Il Nord ciclistico ha sempre la enne maiuscola perché non è solo un’indicazione geografica, ma è una sorta di topos letterario. Sì, un luogo in cui ciascuno ricerca delle sensazioni o delle immagini che sa bene di poter trovare lì e tutte le volte in cui la mente, e auguriamo a ciascuno anche il corpo perché è una di quelle esperienze da fare entro i -metteteci la vostra età e qualunque età sarà giusta, perché non è mai tardi-, si spinge in quel Nord ha la certezza di trovare quel che si prefigurava: le pietre, un cielo cupo, una sfumatura di grigio che non si scorge altrove, un velodromo, un boato, un sole freddo, una fuga impossibile, una volata da acido lattico, una bicicletta rotta (spesso più di una), una ferita ancora sanguinante, un urlo e, quest’anno, alla Roubaix, magari una farfalla che fa breccia tra due braccia levate al cielo. Anche in questa primavera al Nord è accaduto tutto questo e siccome il raccontabile è sempre un universo più ampio di quel che, alla fine, si può raccontare su una pagina, abbiamo selezionato cinque punti per rivivere qualche indicazione e qualche suggestione che ha lasciato il Nord declinato al femminile in questo inizio stagione del 2025.

INGIOCABILE WIEBES, MA BALSAMO C’È
Non sarà la prima volta e nemmeno l’ultima, già è successo e certamente ricapiterà. A noi l’ha raccontato Edita Pučinskaitė rispetto ai veri e propri duelli “rusticani” che caratterizzarono le gare tra il finire degli anni novanta e l’inizio degli anni 2000, quando a sfidarla c’era Fabiana Luperini: «Non appena Fabiana scattava, sembrava ti strappassero via il respiro, erano delle staffilate da farti mancare il fiato». Ma non è finita qui: potremmo parlare di tutte le atlete che hanno affrontato il talento di Anna van der Breggen oppure di Annemiek van Vleuten e, andando indietro nel tempo, gli esempi sarebbero molteplici. Qualunque atleta si sia trovata ad affrontare questi “mostri sacri” si sarà chiesta e potrebbe chiedersi almeno una volta: quanto avrei vinto se non avessi incontrato lei sulla mia strada?
Con le dovute differenze dai casi appena citati, Lorena Wiebes rientra nel novero delle atlete che, al momento, almeno per quanto riguarda le volate, è una spanna sopra tutte le rivali. In poco più di una settimana, tra il 22 ed il 30 marzo, ha vinto la Sanremo-Women-qui parliamo di classiche del Nord ma è un dato significativo- la Classic Brugge-De Panne e la Gent-Wevelgem. Proprio in quell’occasione ha toccato quota cento successi in carriera, la classifica completa cita: Marianne Vos (255), Ina-Yoko Teutenberg (148), Hanka Kupfernagel (118), Judith Arndt (110), Kirsten Wild (109), Annemiek van Vleuten (104) e, per l’appunto, Wiebes. Solo loro sopra i cento. Un dato in più: alla Ronde van Vlaanderen ha concluso in diciassettesima posizione, alla Paris-Roubaix ha concluso sul podio, terza. Mai fuori dalle venti. Vi invitiamo a rivedere un suo sprint e, anche se noi ci soffermiamo molto sul lato emozionale, per una volta vi chiediamo di osservare come si muove in una volata e la potenza, la nettezza con cui “leva di ruota”, letteralmente, le rivali. Persino le sue esultanze sono calme, studiate, come quando c’è tempo e non serve alzare le braccia velocemente al cielo. Si possono togliere gli occhiali, è possibile sistemarsi e poi concedersi alle fotografie di rito.
Allora, le rivali? Bene, la grandezza di Wiebes è anche in questo: di rivali ce ne sono e il talento abbonda anche dietro la sua ruota. Prendiamo Elisa Balsamo: mai un piazzamento fuori dalle dieci, da De Panne alla Roubaix, dopo aver vinto già due tappe alla Setmana Valenciana ed il Trofeo Alfredo Binda. I suoi sono sprint di potenza, decisi: se parte e non le prendi la ruota, non la recuperi più. Aveva messo nel mirino Scheldeprijs, prima della Paris-Roubaix: hanno provato a portare via la fuga ed evitare la volata. Non ce l’hanno fatta. Il treno l’ha portata ai duecento metri e da lì si è spianata da sola la strada verso il successo. Puntava alla Roubaix, dopo il secondo posto dello scorso anno, poi Pauline Ferrand-Prévot ha sparigliato le carte e si è trovata ad inseguire. Chiara Consonni, in crescita in questo inizio di stagione mentre sta provando nuovi meccanismi, in Canyon SRAM, dopo il cambio di squadra, ha detto ai microfoni Rai, nel velodromo: «Ho lottato tanto e spero da anni in una pietra». Le veniva da piangere, ma la Roubaix è così. L’ordine d’arrivo le assegna un ottavo posto. Lorena Wiebes dovrà tenere d’occhio anche Charlotte Kool, come sempre negli ultimi anni, ma una menzione noi la facciamo anche per Lara Gillespie. Quando non ci sono altri ordini di scuderia è lì, sempre piazzata. Forse pecca nel posizionamento, ma ha ventitré anni e c’è tempo per migliorare.

LA POLIEDRICA LOTTE KOPECKY
Non è un caso che questo paragrafo sia immediatamento successivo a quello dedicato alle velociste. Perché parte del merito delle vittorie di Lorena Wiebes va proprio a Lotte Kopecky, per come “la porta fuori” e, dietro ad un treno come quello della Campionessa del Mondo, viene tutto più facile o, per quanto, meno difficile. Lotte Kopecky è donna squadra: l’abbiamo vista alla Roubaix, mentre portava una borraccia a Wiebes e gliela posava nel dorsale. Ha fatto di tutto per scremare il gruppo sulle pietre, inseguita da Marianne Vos che sabato 12 aprile pareva aver ritrovato la gamba dopo qualche malanno. È donna squadra che può aiutare in qualunque frangente di corsa e questo fa la differenza: già osservata all’opera in questo senso sia nelle classiche che nelle grandi corse a tappe, Tour de France su tutte. In entrambi i casi, quando non aiuta le compagne, rischia di vincerle: vedasi il Giro d’Italia Women dello scorso anno, sfiorato, oppure vedasi la Ronde van Vlaanderen di quest’anno, conquistata a completamento di un tris storico, dopo le edizioni del 2022 e del 2023.
In realtà, qualche giorno prima, alla Dwars door Vlaanderen l’avevamo vista in difficoltà, almeno a tratti. L’immagine del dietro le quinte del podio, con Elisa Longo Borghini ed Elisa Balsamo che ridono e scherzano, mentre lei fissa il vuoto, è rimasta in mente a molti. Era delusa, pensierosa, pur avendo concluso in seconda posizione. Infatti, alla partenza del Fiandre, la favorita numero uno, probabilmente, era Longo Borghini, apparsa più fresca, almeno nelle ultime prestazioni. La caduta della campionessa italiana ed il conseguente ritiro ha, però, spostato l’ago della bilancia. Il duello preannunciato è diventato un monologo. Anche qui, sia chiaro: non sono mancate atlete in grado di tenere accesa la gara, ma, al dunque, Kopecky ha sbrigato la pratica in tutta facilità. Resta impresso l’attacco di Kasia Niewiadoma, nel finale, ormai convinta che una volata avrebbe avuto un esito scontato. Liane Lippert ha provato a tenerle la ruota ma le è stato impossibile affiancarla e superarla. Seconda quel giorno ha concluso Pauline Ferrand-Prévot. Una sorta di antipasto di quel che avremmo visto una settimana dopo alla Paris-Roubaix. Ma di questo parleremo più avanti.

«VADO A DIVERTIRMI»: PAROLA DI ELISA LONGO BORGHINI
Alla Dwars door Vlaanderen, a circa trenta chilometri dal traguardo, Elisa Longo Borghini, prendendo la scia di Ellen van Dijk, pare voler concludere un discorso iniziato giorni prima con quell’attacco nel chilometro conclusivo della Sanremo Women: «Certo che ho ripensato a Sanremo: avevo proprio l’immagine del traguardo che ho fatto in tempo a vedere, prima che mi riprendessero. Ci ho pensato e allo stesso tempo ho pensato che non poteva finire così anche questa volta. Vi dirò di più: ero sicura che sarei arrivata ed avrei vinto. Me lo meritavo e se lo meritava la mia squadra». Queste le sue parole qualche giorno dopo quell’impresa e qualche giorno prima del Fiandre.
Ci aveva anche detto: «Io sono sempre la solita Elisa. Mi sembra che si sia molto alla ricerca dei record e dei grandi numeri da raccontare. Non parto al Fiandre con questa idea. Una atleta ha il dovere di dare tutto e anche di più: “solo” questo. Poi può essere che, pur facendolo, magari, arrivi quinta. E se dovesse succedere sapete cosa significa? Che ci sono state quattro cicliste più forti. Si rispetta il verdetto e si prosegue. Parto serena, tranquilla. Qui ho già vinto e cercherò di divertirmi». Si riferiva alla sfida con Kopecky e alla questione delle tre vittorie da raggiungere alla Ronde van Vlaanderen, ma non solo.
Si riferiva anche alle cinquanta vittorie in sella, da poco raggiunte. Dice che non è il numero, ma la sensazione che prova quando sperimenta un sano agonismo e scatta. Aveva in mente qualcosa di simile anche per la Ronde van Vlaanderen, ma una caduta e una forte botta rimediata con conseguente commozione cerebrale e ritiro obbligato le ha impedito di realizzarla. Una settimana di riposo ed il ritorno in sella il giorno della Roubaix femminile, sabato scorso, con le sue nipoti, Anna e Marta, e suo fratello Paolo. Pare si sia divertita. Ora la aspettano le Ardenne, chissà. Di certo quando parte sembra dica sempre la solita cosa: «Ora vado a divertirmi, ci vediamo dopo».

PER SEMPRE LA PRIMA
Titolava in questo modo “L’Equipe” di domenica 13 aprile, il giorno seguente al numero di Pauline Ferrand-Prévot alla Paris-Roubaix Femmes. Una prima pagina tutta dedicata a questa vittoria e diverse pagine all’interno per continuare a raccontarla. Bello, bellissimo ci verrebbe da dire. Bello anche il titolo perché Ferrand-Prévot il primo posto pare averlo nel sangue. Basti pensare che l’ultima sua grande vittoria su strada era stata dieci anni fa e questa è la sua prima stagione, al ritorno, dopo anni in cui si è dedicata al fuoristrada, sperimentando tutte le discipline e vincendo titoli mondiali in ognuna di queste. Chi l’ha vista in azione sabato ha certamente ripensato a quanto il fuoristrada possa averla aiutata, a quanto proprio quel tipo di approccio faccia parte di Ferrand-Prévot: il suo aggredire le pietre, il suo scegliere sempre la traiettoria migliore per affrontare le curve o i tratti più complessi, persino la sua capacità di “galleggiare”, come dicono gli specialisti, sul pavè. Sembrava sapesse esattamente il momento migliore per scegliere il bordo della strada, dove la bici va via, scorrevole, e quando tornare al centro. Era in perfetto equilibrio, anche a pochi centimetri dai tifosi, che sfiorava e che la sfioravano. Aveva occhiali aerodinamici e ogni dettaglio studiato per limare tutto quel che si poteva limare. Era stata male nei giorni prima ed era partita non sapendo esattamente cosa avrebbe potuto fare e dove avrebbe potuto arrivare. Una caduta, all’ingresso del settore dodici, avrebbe potuto comprometterle la gara, invece no. A più di venti chilometri dall’arrivo è partita, si è riportata su Norsgaard, poi, proprio sulle pietre l’ha staccata. Com’è finita, lo sappiamo tutti: sola nel velodromo di Roubaix. Ricordiamo il primo giorno di questo ritorno in corsa, all’UAE Tour: nervosa, pensierosa. Nella tappa decisiva, a Jebel Hafeet, concluse al diciottesimo posto, a più di tre minuti da Elisa Longo Borghini. Non era giornata, ma quel nervosismo, quel tenerci a fare bene erano un segno: terza alla Strade Bianche, dodicesima alla Sanremo, seconda alla Ronde van Vlaanderen, prima alla Roubaix. Forse la sua prima e ultima Roubaix.

IL PERCORSO DI LETIZIA BORGHESI
Lo scatto che ha permesso a Letizia Borghesi di conquistare il secondo posto alla Paris-Roubaix non l’ha visto praticamente nessuno. In un’intervista che ci ha concesso e che leggerete prossimamente, Borghesi ci ha spiegato di essere partita tra i meno due e l’ultimo chilometro, prima del settore conclusivo di pavè: non l’hanno più ripresa. I giri infiniti all’interno del velodromo e quella mano sulla testa che pareva testimoniare incredulità, invece, era solo felicità, all’ennesima potenza, perché ce l’aveva fatta. Sempre in questa intervista, Letizia Borghesi ha raccontato di aver sempre creduto di poter stare con le migliori, di essere alla loro altezza, ma, come spesso accade, nello sport e non solo, è necessario dimostrare quel che si pensa. Lei è fiera di averlo dimostrato.
Sino ad ora, sono identificabili due picchi, nella sua carriera: la vittoria di tappa al Giro d’Italia, a Carate Brianza, l’8 luglio del 2019, e, per l’appunto, il podio di sabato scorso. La prima volta nella fuga di giornata, in una di quelle tappe in cui la fuga arriva al traguardo, la seconda volta spalla a spalla con le big è riuscita a prevalere. Però, a parte questo risultato, importante e degno di nota, di Borghesi è necessario sottolineare il percorso, testimoniato dai tanti piazzamenti. Al Fiandre, quest’anno, ha concluso sesta, nonostante sia rimasta coinvolta nella medesima caduta di Elisa Longo Borghini, ed alla Roubaix arrivava alleggerita da questo risultato, ma c’è di più. L’anno scorso, alla Roubaix, era arrivata nel gruppo che si giocava la volata per il settimo posto ed aveva concluso tredicesima: una crescita costante e graduale.
I risultati migliori stanno arrivando dove abbondano le pietre e lo sterrato, reminiscenza del cross in cui Letizia Borghesi si è sempre cimentata ed in inverno continua a cimentarsi. Che i valori di riferimento fossero migliori degli anni scorsi, Borghesi l’ha notato proprio lì ed ecco i risultati a testimoniarlo. Ora sogna le corse delle Ardenne e corse a tappe e un podio in una frazione del Tour de France Femmes.
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