Non appena l’aereo, che la accompagna dalla terra ligure a quella veneta, atterra in aeroporto, Irma Siri, bagagli alla mano, quasi ogni venerdì della stagione, si affaccia all’esterno, in cerca dell’automobile di Lucio Rigato che la attende per accompagnarla a Spresiano, in “casetta”, come si dice in Fassa Bortolo Top Girls: la “casetta” ovvero una casa, niente di più e niente di meno, il luogo in cui le cicliste soggiornano, quando si ritrovano. Che piova, ci sia nebbia, sia più o meno buio, più o meno freddo, Irma sa sempre dove guardare nel parcheggio dell’aeroporto: dopo i pullman, sulla sinistra e Rigato, con la sua aria solo apparentemente austera, è sempre lì. La sera cena con Lucio e la moglie e va a letto presto: si allena, mette chilometri nelle gambe ed il lunedì mattina torna in aeroporto per tornare a casa: «Certe volte, dico a Rigato di non preoccuparsi, che posso ripartire in treno. Non è mai successo, non mi ha mai lasciata sola una volta. Quando ho firmato il contratto, mi ha presa da parte: “Da oggi è come se fossi mia figlia, ti chiederò il massimo, ma sappi che ti rispetterò in tutto e per tutto”. Confesso che, all’inizio, mi intimoriva, oggi mi fa sentire sicura, serena». Si tratta solo di un piccolo squarcio, però importante, della vita di una ciclista di diciannove anni, che corre in bicicletta, ha studiato al liceo scientifico e affrontato la maturità.

Raccontiamo in primis questo e potremmo raccontare molto altro. Per esempio, della madre di Irma che è da sempre orgogliosa della scelta della figlia, non perché la voglia campionessa, ma perché tanto lei quanto il padre erano sportivi, pur se non ciclisti, da ragazzi, e hanno sempre desiderato che i propri figli potessero crescere in quel mondo per i valori che racchiude: Irma corre, Giorgio ha corso per diversi anni, Francesco, invece, studia giurisprudenza ed è esattamente l’opposto di qualunque sport. Irma Siri ride fragorosamente: «Mia madre è l’unica persona che mi chiede di andare piano, soprattutto in discesa, non la convincerò mai che devo spingere forte». Poi torna seria, la voce si spezza: «Ricordo le gare in pista. Una volta, ero desolata perché le prove non stavano andando come avrei desiderato. “Ormai è inutile, non ce la farò mai”: le ho detto. “No, tu credici. Se ci credi, ce la fai”. Beh, ce l’ho fatta davvero e lei aveva gli occhi gonfi dal pianto». Irma vorrebbe somigliarle, per quanto è estroversa, per quanto sa proteggere. Attraverso queste storie, da quando ha iniziato, a sei anni, la bicicletta è diventata per lei un’estensione del proprio corpo, una parte imprescindibile delle sue giornate e quasi nessun suo aspetto la intimorisce: le discese, anzi, la entusiasmano. In volata ha qualche dubbio, sul dove “infilarsi” per trovare lo spazio giusto, ma è determinata ad acquisire sicurezza. Le cronometro, poi, sono il suo terreno preferito e, con il passare delle categorie, questa sensazione si è rinforzata: racconta che l’essere da sola, contro il tempo, la rassicura, perché sa che tutto dipende solo ed esclusivamente da lei. Dietro di lei, la macchina con Lucio Rigato che la sprona e la incita: è stato lui a farle provare le prime biciclette con le protesi in allenamento, permettendo così di fare lavori specifici e migliorare la posizione.

«Sono una passista, me la cavo abbastanza bene su tutti i terreni. Soprattutto non sono un’attendista: preferisco fare e sbagliare piuttosto che rimandare in cerca del momento perfetto che, alla fine, non arriva mai. Forse anche per questo stimo Demi Vollering, perché mi piace la sua lettura dei momenti importanti e delle grandi corse». Da sempre è affascinata dalla chimica e nei desideri ci sarebbe la possibilità di studiare medicina all’università, ma con gli impegni di una ciclista è un percorso lungo e difficile, magari, chissà, potrebbe occuparsi di fisioterapia, certamente vorrebbe restare nel mondo del ciclismo e continuare ad avere a che fare con le atlete e gli atleti. «Posso essere una studentessa che corre in bicicletta grazie alla mia famiglia. Mia madre mi prepara il pasto da portare a scuola in modo da poter uscire in allenamento subito dopo le lezioni. Il Ministero dell’Istruzione ha espresso più volte linee guida sugli studenti atleti, ma non sempre è facile applicarle. Lo studio è importante, fondamentale, però le tante, troppe difficoltà che si incontrano nel coniugare questi due percorsi a tratti finisce per scoraggiare dal perseguimento di una passione e di un talento e, a mio avviso, la scuola dovrebbe occuparsi anche di questo». Parte di una generazione spesso schiacciata da pressioni, aspettative e dalla difficoltà ad accettare il riposo, lo stacco, come parte costitutiva della crescita e del lavoro: Irma Siri ha imparato a conviverci e, anzi, a rispettare anche i momenti di svago, coniando con Paolo Slongo, suo preparatore, il detto «il giorno di riposo toglie il medico di torno”, perché è necessario per non bruciarsi e per continuare ad essere atlete. Anche per questo ha deciso di mettere da parte il ciclocross, che pure le piace e le ha permesso di migliorare la tecnica in sella: diversamente sarebbe stato un ciclo continuo di attività non sostenibile, senza recupero fisico e mentale.

Sogna l’appartenenza ad una squadra World Tour, un domani, e un mondiale a cronometro, però servirà tempo. È fiera di essere una donna «anche se, nel ciclismo e forse nella quotidianità in generale, dobbiamo dimostrare il doppio per ottenere la metà degli uomini, ma sono fiera lo stesso. Nel ciclismo le cose sono migliorate molto negli ultimi anni, ne sono felice. Credo non sia nemmeno giusto inseguire il maschile, perché ogni cosa ha i propri tempi e non rispettarli significa correre il rischio di tornare indietro. Certo, sono rimasta più volte amareggiata dall’assenza di dirette televisive per le nostre gare, perché meritiamo di essere raccontate esattamente come i nostri colleghi uomini: le nostre gare non sono da meno o meno interessanti. Penso che ogni atleta condivida questo rammarico». La Sanremo Women di questo 2025 ha a che fare con questo orgoglio, visto che si corre nella sua terra, quella del Trofeo Ponente in rosa, «dove però qualcuno continua a non avere idea di cosa sia la Sanremo femminile o a non conoscere la Cipressa ed il Poggio: questo è un fatto culturale, magari con le gare cambierà”. Continua ad amare la pista, come il primo giorno in cui l’ha provata e non voleva più smettere di girare nel velodromo Il primo anno con le élite è sempre un test, importante, a tratti complicato, certamente con alti e bassi: «non è mai un percorso lineare ma un continuo saliscendi. Non dobbiamo farci abbattere dai momenti bui e nemmeno esaltarci troppo se le cose vanno bene. Mi ritengo fortunata perché ho chi mi sostiene e non sono sola nella mia volontà di diventare ciclista. Il resto si sistema».

Foto: Paolo Dalla Costa

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