«Andiamo a vedere il Tour?»
Spesso è dalle domande più semplici che nascono le idee migliori, sempre che pedalare quasi 700 chilometri e 9.000 metri di dislivello per vedere sfrecciare davanti a sé dei ciclisti per una manciata di secondi possa essere considerata una buona idea.

Ma se vedere il Tour inizialmente era una scusa per mettersi in sella, viverlo anche se solo per una giornata ci ha fatto assaporare la vera essenza del ciclismo e della fatica.

Senza che nessuno di noi lo ammettesse, quel far girare le gambe e la mente era ciò che ci serviva per dare ossigeno alle nostre menti, partenza da casa, verso la tappa per scalatori più iconica del La Grande Boucle di quest’anno: il Mont Ventoux.
Un nome rimasto impresso negli annali del ciclismo e non solo, addirittura nel XIV secolo, Petrarca, forse per molti solo una reminiscenza delle lezioni di letteratura delle superiori, salì il Monte Ventoso, vivendo sulla sua pelle le difficoltà che poneva la sua ascensione «Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo».

Del viaggio parleranno le foto.
Quelle scattate lungo strade secondarie, con l’asfalto screpolato e l’ombra degli alberi a tagliare i raggi del sole. Quelle con la bici appoggiata a un muretto, i panini mangiati in silenzio, le lente giornate. Quelle basteranno. A me, invece, interessa raccontare ciò che non si può fotografare.

Non ho dormito molto la notte prima. La montagna era là, non come il nostro Airbnb che non esisteva (ma questa è un’altra storia). Un gigante che si nasconde dietro le colline e i boschi, in attesa. E io, come prima di un esame, sentivo le gambe vuote e la testa piena.

Il vento arriva prima di tutto, ancora prima dell’inizio della salita. Soffia freddo, con quella voce antica che pare mormorare segreti agli alberi, e scuote le bandiere gialle legate alle transenne come se volesse liberarle.
Arrivare in cima è come entrare in un luogo sacro. Il sole, le grida, le birre, tutto sembra attutito da una coltre invisibile. C’è qualcosa nell’aria rarefatta, un rispetto, una tensione, una memoria collettiva. Qui hanno sofferto tutti. Qui il ciclismo si spoglia dell’apparenza e diventa un culto. Tutto si riduce alla pura, cruda esperienza dell’uomo che lotta contro la salita, il cronometro e contro se stesso. Ed è proprio lì che si radica il vero significato del culto: una sorta di venerazione per la fatica e il sacrificio.
Quando arrivano i corridori, tutto si scioglie in un boato. Ma è un attimo. Un battito d’ali. I corpi che si piegano sulle bici, gli occhi scavati, il silenzio negli sguardi. Li vedo e mi vedo. In ognuno di loro c’è la mia fatica, la voglia di non mollare. E poi passano, anche gli ultimi, incredibilmente veloci.
Scendiamo in silenzio, come gocce d’acqua in un fiume, con le mani fredde sul manubrio e il cuore troppo pieno per parlare. Non ho parole. Non ho un souvenir. Ho solo il ricordo di un gigante che quel giorno ci ha accolto, atleti e tifosi, senza distinzioni.

Difficile spiegare perché fossimo lì. Difficile spiegare perché abbiamo pedalato per giorni. Sul Mont Ventoux non si sale per vedere una corsa. Si sale per capire qualcosa. Non so bene cosa, ma il gigante sì. Il Ventoux capisce tutto.

Testo e foto di Jacopo Chianale

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