Sapete che c’è? Che dopo pomeriggi così viene voglia di fregarsene del tempo e di tutto quello che forse porterà o forse no, piuttosto che di quello che forse toglierà o forse no. In mezzo ai ciclisti è quasi una bestemmia questo menefreghismo, perché, da queste parti, se il tempo non è tutto poco ci manca. Le classifiche sono a tempo, a parte alcune, tuttavia le corse sono comunque sempre vinte da chi impiega meno tempo e l’ultimo in classifica generale è sempre colui che ha impiegato più tempo a percorrere il chilometraggio designato. E, poi, la storia di un ciclista è una storia a tempo limitato visto che la carriera termina quando per il mondo si è giovani, per il gruppo “vecchi”. Allora il passare degli anni porta a fare i conti di quanti altri Giri d’Italia si potranno ancora correre, di quante altre fughe si potranno ancora fare oppure, più semplicemente, di quante volte ci si potrà allenare pensando ad una gara. Come fai a dire ad un ciclista di mandare al diavolo il tempo e di non considerarlo? Ti direbbe che sei fuori dalla realtà del gruppo e avrebbe pure ragione. Eppure oggi, ad Andalo, quando abbiamo visto Michael Valgren vincere la diciassettesima tappa del Giro d’Italia come l’ha vinta, con leggerezza, ci siamo detti che a questa convenzione chiamata tempo avremmo cercato di pensare il meno possibile, perché, a dire il vero, pure noi, che ciclisti non siamo, questo tarlo del tempo lo abbiamo e prendiamo le misure a tutto attraverso di lui. Che si tratti di felicità o di dolore.
Anche adesso che parliamo di Michael Valgren e di tutto quello che ha passato negli ultimi quattro anni, lo facciamo in questo modo.
Diciamo, ad esempio, che dopo quella caduta che l’ha sbalzato a tutta velocità giù da un dirupo, alla Route d’Occitanie, provocandogli una frattura del bacino, la rottura del legamento crociato anteriore, del legamento collaterale mediale e del menisco del ginocchio, quando ancora zoppicava e non riusciva a stare in equilibrio in piedi, ogni mattina passava un’ora e mezza su una macchina per la flessione del ginocchio, poi si recava dal fisioterapista per tre ore e mezza, tornava a casa, si rimetteva su quella macchina ed applicava il ghiaccio sull’articolazione. Mesi dopo riusciva a pedalare su una cyclette per 45 minuti, suddivisi in tre sessioni da quindici. Ad Andalo, per rendere l’idea, ha vinto dopo oltre quattro ore e quaranta di corsa. La sofferenza è nel tempo. Valgren, però, accompagnava anche suo figlio a scuola, mentre la moglie aspettava un altro bambino, e andava a fare la spesa, per essere forte e perché doveva mostrare forza. Visto che non era solo. Qui il tempo non c’entra nulla, c’entra l’uomo e tutto ciò che con il tempo non si può misurare. La paura, che non è questione di tempo massimo in certe circostanze, ma di bene e di ferite. L’amore, che non è un trofeo che sale su o disegna l’infinito- ma gli esseri umani che ne sanno di infinito anche se sono ciclisti?- ma di dedizione, di scelta. Di un lavoro senza cui, parole sue, sembra impossibile vivere.
L’età, sì, ha a che fare con il tempo. E certi numeri, certe età, nel ciclismo hanno a che fare con le ultime volte, lo abbiamo detto. Damiano Caruso ha trentotto anni e tutto quello che sta facendo quest’anno, sportivamente si intende, sarà un’ultima volta. L’unico tempo di cui non è giusto fregarsene è quello che ci ha insegnato, che ci ha cresciuto, quello per cui siamo in un modo piuttosto che in un altro. Caruso quello l’ha sempre rispettato, suo padre era nella scorta del giudice Falcone nel 1984, durante gli anni di piombo, per poco più di un milione e duecentomila lire, e di qualunque cosa parli, in fondo, parla di lui. Caruso è per dire chiaramente quello che è giusto o quello che è sbagliato, a schiena dritta, perché l’esempio questo gli ha insegnato. Il valore questo è. E anche le parole, agli esseri umani, non servono per giocare. Il resto del tempo, l’età, gli anni di professionismo già trascorsi, quel poco tempo che resta, invece, lo emoziona ma non lo fa star male. È un ciclista che ha già visto tutto o quasi e con quel tutto si regola, da quel tutto ha imparato e grazie a quel tutto è dov’è. Attacca, centra la fuga, forza l’andatura, attende, pazienta, rientra, attacca di nuovo, di nuovo aspetta ed insegue e di nuovo parte. Il momento giusto, anche questo è il tempo del ciclismo, quello imprescindibile, lo trova Michael Valgren e Valgren vince. Il siciliano è orgoglioso: è rientrato in classifica ma non aveva attaccato per quello, bensì per provare a vincere. Non ci è riuscito, però il percorso lo fa felice.
Il tempo non l’hanno fermato, tanto lui quanto Valgren. Non hanno fermato minuti e secondi che passano, Giro che va verso la fine, primavera che va verso l’estate e carriere che prima o poi cambieranno forma. Nessuno dei due è più giovanissimo e pure questo non lo cambia un giorno così. Entrambi sono stati felici, lo sono ancora e quando verrà tempo di ripartire domani mattina lo faranno con qualche peso in meno addosso. Che poi che il tempo sia qualcosa da contare è una convenzione, utile, necessaria. Fondamentale nel ciclismo. Magari quella strana faccenda chiamata tempo, invece, è qualcosa da misurare. In altro modo. E, quando si riesce a fregarsene, e ad agire dentro il tempo e non in base a quello che se n’è andato o che ci resta, si scopre che mandarlo al diavolo è davvero un affare. Per quelli come Valgren, come Caruso e come tanti altri che ci stanno pensando e non lo dicono.


