Certe cose nascono per volontà, altre per caso, altre per necessità, senza dimenticare tante differenti cause attraverso cui qualcosa di nuovo prende forma. Talvolta per una combinazione di tutti questi elementi. Di certo, senza la volontà nulla cambia, nulla si costruisce o si distrugge, però, tra i tanti modi per influire sulla realtà, oltre al volere, la necessità è uno dei più belli perché ci si accorge della mancanza e si agisce di conseguenza. A Torino, è successo qualcosa di simile. Fabio Felline non vuole prendersi meriti che non si riconosce, dice chiaramente che avere il Motovelodromo in città e non utilizzarlo sarebbe stato uno spreco, soprattutto visto ciò di cui si continua a parlare, a discutere, in televisione, sui giornali e nel dibattito pubblico: la mancanza di sicurezza sulle nostre strade. «Non dobbiamo fare confusione: il ciclismo è uno sport di strada ed è bene che rimanga tale perché lì ha le proprie radici. Nessuno vuole strapparlo alla strada e tanto meno io. Allo stesso modo non credo sia giusto doversi ritirare in un velodromo per essere sicuri in sella. Come ciclisti abbiamo il diritto di pedalare serenamente su qualunque strada. Quando ho detto che non utilizzare il Motovelodromo sarebbe stato un peccato, non pensavo ad una sostituzione, ad una resa, pensavo solo ad una possibilità fra le tante per iniziare, per vivere la bicicletta come si vive un calcio al pallone nel cortile di casa. Soprattutto per i più piccoli che, altrimenti, chissà». Allora la necessità si tramuta in possibilità e venti bambini, dai sei ai dodici anni, grazie alle borse di sport Lidl, hanno iniziato a riempire quel velodromo di suoni, colori e nuovi equilibri, quelli di chi sperimenta l’inizio in bicicletta.

«Negli open day ho sempre parlato a tutti i giovani che venivano ed anche ai genitori, agli adulti che, spesso, sono coloro che davvero devono capire certe cose. Il risultato di oggi non conta nulla perché a quest’età non si pedala per il risultato e perché un domani i risultati cambieranno. Vincere a sei anni non significa essere predestinati, le sconfitte arriveranno e le delusioni anche. Ma non conta. Non per delle bambine e dei bambini. C’è il divertimento a quest’età e deve essere la priorità. Questo non significa cancellare l’impegno o la dedizione, perché è possibile divertirsi anche nell’impegno. Se lo si fa, lo sport resta qualcosa per la quotidianità. Quando parliamo di scuola di vita non parliamo che di questo. Un bagaglio di esperienze dei tanti e non solo dei pochi che, magari, diventeranno professionisti o campioni». Poi l’emulazione è un ingrediente primordiale nell’osservazione e nella pratica del ciclismo e Fabio Felline lo sa bene. Quando incontra questi ragazzini, spesso, la prima domanda va al racconto di aneddoti con Mathieu van der Poel, piuttosto che con Tadej Pogačar: è la figura del mito ad attrarre i più giovani, proprio perché è unica e difficilmente replicabile. «Il fatto che io sia un professionista ha indubbiamente un peso per loro, perché possono domandarmi dei loro idoli. I miti servono perché avvicinano le persone al ciclismo, che è uno sport, di base povero, con cui è difficile cambiare una vita, a meno di essere campioni. Si sceglie per ispirazione, come quando io ho visto Pantani correre. I modelli sono utili perché è sempre necessario fare i conti con la propria realtà ed evitare scelte o ragionamenti che, personalmente, considero sbagliati».

Fabio Felline torna indietro e ripensa alla propria esperienza: «Ero appassionato di calcio e nella mia famiglia si conosceva bene il valore dello sport, come la bellezza dell’essere atleta. Devo ringraziare i miei genitori per questo. Eppure, se ci penso meglio, ricordo che avrei voluto giocare a pallone ma mio padre me lo ha sempre sconsigliato, dicendo che avevo il “piede a banana”. In bicicletta me la cavavo bene quindi ho iniziato a correre. Non ho nulla di cui lamentarmi perché essere un ciclista mi è sempre piaciuto e, di fatto, ne ho fatta la mia vita, però non ci sarebbe stato nulla di male nemmeno nel giocare a calcio con il “piede a banana”. Se fossi stato felice nel farlo, perché non avrei dovuto? Oggi la vedo così». Allo stesso modo, Felline continua a soffermarsi sull’importanza della scuola, sia dal punto di vista formativo che dei momenti di svago, dice che non è giusto nemmeno perdere una gita scolastica per un allenamento, perché l’allenamento si recupera, la gita, invece, no, ed è importante viverla. Come è importante vivere ogni allenamento gustando il fatto di essere migliorati, di aver imparato qualcosa di nuovo, non perché si avvertano le pressioni dei direttori sportivi bensì perché è piacevole crescere. Questo non esclude il fatto che si raggiungano risultati importanti e si cerchi di vincere, perché anche quella è parte del ciclismo, ma, come sempre, è il modo a fare la differenza.

Se si amplia lo sguardo, una riflessione è obbligatoria: «Se desideriamo dare delle opportunità a questi giovani, credo sia necessario che ciascuno smetta di guardare il proprio orticello e pensi ad una crescita comune del movimento, provando a fare squadra, a fare gruppo». Ogni volta in cui Fabio Felline torna al Motovelodromo e incontra i “suoi ragazzi” respira di nuovo il primo sapore di libertà che la bicicletta gli ha consegnato tanti anni fa. Poi le strade della vita l’hanno resa un lavoro e qualcosa è cambiato tuttavia quel che è stato Fabio non lo dimentica: “Appunto perché so che è difficile desidero mettermi a disposizione. Le esperienze che viviamo possono essere preziose se riusciamo a metterle a disposizione degli altri ed essere un ciclista professionista è una possibilità importante che ho per fare qualcosa per i più giovani. Arrivare e scordarsi il percorso non fa per me”. Ora il Motovelodromo è sempre lì, dentro ci sono bambini che corrono, grida, suoni, divertimenti, genitori che guardano i propri figli divertirsi: la necessità ha fatto il suo.

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