri all’arrivo. Il traguardo era così lontano. Eppure non ci fu più ritorno. Dumoulin, in gruppo, non ci credeva. Era virtualmente maglia rosa, dopo la caduta, metaforica, di Yates e predicava tranquillità. Come poteva un uomo da solo andare al traguardo? C’era troppa salita in mezzo. Avrebbe ceduto, l’avrebbero recuperato. Invece il vantaggio di Froome continuava a crescere e all’inizio dell’ultima asperità Froome era a una decina di secondi dalla rosa. All’arrivo, quella maglia l’aveva conquistata. La fantasia l’aveva realizzata. In conferenza stampa, qualcuno chiese i dati di quell’impresa, rispose Froome che li avrebbe fatti avere. Perché la fama che precede non solo può danneggiare, ma può anche scatenare qualche alone di incredulità, di scetticismo, come tutto ciò che cambia, ciò che è diverso, da un momento all’altro. A Bardonecchia, sullo Jafferau, fra le persone, quella diversità, invece, piaceva. In quel momento era scattato qualcosa, come quando si assiste a un uomo che si reinventa e grazie a questa invenzione ce la fa. Quaranta minuti dopo, Simon Yates era in vetta. Senza più nulla. Nemmeno la maglia rosa che aveva addosso gli apparteneva più. Eppure il pubblico lo aspettava e applaudiva. A Roma, qualche giorno dopo, sarebbe successa la stessa cosa con Chris Froome, il vincitore del Giro. Magie umane, maglie del ciclismo.

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