Non solo una fuga: intervista ad Alessia Vigilia

Un giorno di gennaio, dall’altra parte del mondo, in un’estate caldissima e assolata, Alessia Vigilia è stata felice. Anche se, a ben guardare, alla fine, ovvero al traguardo, l’unica fine che conta per una ciclista, ad occhi non così attenti, potrebbe sembrare non essere successo praticamente nulla. L’inganno più comune degli ordini d’arrivo, delle classifiche, che hanno numeri ma non hanno parole, non hanno storie, soprattutto. Il 17 gennaio, Alessia Vigilia non aveva pensato alla fuga durante la prima frazione del Tour Down Under. Non così almeno. L’idea era che lei e Francesca Pellegrini muovessero le acque e proprio Pellegrini aveva lanciato il primo attacco mentre ancora il plotone sonnecchiava. Anche Vigilia, a dire il vero, era intorpidita ma, si sa come succede, a volte gli scatti sono una reazione alla propria noia, alla propria stanchezza. Così se ne è andata, all’avventura, nel senso più genuino del termine: «Volevo solo vedere cosa sarebbe successo e non credevo neppure di restare sola. Ero convinta che mi avrebbero lasciato sfogare per qualche chilometro e poi sarebbero venute a riprendermi. Invece, questa volta, mi sbagliavo e, sono sincera, solo per qualche istante, quando il vantaggio ha toccato i tre minuti, mi sono detta che, chissà, magari poteva essere un giorno diverso».

La strada è lunga, dritta, calda, all’orizzonte i contorni sono sfumati dall’effetto Fata Morgana, ma qui l’unica acqua è quella delle borracce immerse nel ghiaccio per mantenere la temperatura. Il resto sono solo pensieri, soprattutto per Vigilia: «Ad un certo punto, fatichi anche a pensare. La noia in corsa ed in fuga esiste: solo avere sempre piani ben precisi riesce a scongiurarla. Non sai più che pensieri fare e cerchi dei dettagli su cui focalizzarti. Ho cercato di guardarmi attorno, di guardare, per l’appunto, la strada e non solo di vederla. Stranamente ricordo bene il paesaggio che ho attraversato, almeno fino agli ultimi chilometri dove sono entrata in una sorta di cronometro e mi sono concentrata solo sulle traiettorie delle curve da prendere. Ho sentito gridare il mio nome e mi ha fatto effetto. L’inverno è stato lungo e ho lavorato molto per continuare a dimostrare chi sono e quel che voglio. Non so se sia giusto o sbagliato però quando si cambia squadra, è il caso del mio approdo in Uno-X Mobility, quell’urgenza preme più forte. Per questo ero felice al traguardo, nonostante mi avessero ripreso proprio all’arrivo, perché dentro di me sentivo di aver fatto qualcosa. Riuscito o meno, ma avevo fatto qualcosa». Ci sono molte foto di quella fuga senza senso eppure piena di senso, Alessia le ha viste, ha pensato di postarle, poi ha lasciato perdere. In occasione del debutto di Elisa Longo Borghini, però, le ha scritto un messaggio di in bocca al lupo: «Abbiamo parlato ed Elisa mi ha fatto i complimenti per quell’azione. Poi mi ha detto che forse avrei dovuto cambiare la mia immagine profilo su whatsapp, dopo anni. E, se te lo dice lei, come fai a non darle retta?”. Alessia Vigilia sorride, noi con lei, poi torna seria e riporta anche noi alla serietà: «Da anni ho la fotografia del mio podio al Campionato Italiano del 2023, un risultato che per me ha significato molto perché al termine di un periodo in cui ho avuto tanti dubbi. Quella foto era lì per ricordarmi quella versione di me stessa. Oggi ce n’è una degli istanti dopo quella fuga al Tour Down Under ed anche questa mi rappresenta. Anche questa è una versione di me che non voglio dimenticare».

L’altro mondo, quello australiano, è diviso nettamente da questo anche per il fatto che la notte ed il giorno si scambiano i loro posti. Così il gruppo correva nel giorno australiano che è la notte europea. I genitori ed il compagno di Vigilia si svegliavano spesso per vederla ma le abitudini erano diverse. Per ovvie ragioni di fuso orario non poteva esserci il messaggio inviato prima della partenza e quello dopo l’arrivo: «Sembra una sciocchezza ma mi sono resa conto di quanti momenti perdiamo attaccati a quel telefono. Ho sempre vissuto il dopo gara con le mie compagne, eppure, solo in Australia, non potendo stare al cellulare, ho condiviso istanti del post gara che non avevo mai condiviso. Ho visto emozioni, sensazioni, detto e ascoltato parole che altrimenti mi sarei persa. Guardarsi negli occhi dopo una corsa è uno dei motivi per cui tornerei in quel paese in cui non ero mai stata prima». L’Australia è stata una bolla in cui «abbiamo condiviso tutto, lavoro e tempo libero, spazi ovviamente, persino la vista di luoghi naturali e animali tipici, curata dall’organizzazione. Questo ha fatto si che siamo diventate tutte un pochino meno egoiste». Sembra che qualcosa sia cambiato in Alessia Vigilia, non solo la squadra. A forza di parlare, ci sembra di capire che è qualcosa che ha a che fare con l’ascolto e la fiducia. Racconta di sentirsi ascoltata in Uno-X e poi precisa «che non significa fare sempre quello che si vuole o avere carta bianca, quella è un’altra cosa. Essere ascoltati vuol dire essere visti, essere riconosciuti per la propria strada ed il proprio percorso». Quando questo accade, quando si ha la possibilità di vedere riconosciute le proprie parole, nasce la fiducia: «Non c’è un qualcosa di particolare e istantaneo che faccia nascere la fiducia, nel lavoro e nei rapporti. Si tratta di un insieme di fatti e circostanze. Certo esiste la sensazione di fiducia a pelle ma è rara e spesso non dura. La fiducia per una ciclista come me è uno scambio costruttivo e un ascolto reciproco. Ho avuto una carriera altalenante fino a qui, devo ancora conoscermi e scoprirmi bene, vedere fino a dove posso arrivare. Sono queste le cose che mi fanno dire “ce la fai, Alessia! Ce la fai!”. Ed è molto importante dirselo».

Il Nord nella sua squadra, la Norvegia, è un mondo che Alessia Vigilia conosce ancora poco, di sicuro apprezza la professionalità, il modo di lavorare e di vivere il team. Scherza sulla lingua, dice che non conosce quasi nessuna parola in norvegese, poi le viene in mente che ha imparato “tak” che in danese significa grazie e compensa con quello la nostra domanda. Infatti recentemente è stata in Danimarca, in galleria del vento. Non aveva un bel ricordo della Danimarca, pensava ai Campionati Europei di Herning dove, però, non aveva corso, questa volta è andata diversamente: «Forse qualcuno dirà che a cronometro non ho poi ottenuto chissà quali risultati e potrebbe anche avere ragione tuttavia per me quei risultati sono sempre stati importanti e a cronometro mi sono sempre sentita bene. La galleria del vento è un luogo di studio, di aerodinamica e di materiali. Un lavoro personalizzato che mi aiuterà a migliorare. Un lavoro che avrei voluto, forse dovuto, fare da molto tempo. Questa squadra me l’ha permesso: stanno investendo su di me, capisci?  Chi investe su di te si fida e tu ne trai forza». In fondo, la prima ad investire su Vigilia è stata proprio lei stessa concludendo il percorso di studi che aveva iniziato e laureandosi qualche mese fa. Ride: «Avevano tutti perso la speranza, poi ho messo il turbo ed in un anno ho concluso con esami e tesi. Lo dovevo a  me stessa. Era un cerchio che era giusto chiudere”. Per la tesi si è occupata di una revisione scientifica sul tema dell’assunzione di carboidrati da parte delle sportive donne: «Ho scoperto, ma già lo sapevo, che tutte le linee guida esistenti sono basate su uomini. Uomini e donne, però, sono diversi, hanno un organismo diverso e necessità differenti. Le donne hanno il ciclo mestruale, bisogna considerarlo. Sono rimasta basita, certamente, e da donna e da sportiva non posso esserne contenta. Un tempo, forse, si poteva capire perché le donne atlete e cicliste erano meno, oggi no, oggi non si può e non si deve capire. Sono cambiate tante cose, spero cambi anche questo. Di più. Voglio che cambi anche questo». Sì, non di sole fughe è fatto il ciclismo e Alessia Vigilia è la persona migliore per raccontarlo.


Tutte le speranze di Irma Siri

Non appena l'aereo, che la accompagna dalla terra ligure a quella veneta, atterra in aeroporto, Irma Siri, bagagli alla mano, quasi ogni venerdì della stagione, si affaccia all'esterno, in cerca dell'automobile di Lucio Rigato che la attende per accompagnarla a Spresiano, in "casetta", come si dice in Fassa Bortolo Top Girls: la "casetta" ovvero una casa, niente di più e niente di meno, il luogo in cui le cicliste soggiornano, quando si ritrovano. Che piova, ci sia nebbia, sia più o meno buio, più o meno freddo, Irma sa sempre dove guardare nel parcheggio dell'aeroporto: dopo i pullman, sulla sinistra e Rigato, con la sua aria solo apparentemente austera, è sempre lì. La sera cena con Lucio e la moglie e va a letto presto: si allena, mette chilometri nelle gambe ed il lunedì mattina torna in aeroporto per tornare a casa: «Certe volte, dico a Rigato di non preoccuparsi, che posso ripartire in treno. Non è mai successo, non mi ha mai lasciata sola una volta. Quando ho firmato il contratto, mi ha presa da parte: "Da oggi è come se fossi mia figlia, ti chiederò il massimo, ma sappi che ti rispetterò in tutto e per tutto". Confesso che, all'inizio, mi intimoriva, oggi mi fa sentire sicura, serena». Si tratta solo di un piccolo squarcio, però importante, della vita di una ciclista di diciannove anni, che corre in bicicletta, ha studiato al liceo scientifico e affrontato la maturità.

Raccontiamo in primis questo e potremmo raccontare molto altro. Per esempio, della madre di Irma che è da sempre orgogliosa della scelta della figlia, non perché la voglia campionessa, ma perché tanto lei quanto il padre erano sportivi, pur se non ciclisti, da ragazzi, e hanno sempre desiderato che i propri figli potessero crescere in quel mondo per i valori che racchiude: Irma corre, Giorgio ha corso per diversi anni, Francesco, invece, studia giurisprudenza ed è esattamente l'opposto di qualunque sport. Irma Siri ride fragorosamente: «Mia madre è l'unica persona che mi chiede di andare piano, soprattutto in discesa, non la convincerò mai che devo spingere forte». Poi torna seria, la voce si spezza: «Ricordo le gare in pista. Una volta, ero desolata perché le prove non stavano andando come avrei desiderato. "Ormai è inutile, non ce la farò mai": le ho detto. "No, tu credici. Se ci credi, ce la fai". Beh, ce l'ho fatta davvero e lei aveva gli occhi gonfi dal pianto». Irma vorrebbe somigliarle, per quanto è estroversa, per quanto sa proteggere. Attraverso queste storie, da quando ha iniziato, a sei anni, la bicicletta è diventata per lei un'estensione del proprio corpo, una parte imprescindibile delle sue giornate e quasi nessun suo aspetto la intimorisce: le discese, anzi, la entusiasmano. In volata ha qualche dubbio, sul dove "infilarsi" per trovare lo spazio giusto, ma è determinata ad acquisire sicurezza. Le cronometro, poi, sono il suo terreno preferito e, con il passare delle categorie, questa sensazione si è rinforzata: racconta che l'essere da sola, contro il tempo, la rassicura, perché sa che tutto dipende solo ed esclusivamente da lei. Dietro di lei, la macchina con Lucio Rigato che la sprona e la incita: è stato lui a farle provare le prime biciclette con le protesi in allenamento, permettendo così di fare lavori specifici e migliorare la posizione.

«Sono una passista, me la cavo abbastanza bene su tutti i terreni. Soprattutto non sono un'attendista: preferisco fare e sbagliare piuttosto che rimandare in cerca del momento perfetto che, alla fine, non arriva mai. Forse anche per questo stimo Demi Vollering, perché mi piace la sua lettura dei momenti importanti e delle grandi corse». Da sempre è affascinata dalla chimica e nei desideri ci sarebbe la possibilità di studiare medicina all'università, ma con gli impegni di una ciclista è un percorso lungo e difficile, magari, chissà, potrebbe occuparsi di fisioterapia, certamente vorrebbe restare nel mondo del ciclismo e continuare ad avere a che fare con le atlete e gli atleti. «Posso essere una studentessa che corre in bicicletta grazie alla mia famiglia. Mia madre mi prepara il pasto da portare a scuola in modo da poter uscire in allenamento subito dopo le lezioni. Il Ministero dell'Istruzione ha espresso più volte linee guida sugli studenti atleti, ma non sempre è facile applicarle. Lo studio è importante, fondamentale, però le tante, troppe difficoltà che si incontrano nel coniugare questi due percorsi a tratti finisce per scoraggiare dal perseguimento di una passione e di un talento e, a mio avviso, la scuola dovrebbe occuparsi anche di questo». Parte di una generazione spesso schiacciata da pressioni, aspettative e dalla difficoltà ad accettare il riposo, lo stacco, come parte costitutiva della crescita e del lavoro: Irma Siri ha imparato a conviverci e, anzi, a rispettare anche i momenti di svago, coniando con Paolo Slongo, suo preparatore, il detto «il giorno di riposo toglie il medico di torno", perché è necessario per non bruciarsi e per continuare ad essere atlete. Anche per questo ha deciso di mettere da parte il ciclocross, che pure le piace e le ha permesso di migliorare la tecnica in sella: diversamente sarebbe stato un ciclo continuo di attività non sostenibile, senza recupero fisico e mentale.

Sogna l'appartenenza ad una squadra World Tour, un domani, e un mondiale a cronometro, però servirà tempo. È fiera di essere una donna «anche se, nel ciclismo e forse nella quotidianità in generale, dobbiamo dimostrare il doppio per ottenere la metà degli uomini, ma sono fiera lo stesso. Nel ciclismo le cose sono migliorate molto negli ultimi anni, ne sono felice. Credo non sia nemmeno giusto inseguire il maschile, perché ogni cosa ha i propri tempi e non rispettarli significa correre il rischio di tornare indietro. Certo, sono rimasta più volte amareggiata dall'assenza di dirette televisive per le nostre gare, perché meritiamo di essere raccontate esattamente come i nostri colleghi uomini: le nostre gare non sono da meno o meno interessanti. Penso che ogni atleta condivida questo rammarico». La Sanremo Women di questo 2025 ha a che fare con questo orgoglio, visto che si corre nella sua terra, quella del Trofeo Ponente in rosa, «dove però qualcuno continua a non avere idea di cosa sia la Sanremo femminile o a non conoscere la Cipressa ed il Poggio: questo è un fatto culturale, magari con le gare cambierà". Continua ad amare la pista, come il primo giorno in cui l'ha provata e non voleva più smettere di girare nel velodromo Il primo anno con le élite è sempre un test, importante, a tratti complicato, certamente con alti e bassi: «non è mai un percorso lineare ma un continuo saliscendi. Non dobbiamo farci abbattere dai momenti bui e nemmeno esaltarci troppo se le cose vanno bene. Mi ritengo fortunata perché ho chi mi sostiene e non sono sola nella mia volontà di diventare ciclista. Il resto si sistema».

Foto: Paolo Dalla Costa


Vollering, Labous, la crescita di FDJ-Suez: Alessia Vigilia racconta

In una frazione di corsa dell'edizione 2024 della Freccia del Brabante, al comando si è formato un terzetto: Elisa Longo Borghini, Demi Vollering ed Alessia Vigilia. Forse è questa la prima occasione in cui Vollering e Vigilia si incrociano da vicino. A noi lo racconta proprio Alessia Vigilia: «Non so nemmeno come ho fatto a ritrovarmi lì. Elisa, probabilmente conoscendomi e vedendo la mia fatica, non mi ha mai chiesto un cambio. Demi, invece, ad un certo punto, voltandosi verso di me, mi ha invitato ad andare in testa a fare il ritmo. Cos'ho pensato? Che avrei voluto dirle che era un miracolo essere lì per me e che, se avessi resistito altri due chilometri, sarei già stata contenta. Non ho detto nulla, ma il cambio non l'ho dato, no».
L'aneddoto non è casuale, infatti Vollering e Vigilia sono compagne di squadra a partire da quest'anno. Non è una novità per l'atleta bolzanina essere al servizio di una ciclista di quel calibro, già l'anno scorso in FDJ-Suez, c'erano Marta Cavalli, Cecilie Uttrup Ludwig e Grace Brown e a causa del confronto con queste cicliste, Vigilia ha fatto proprio un modus di affrontare il ciclismo: ridimensionarsi, questa è la parola chiave. «In Fassa Bortolo ero, forse, l'atleta con maggiore esperienza. Tutti erano interessati a sapere cosa pensassi ed il mio parere era al centro dell'attenzione. In queste condizioni, puoi sentirti parzialmente arrivato: ecco, ritrovarsi in squadre con gente come Cavalli o Brown, ad esempio, ti fa capire che ne hai di strada da fare, di pastasciutta da mangiare, perché loro sono oggettivamente di un altro livello».
Differente è anche l'organizzazione; Vigilia definisce «una cosa da pazzi» osservare quante persone lavorino per le atlete in FDJ. Allo stesso modo parla della cura dei dettagli, dell'attenzione ad ogni sfumatura. Si è trovata spiazzata nel momento in cui ha dovuto scegliere i materiali, piuttosto che quando ha deciso che tubeless utilizzare prima della sua prima Roubaix: «Era tutto nuovo, questo era ancor più nuovo. Se così si può dire. Io non provengo da una famiglia di ciclisti, non ho punti di riferimento in tal senso a casa e credo che questo mi abbia penalizzato in diverse occasioni. Sia chiaro: l'appoggio non mi è mai mancato e senza i miei genitori non sarei una ciclista, perché da soli non si riesce ad inseguire una carriera di questo tipo. Mia mamma si caricava in macchina la mia bicicletta ed il passeggino di mia sorella ancora piccola per accompagnarmi ai primi allenamenti. Mi hanno capita, supportata, ma di fronte ai dubbi ed alle indecisioni non potevo chiedere a loro. Capita spesso di dover decidere da che parte stare, se fidarsi oppure no ed in quei momenti io sono sola. Qualche volta telefono a Lucio Rigato ed è lui a consigliarmi». L'ultima volta è accaduto l'anno scorso, prima del Campionato Italiano che, di solito, Alessia Vigilia preparava in altura, soffrendo il caldo: nel 2024 una scelta differente, con la rassicurazione che la condizione non ne avrebbe risentito. «È andata male. Non posso dire che abbia a che fare con quella decisione, non lo so. Però una cosa l'ho capita: ho tanto da imparare, tantissimo, ma non sono nemmeno l'ultima arrivata. Devo ascoltare di più le mie sensazioni ed avere maggior coraggio nel dire quello che penso». Quella famiglia lontana dal ciclismo è stata anche un vantaggio per una donna-atleta che "si è fatta da sola": «Non ho mai avuto pressioni in casa ed ho il grosso vantaggio che da noi non si parla solo di ciclismo. Non ho mai corso per altro se non perché lo sentivo. E, sono sincera, corro ancora per passione, nonostante il ciclismo sia diventato il mio lavoro».

Tour de France Femmes 2024 - 3rd Edition - 8th stage Le Grand-Bornand - Alpe d'Huez 149,9 km - 18/08/2024 - Demi Vollering (NED - Team SD Worx) - photo Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2024

L'arrivo di Demi Vollering è stato, continua Vigilia, uno stimolo continuo a dare tutto ed anche di più. Il timore poteva proprio risiedere in questa responsabilità, nel rischio di trasformarla in ansia e l'ansia è nemica di un'atleta: Vollering ha scongiurato questa possibilità. «L'ha fatto attraverso il suo modo di comportarsi, attraverso la propria tranquillità e disponibilità. Anche negli allenamenti non cerca una compagna in particolare, ma vuole il gruppo al proprio fianco. La sua capacità di essere leader è a tutto tondo. I presupposti sono stati buoni. Vogliamo correre da squadra, ben sapendo che, avendo Vollering, molto spesso il lavoro toccherà a noi. Abbiamo traguardi ambiziosi: li raggiungeremo o non li raggiungeremo tutte assieme». Demi Vollering fa bene alla squadra, quindi, ed anche al ciclismo, in realtà, perché è innegabile che l'arrivo di uno sponsor importante come Nike abbia anche a che fare con lei: «Hai detto bene, anche ma non solo. Almeno così la penso io. Per Specialized abbiamo sentito la stessa cosa: "hanno Specialized perché hanno Vollering”. In realtà, la firma è avvenuta a dicembre dello scorso anno e ancora nessuno sapeva dell'arrivo di Demi. Credo il merito sia anche del lavoro che FDJ-Suez ha sempre fatto e continua a fare, non solo su strada, ma anche nel racconto delle atlete, con i video e le presentazioni social tratte da episodi della vita reale di una ciclista. I brand si attirano così, diversamente come possono notarti ed investire? Vogliamo fare qualcosa per il ciclismo femminile? Raccontiamolo: è il primo passo».
Non senza difficoltà, perché, dice Vigilia, per una ciclista è quasi più faticoso fare ore di riunioni con gli sponsor piuttosto che fare allenamento, «ma si fa, perché serve per avere materiali migliori, per crescere, per far diventare il ciclismo un lavoro per la maggior parte delle persone che, comunque, lo vivono e faticano». Dall'uso dei social della squadra a quello delle singole atlete: un passo che, con questi brand, probabilmente tutte le cicliste dovranno fare, prima o poi. «Il tema è importante: abbiamo la possibilità di trasmettere un messaggio a molti giovani, dobbiamo fare attenzione a quello che pubblichiamo. Dobbiamo riflettere più volte prima di inviare un post o una storia. Però è una possibilità importante se colta bene. Dall'altro lato, c'è il fatto che non sempre siamo giudicate solo per i risultati su strada, ma anche per come ci "vendiamo" sui social, pur se è finzione, per come curiamo lì la nostra immagine. Ecco, questo non rientra nel mio modo di leggere il mondo, perché, a mio avviso, l'unico biglietto da visita di una ciclista devono essere i risultati, però il mondo va in quella direzione. Forse mi adatterò anche io, ci sto pensando» FDJ-Suez è, di fatto, un team a gestione familiare, indipendente dalla squadra maschile, che continua a investire, nonostante le difficoltà del settore: «Non so da cosa dipenda, di certo mentre da noi, in Italia, spariscono varie squadre, in Francia il panorama è differente: i minimi, da loro, sono molto più del nostro minimo. Equivalgono già ad una ipotetica professional».

Giro dell'Emilia Internazionale Donne Elite 2024 - 11th Edition - Vignola - San Luca 113,8 km - 05/10/2024 - Juliette Labous (FRA - Team dsm-firmenich PostNL) - photo Roberto Bettini/SprintCyclingAgency©2024

In questo contesto, assieme a Demi Vollering, è arrivata anche Juliette Labous: il ricordo di Vigilia è legato all'Europeo 2016, quello vinto da Lisa Morzenti, seconda proprio Vigilia, terza Labous. «Proprio Juliette mi ha detto che si ricordava di me per averle soffiato il secondo posto in quella giornata, per lei non era un bel ricordo, per me sì, abbiamo riso molto. Labous è una ragazza tranquilla, molto calma, pacata, una bella persona. Molto professionale, si vede che è cresciuta in DSM-firmenich». Per chi deve mettersi al servizio, osserva Vigilia, l'importante è sempre saper reagire, adattarsi alle situazioni ed avere la giusta flessibilità per cambiare ove necessario, anche in corsa. I ruoli devono essere chiari, ciascuno deve sapere cosa deve fare e cosa devono fare gli altri. L'anno appena trascorso è stato intenso per Alessia Vigilia: «Inutile dire che inizialmente il timore di essere un numero c'era, di fronte a tanta esperienza e ad un ambiente diverso. In realtà, così non è stato: ho avuto un calendario importante. Mi sono messa alla prova, ad esempio, con la Paris-Roubaix che, se all'inizio sentivo distante, in realtà mi è piaciuta e le pietre mi incuriosiscono. La cosa più importante da dire è che, per l'ennesima volta, ho avuto la certezza, spesso a mie spese, che tutto deve partire da noi, possiamo avere chiunque al nostro fianco, ma se la scintilla non parte dall'atleta non si va da nessuna parte. Per questo continua la mia ricerca: voglio capire chi sono, che tipo di atleta sono, esattamente, e dove posso davvero arrivare. Definire i contorni dei miei limiti. Continuo a lavorare sulle cronometro e sul passo, perché i margini di miglioramento fisico e mentale ci sono. Continuo a lavorare perché tutto ciò che è arrivato è stato possibile solo grazie al lavoro. Il mio grande credo».

Anche grazie a questo “credo” si è rialzata in tempi rapidi da una caduta nella prima frazione dell’UAE Tour che le è costata la frattura della clavicola. Voleva essere alla Sanremo Women, ci è riuscita. E prima è tornata all’università, giusto qualche giorno dopo l’operazione: «Vuole laurearsi». Ci ha detto così papà Ciro. E si laureerà.


Il coraggio delle scelte: Trinca Colonel e l'approdo in Jayco AlUla

Solo un anno e mezzo fa, o poco più, Monica Trinca Colonel era a mani vuote. Anzi, a mani vuote ed a mente piena, come succede con i progetti nuovi, diciamo pure con i sogni. Per questo, la realtà che si trova davanti oggi, nelle sue sensazioni, è anche più bella di quella che tutti noi che ne siamo estranei possiamo vedere e analizzare. Il dato di fatto è che, dopo appena un anno dal suo ritorno nel ciclismo con BePink, nel 2025, Trinca Colonel ha già firmato un contratto e iniziato una nuova stagione con Jayco AlUla: «Non solo non sapevo come sarebbe andata, ma mi chiedevo anche quante possibilità di fare la ciclista ci sarebbero state. Paradossalmente questa storia avrebbe potuto non iniziare mai ed io lo sapevo. Non bastava volerlo e neppure lasciare il vecchio lavoro e allenarsi duramente. Non fosse iniziata, non avrei comunque più avuto un lavoro, avrei dovuto ricominciare da capo. Per questo è enorme quel che sta succedendo. Per me è una conferma di aver fatto le cose per bene. Una conferma del fatto che, forse, certi rischi vanno corsi. Non è questione di eroismi, è, semmai, questione di quel che vogliamo ed io volevo essere una ciclista». Un anno, solo un anno: si potrebbe dire che è stato tutto veloce, sin troppo. La verità è diversa, pur se nessuno la conosce fino in fondo. Sì, i primi interessamenti da parte di squadre World Tour sono avvenuti dopo le prestazioni di Trinca Colonel alla Vuelta a España dello scorso. Avrebbe potuto dire subito sì, invece ha aspettato, ha corso il Tour de Suisse ed il Giro d'Italia Women ed ha preso una decisione solo successivamente.

Giro d’Italia Women 2024 - 35th Edition - 7th stage Lanciano - Blockhaus 120 km - 13/07/2024 - Monica Trinca Colonel (ITA - Bepink - Bongioanni) - photo Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2024

«Volevo conoscermi, capire realmente il mio valore ed acquisire sicurezza in me stessa. Non credo nelle decisioni affrettate, anche se portano a qualcosa di bello. Ho continuato a correre, senza pressioni, comprendendo che ruolo potessi avere nel ciclismo. Solo dopo, ho firmato. era da poco finito il Giro». Nel frattempo proseguivano le gare con BePink, la squadra senza cui, parole sue, non sarebbe qui a parlare oggi: la gratitudine è per l'ambiente, per il rapporto che ha instaurato con le compagne e, soprattutto, per la serenità. «Queste squadre sono fondamentali, vanno tutelate perché sono l'unico ambiente in cui le atlete possono crescere senza pretese, imparare senza tensioni. Persino sbagliare, senza dovere nulla a nessuno. Sono cose che si ricordano, andrò sempre a salutare lo staff BePink perché a loro devo il mio essere ciclista e la mia felicità nell'esserlo». La firma e la decisione perché era quello che voleva, perché ha 26 anni e non intende aspettare oltre e perché, forse soprattutto, «in questo sport non è possibile attendere troppo, tutto può succedere e bisogna essere pronti perché, spesso, capita una volta sola».

Paure per la nuova avventura? Trinca Colonel, al momento, non ne ha praticamente mai avute, è solo contenta. Ha sempre saputo che i cambiamenti sarebbero stati molti, per esempio non sarà sempre lei la donna di punta, colei per la quale le compagne fanno rifornimento di borracce all'ammiraglia, spesso le toccherà proprio questo ruolo e sarà bandito ogni protagonismo, ma non importa, anzi ne è orgogliosa. I segnali di miglioramento, tra l'altro, sono costanti ed in aumento, in particolare nello scorso finale di stagione: «Me la sono cavata sempre abbastanza bene quando si è trattato di stare davanti in gruppo, la differenza, però, è la convinzione. Mi è capitato di perdere posizioni a causa di cadute perché, di base, non mi muovevo in maniera decisa. Ora sì, ora so esattamente quello che voglio e vado a prendermelo, all'inizio del 2024, invece, non c'era un obiettivo vero e proprio e raccoglievo quel che mi capitava». Vorrebbe migliorare a cronometro, aiutare una sua compagna a vincere tappe o un grande giro. Nelle gare dello scorso fine stagione, alle partenze ed agli arrivi, ha parlato con lo staff di Jayco AlUla e, via messaggio, con Letizia Paternoster, che ricorda quando correvano assieme da bambine e non vede l'ora di ritrovarla in squadra. Il resto del team l'ha conosciuto durante i primi ritiri stagionali e anche lei si è fatta conoscere, si è raccontata. Ha sempre voluto tornare alla Strade Bianche ed ha un leggero timore nel rivelare che le piacerebbe vincerla, «ma sì, diciamolo, in fondo non si può mai sapere e nulla è impossibile». Qualche indizio, tra l'altro c'è e risale a pochi giorni fa: quell'undicesimo posto sugli sterri senesi, "più di una semplice gara", per usare le sue parole. Ammette, invece, che ha nel mirino un buon risultato al Giro d'Italia Women e vorrebbe correre il Tour de France Femmes. Il suo giorno più difficile è stato all'ultima tappa del Giro d'italia conquistato da Elisa Longo Borghini quando una crisi ha buttato al vento parte del lavoro fatto nelle frazioni precedenti, in altri casi erano state cadute o malessere a guastarle i piani, una crisi però è diversa e lascia più amaro in bocca.

Womens Cycling Grand Prix Stuttgart 2024 - 15th Edition - Bobliingen - Stuttgart 118,2 km - 15/09/2024 - Monica Trinca Colonel (ITA - Bepink - Bongioanni) - photo Carla Nagel/SprintCyclingAgency©2024

La sua famiglia è, se possibile, più felice di quanto lo sia lei stessa, perché il cerchio si sta chiudendo e tutto inizia a combaciare. Il suo compagno, appassionato di ciclismo, gareggia anche lui, ultimamente rinuncia alle proprie gare per seguirla, per starle accanto: «In fondo, è stato lui a convincermi a prendere il coraggio a piene mani e a buttarmi in questa avventura. Non è solo una cosa mia, è una cosa nostra tutto questo che si sta realizzando e, forse, è questa la parte migliore».


Silvia Persico: alla ricerca del tempo perduto

Silvia Persico è tornata da qualche giorno dagli Emirati Arabi Uniti, quando le telefoniamo. Dalla voce si intuisce serenità, giusto il cielo cupo dell'inverno italiano, dopo la bella stagione incontrata correndo l'UAE Tour la lascia perplessa, ma presto ripartirà al modo delle cicliste e dei ciclisti: «La certezza è che correrò in Belgio, a proposito di cieli grigi, poi la Strade Bianche, ma, sono sincera, ora non ricordo nemmeno il calendario preciso, però una cosa, rispetto all'anno scorso, mi ha colpita: dal nulla, mi capita di chiedermi quanto manchi al ritorno in corsa, anche adesso che non sono tornata a casa da molto tempo. Me lo chiedo e sento di aver voglia di correre, di gareggiare, di competere. Questo è il bello»..

Non c'è considerazione più importante di questa, almeno per la donna, prima che per l'atleta, perciò partire da qui semplifica tutto. L'inverno di Persico è stato un buon inverno ed il debutto a Maiorca l'ha ampiamente evidenziato, con un terzo ed un secondo posto al Trofeo Palma Femina ed al Trofeo Binissalem-Andratx. All'UAE Tour, dopo una prima giornata dedicata alle velociste, il secondo giorno, quello del vento e dei ventagli a spazzare il gruppo e di Elisa Longo Borghini e Wiebes davanti, a dominare le raffiche dal deserto, Silvia Persico non era riuscita ad entrare nel ventaglio di testa in quanto durante il trasferimento, brevissimo in quella tappa, era dietro l'ammiraglia e la partenza così veloce non le aveva dato il tempo di rientrare. Se il vantaggio del primo gruppo è arrivato a toccare oltre i tre minuti, però, è merito anche del lavoro di Silvia Persico che «a quel punto, con Elynor Backstedt, ci siamo inserite nei ventagli per rallentare il ritmo e per una buona parte di corsa ha funzionato». Al terzo giorno, quello di Jebel Hafeet, si è arrivati così. Anzi, con qualche passaggio che non tutti sanno e che noi apprendiamo durante la telefonata. Si parte da una sera: Silvia Persico ed Elisa Longo Borghini condividono la camera d'albergo.

«Nel 2014 avevo dichiarato in un'intervista che Elisa Longo Borghini era una sorta di idolo per me. Beh Elisa ha letto quel pezzo e, ti dirò di più, se n'è ricordata. Me lo ha proprio detto durante questa trasferta: "Ma ti ricordi cosa dicevi di me dieci anni fa?"». Sì, io me lo ricordo e ci ho pensato quando ho saputo che saremmo state compagne di camera». Proprio in quei giorni aveva provato la salita con Longo Borghini, da un paio di settimane sentiva di stare particolarmente bene e l'aveva detto alla campionessa italiana. Il tratto più duro dell'ascesa era fra i meno tre ed i meno due dal traguardo: lì era previsto l'attacco della capitana. Un piccolo inconveniente, in realtà, c'è: l'assenza di Karlijn Swinkels che avrebbe dovuto fare il ritmo per una parte di salita. «Le situazioni di gara sono così, bisogna adattarsi. Ho pensato solo ad impostare un'andatura che fosse il più regolare possibile in modo da stancare le rivali. Quando Elisa è partita, le avevo appena chiesto via radio cosa fare, se e quanto proseguire con la "menata". Ricordo che mi sono spostata ed ho tirato il respiro, ho rallentato. Un attimo, non più di dieci secondi».

Silvia Persico conosce bene la salita, sa che più avanti tornerà a spianare, non vuole fare allontanare molto il gruppetto con Kimberley Le Court, Monica Trinca Colonel, Barbara Malcotti e Antonia Niedermaier perché se riuscisse a "tornare sotto" potrebbe fare qualcosa di buono. Elisa Longo Borghini vince la tappa, conquista la maglia di leader e, di fatto, la classifica generale, negli stessi attimi dalla radio giungono delle grida: «Silvia, sei forte! Vai che la gamba c'è, puoi prenderti il secondo posto. A tutta!». Ora racconta che quello sprint per il secondo posto l'ha vinto anche per quelle urla dalla macchina e che in quegli istanti le è balenata l'idea del piazzamento in generale. Quello per cui il giorno successivo ha "battagliato" agli sprint intermedi con Le Court, da cui la separavano solo due secondi: l'ha difeso anche grazie alle compagne di squadra che, nel secondo intermedio, sprintando, hanno sottratto all'atleta di AG Insurance-Soudal Team gli abbuoni.

«È stata una liberazione: non solo la prestazione in salita. Siamo all'inizio della stagione, ma ho provato sensazioni che non sentivo da non so quanto su una salita, in gara. È stata una liberazione anche perché sono arrivata al traguardo ed ho visto tutti felici. È bello sapere che tutto è andato bene, che la squadra è contenta. In me c'è una sorta di leggerezza, fatta di cose semplici. Direi una bugia se dicessi che Elisa (Longo Borghini) mi ha dato un consiglio particolare o detto qualcosa in particolare e, forse, è proprio questa la differenza. Ho ritrovato benessere nelle cose semplici, di tutti i giorni, nello stare in squadra e nell'andare a correre. Del resto, sono una ciclista, cosa c'è di più importante?».


Dritta al punto: intervista a Sofia Bertizzolo

Sofia Bertizzolo non ha peli sulla lingua, lo sanno tutti, e, quando parla, quando risponde alle domande, va dritta al punto, anche se la realtà è cruda e fa male. Accade, per esempio, quando, ad inizio telefonata le chiediamo cosa trattenga del 2024, quali consapevolezze e quali certezze: «Che anche i muscoli si possono rompere e non basta stare fermi finché non si sistemano perché, lo dico, non si riparano. Questo, basta. Ero a pezzi quando ho ricevuto la diagnosi: l'osso si era rotto, ma il discorso muscolare è sempre più complesso. Non ho mai avuto una data sotto mano: dopo i quindici giorni di tutore, nessuno si esponeva perché non poteva esporsi. Un continuo aspettare e posticipare, uno stop completo chiedendosi se e quando si riprenderà. Alla fine, sono tornata in sella e ad ogni salita dovevo salire in macchina perché non potevo fare alcuno sforzo. Solo far girare le gambe. È stato un anno negativo, punto e basta». L'atleta ventisettenne di Bassano del Grappa, dal 2022 in maglia UAE Adq, si riferisce ai postumi della brutta caduta che l'ha coinvolta il 16 maggio del 2024, assieme ad Elisa Balsamo, nel finale della seconda frazione della Vuelta a Burgos. «Sia chiaro, non mi piango addosso e non lo farò mai, ci sono mali ben peggiori nella vita, però vorrei tornare indietro di 365 giorni e sentire nello stomaco la sensazione che avevo in Australia, ad inizio stagione, e quella sensazione può dartela solo il risultato. Sono partita dalla stessa terra, il 17 gennaio, cercando di riportare i miei pensieri a quello stato mentale». Bertizzolo fa una pausa, poi riprende, approfondendo il discorso.

«Sono un corridore vecchio stampo. Dire che "vincere aiuta a vincere" sembra una banalità, eppure è esattamente così. Il corpo e la mente si fidano molto più delle sensazioni che dei dati che oggi compulsiamo tutti freneticamente. Un risultato restituisce ad un atleta una consapevolezza che nessun numero può dare. Se arriva il risultato pieno, il giorno dopo hai qualcosa in più, nel corpo e nella mente, e puoi anche metterla a disposizione delle compagne di squadra, per aiutarle: è tutto più facile. Prendete lo sprint che è, per eccellenza, un insieme di vari componenti eppure, spesso, quando si vince il giorno prima, si vince anche il giorno seguente. Qualcosa vorrà pur dire, no? Ma ripeto: sono vecchia come mentalità, il ciclismo sta andando altrove». L'amarezza trova presto una spiegazione in un inciso disarmante: «Mi sento morire dentro quando vedo atlete che non "si conoscono". Non serve un allenatore per capire se il carico è troppo intenso, il tuo fisico te lo dice». Bertizzolo torna indietro negli anni, ai suoi inizi, ora che, dice lei stessa, «non sono anziana, ma nemmeno così giovane»: ha vissuto il momento del passaggio dalle sensazioni al potenziometro, da quando la forma si capiva ripetendo più volte la stessa salita e confrontando le varie scalate, a quando erano i numeri a raccontare lo stato del fisico. «Sì, sono infastidita e vivo con pesantezza questa situazione perché non si capisce quanto sia importante riconoscere i sintomi della fatica sul proprio corpo. Mi pare distruttivo questo approccio. Tuttavia ormai so che è un ciclo: anni fa si parlava di "low carb" e dieta chetogenica. Ora siamo tornati al punto di partenza: succede sempre così e questo mi conferma che era corretto il primo approccio, che nulla dice più di come un ciclista si sente».

La ferita maggiore, probabilmente, l'impossibilità di essere presente all'Olimpiade a Parigi, opportunità che, afferma Bertizzolo, prima dell'infortunio era molto alta. Dice che sarebbe stato il coronamento di un percorso e non sa se ricapiterà perché l'Olimpiade, nel ciclismo, si disputa ogni quattro anni ma, per ogni singolo atleta, può passare anche più di quel tempo, considerando problematiche personali e differenti tipologie di tracciato, non sempre adatte alle caratteristiche tecniche di ogni ciclista: «La gara olimpica non è una gara di spicco nel ciclismo: abbiamo sessanta corridori in corsa e una gara ciclistica non è così, ha molti più ciclisti e diverse tattiche. Una classica o un Campionato del Mondo hanno ben altro rilievo, però l'Olimpiade è l'evento sportivo più importante al mondo, multidisciplinare, in cui sono coinvolti tutti gli sport. Ricordo l'atmosfera ai Giochi del Mediterraneo, già molto bella, pensate a cosa possono essere i Giochi Olimpici. Peccato». Sofia Bertizzolo è appassionata di ginnastica artistica, una disciplina rigida, elegante, e si è emozionata vedendo i risultati delle azzurre, ma c'è qualcosa in più se pensa alle Olimpiadi, qualcosa che lei stessa ammette «non ti racconterò del tutto, perché è una cosa a cui sono affezionata e voglio custodirla, tenerla per me». Noi siamo d'accordo, in fondo, è anche più bello così. «In occasione della Festa della Polizia, sono passata dalla mia cameretta per recuperare l'abbigliamento per andare a Roma. Per caso, ho trovato una foto di Valentina Vezzali, distesa a terra ad un'Olimpiade, dopo una stoccata vincente e al momento non ci ho fatto neppure molto caso, se non per chiedermi il motivo per cui fosse lì. Bene, alla Festa della Polizia c'era anche lei ed ha tenuto un discorso: ho capito ascoltandola perché l'avessi scelta e perché quella foto era rimasta lì. Avevo scelto bene, avevo avuto ragione».

Geelong Classic 2024 - Eastern Park Geelong - Eastern Park Geelong 50 km - 24/01/2024 - Sofia Bertizzolo (ITA - UAE Team ADQ) - Foto Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2024

Sofia Bertizzolo è una ciclista professionista ed è questa parola a pesare più di tutto il resto quando parla del suo ciclismo che, a marzo, avrà per la prima volta la Milano-Sanremo femminile: «Oggi siamo atlete professioniste, facciamo questo e altro non possiamo fare. Siamo retribuite per correre in bicicletta e corriamo per noi stesse e anche per il pubblico che viene a vederci, per i bambini che aspettano di osservare la magia della maglia iridata o della maglia gialla. Noi possiamo continuare a lavorare per migliorarci e per migliorare il nostro ambiente. Una volta non era così, non esisteva nemmeno il ruolo della gregaria e, se non eccellevi in nessun terreno, ti toccava andare a lavare i piatti la sera per mantenerti e non sto esagerando». Pensa alla gente ed ai tifosi al Monte Grappa al Giro d'Italia e chiosa: «Siamo sempre bravi a criticare il Giro ed esaltare il Tour, dovremmo lodare i nostri tifosi, era uno spettacolo». Dall'infortunio si è rialzata soprattutto grazie al sostegno della squadra, alla pazienza e a quella carta bianca lasciata proprio nel momento più difficile, che le ha permesso di lavorare con tranquillità ed era l'unica possibilità: l'agonismo è rimasto intatto, come la fame di vincere che riesce a coesistere con il desiderio di aiutare le compagne, pur tenendo strette le possibilità di fare bene, ogni qualvolta se ne presenti l'opportunità. «L'anno scorso abbiamo lavorato molto bene come squadra, ma, forse, non abbiamo mai avuto la possibilità di brillare fino in fondo, cogliendo il risultato pieno, talvolta a causa di individualità che ci hanno superato, altre perché in gara può succedere di tutto e altre ancora perché, a mio avviso, avevamo magari tre buone idee tuttavia, al momento della concretizzazione, non riuscivamo a portarne a termine alcuna». Alla partenza di Chiara Consonni, spiega Bertizzolo, si è fatto fronte con due velociste molto forti e un buon lavoro sul lead out, in squadra, inoltre, è arrivata Elisa Longo Borghini, il vero colpo del ciclomercato.

«Con Elisa ho lavorato già in nazionale e con le Fiamme Oro: mi piace dire che è un capitano facile da gestire, perché sa quello che vuole. Una pedina forte come Elisa alleggerisce la squadra, anche se l'impegno dovrà essere importante per accompagnarla verso la finalizzazione che vorrà dare al nostro lavoro. Il focus sarà chiaro e questo semplifica di molto le cose». Se si parla di ciò che c'è da cambiare nel ciclismo, Sofia Bertizzolo pensa al tema sicurezza: «Si parla molto e giustamente della sicurezza sulle nostre strade. Parliamone sempre di più e agiamo di conseguenza. Io, però, vorrei portare l'attenzione sulla sicurezza in gara, dove si tende ad andare sempre più veloce. Chiediamo e abbiamo chiesto più volte di ridurre le difficoltà del percorso, non dal punto di vista di altimetrie, ma con riguardo a dossi, rientranze, muretti e all'attenzione che ogni vettura in corsa deve prestare, perché se cadiamo, cadiamo a sessanta all'ora». Precisa, dritta al punto, schietta, l'avevamo detto: Sofia Bertizzolo è così.


"Le prime parole che mi ha detto Longo Borghini": intervista a Greta Marturano

Elisa Longo Borghini si è avvicinata a Greta Marturano durante il primo boot camp con UAE Team ADQ: l'intenzione era quella di stringerle la mano. Le due condivideranno la squadra almeno per il prossimo biennio: «Ciao Greta, in realtà credo che noi abbiamo sempre corso assieme, ma non abbiamo mai parlato. Piacere, Elisa». La ventiseienne di Cantù realizza solo ora, con una risata incredula, che, dopo tanti anni, la prima parola che ha detto a Longo Borghini, tra la timidezza e l'imbarazzo, è stata solo «ok». Effettivamente era vero: non vi era mai stata una conoscenza diretta tra Marturano e Longo Borghini e la prima causa è da ricercarsi proprio nella timidezza della ciclista della provincia di Como. «Timida come sono, figurati se osavo avvicinarla in corsa anche solo per un saluto. Il fatto è che Elisa è grande, troppo grande per una ragazza come me, così la guardavo da lontano, cercando di "rubare il mestiere" e di prendere spunto». In questi mesi che accompagnano all'inizio della nuova stagione, spesso gli incontri tra Marturano e Longo Borghini avverranno in aeroporto, infatti i loro voli partiranno dallo stesso luogo, nel frattempo Greta sta riflettendo sul fatto di essere compagna di squadra di colei che, forse, rappresenta per eccellenza il ciclismo italiano: «Lei ha classe, io devo allenarmi e allenarmi molto per poterle restare accanto- ride Marturano- capirò meglio a forza di allenarmi assieme metodi e differenze, ma so già che il mio sarà un ruolo molto importante, soprattutto nelle corse a tappe». Non è spaventata dalla responsabilità e nemmeno dagli sforzi a cui dovrà sottoporsi perché «l'importante per me è avere un traguardo da raggiungere, se lo ho esco anche con la pioggia, la grandine e la neve: è la mia precisone a spingermi. Se farò tutto quel che devo fare al meglio, avrò solo da imparare da questa esperienza e mi ritroverò cresciuta. Leggo in questo modo il mio nuovo ruolo e mettermi a disposizione mi viene naturale». Elisa Longo Borghini, per le sue colleghe, non è solo un simbolo per tutto quello che ha vinto, anche per il modo in cui affronta una professione di sacrifici: «Il divertimento che trasmette, pur nella fatica, si propaga alla squadra. Perché fare le cose seriamente non è il contrario di una certa leggerezza nel lavoro. Per me Elisa è una testimonianza di questo principio, uno stimolo».

Greta Marturano racconta di divertirsi, in ambito lavorativo, quando è serena: il divertimento ha quindi a che vedere con la possibilità di gestire al meglio lo stress e la pressione pur nel massimo impegno. La tranquillità viene da qui e la serenità in corsa le ha sempre portato maggiore facilità di azione e più risultato. Il primo boot camp è stato proprio all'insegna di questo principio e lei non se lo aspettava: «Se parliamo di training camp, di ritiri, mi aspetto di dover partire con la bicicletta per ritrovarmi in una situazione in cui la bicicletta sia al centro, soprattutto mi aspetto che sia qualcosa di completamente differente da una vacanza, denso di allenamenti e fatica. Niente di tutto questo: la bici non l'abbiamo quasi vista e per me è stata una seconda vacanza». Ha scoperto di cavarsela discretamente con il surf, tra le attività proposte: «Erano tutte onde artificiali. Alla prima, sono stata l'unica a restare in piedi. In realtà, poi, credo di non aver capito il gioco, perché continuavo a finire sott'acqua. Sono sincera, non pensavo di divertirmi e non credevo mi sarei divertita così tanto». L'approccio con l'ambiente è stato positivo, come quello con lo staff e le compagne: «Non c'è niente da fare: rispetto a Fenix-Deceuninck sono due mondi differenti e due diverse modalità di concepire le relazioni fra persone: da un lato la schematicità, la freddezza e la precisione dei belgi e degli olandesi, dall'altro un ambiente che mantenendo ai massimi livelli la professionalità aggiunge l'empatia e questo è importante per chiunque, forse, specialmente per chi ha il mio carattere. Mi era mancata l'empatia». Della possibilità di passare in UAE Team ADQ, Greta Marturano è venuta a conoscenza ad agosto, mentre era in ritiro a Livigno, parlando con il suo procuratore: il fatto che Elisa Longo Borghini avrebbe vestito la stessa casacca era ancora una voce. Lei, dopo i primi contatti e l'offerta, ha deciso abbastanza velocemente, ma qualche paura residuava.
«Si parla spesso dell'entusiasmo di ricominciare da capo, ed è vero, è un dato di fatto. A me piacerebbe, però, soffermarmi anche su tutti i dubbi, i timori di ogni atleta che cambia squadra, perché non è facile. Significa farsi conoscere da persone che ancora non ti conoscono, imparare nuovi modi di collaborare, fare propria una nuova mentalità, magari anche un nuovo ruolo. Ricominciare è sempre complesso. A dire la verità, io pensavo anche al mio carattere ed alla mia proverbiale timidezza, che, soprattutto all'inizio, può rendere tutto ancora più difficile. In realtà, hanno subito capito come sono fatta e non c'è stata attività in cui non abbiano cercato di coinvolgermi, nonostante io non faccia praticamente mai il primo passo. Questa comprensione mi ha reso serena, tranquilla». In UAE Team ADQ la grande opportunità è quella di continuare a crescere, in un clima di alto livello, anche perché se è vero che in Fenix-Deceuninck, Marturano ha accresciuto la propria consapevolezza e conoscenza, è altrettanto vero che qualcosa ancora manca: un paio di ani fa, Greta Marturano era certa di essere una scalatrice, ora sa che di sicuro ha doti di scalatrice ma non di scalatrice pura, perché anche nelle volate ristrette se la cava bene, come in percorsi nervosi, stile Ardenne e Tre Valli Varesine. «Per me è un poco come se fossi stata in Erasmus per due anni e fossi appena tornata: in UAE ci sono tante atlete italiane e, c'è poco da fare, come italiane abbiamo un background comune, per cui ci capiamo molto più agevolmente e non è solo una questione di lingua».

Nel primo meeting con i direttori sportivi, la domanda posta è stata chiara: «Vogliamo diventare la squadra più forte di tutte e per farlo è necessario che tutte voi miglioriate i vostri punti "deboli". Siamo disponibili ad aiutarvi in qualunque sfaccettatura vogliate cambiare, ma abbiamo bisogno che, con estrema sincerità, ci diceste per quale aspetto credete di aver bisogno di aiuto». Greta Marturano ha parlano della propria abilità in sella e delle discese dove, al momento, "sopravvive": «Sopravvivo perché se resto nel gruppo principale in salita, poi, per non sprecare quella fatica mi butto, ma anche questo è un aspetto su cui perfezionarsi. Nel mio caso ritengo indispensabile la fiducia: se mi fido pienamente di chi ho davanti, di chi fa strada, non ho alcun timore. Voglio imparare a fidarmi, perché questo risolve tutto ed è fondamentale, non solo in discesa». Giusto in questi giorni, il coach che aveva in Fenix-Deceuninck le ha scritto, augurandole di proseguire il percorso di crescita, perché il margine c'è e dove possa arrivare non lo sa con precisione neppure lei. In UAE Team ADQ, avrà Paolo Slongo come preparatore e ne è felice anche perché sarà lo stesso preparatore di Elisa Longo Borghini, tra l'altro Marturano aveva già lavorato con lui ai tempi di Fassa Bortolo: «Ci parliamo quasi tutti i giorni e questo scambio, questo confronto è prezioso. Mi sento ascoltata: la tabella c'è, ma può essere modificata. Sarà un inverno differente dallo scorso anno, perché inizierò a correre a gennaio, in Australia: continuerò il lavoro in palestra, in misura minore, ma per tutta la stagione, perché Slongo lo ritiene utile ed a me piace focalizzarmi su lavori di forza e resistenza. Prima di riprendere con l'allenamento mi sono cimentata per vari giorni nella corsa a piedi e mi ha aiutato. Variare è sempre bello».

Quando ha avuto la certezza che avrebbe lasciato Fenix-Deceunick i primi che ha avvisato sono stati proprio il suo coach e la compagna Pauliena Rooijakkers: ne ha parlato di persona, perché per il rapporto che si era creato, era giusto così. «Non sono un fenomeno e non voglio nemmeno atteggiarmi a fenomeno. Penso che un bel modo di entrare in contatto con una realtà nuova sia farlo in punta di piedi, con cura e delicatezza: cercherò di fare così, spero di riuscirci».


Il coraggio e il lavoro: intervista a Martina Berta

Martina Berta ha ripreso a "costruire" al ritorno dall'Olimpiade di Parigi, dove, ad agosto, aveva concluso in quattordicesima posizione la prova di cross-country, nonostante, nei giorni dopo Parigi, ci fosse solamente grande stanchezza, perché l'anno delle Olimpiadi è così: dapprima le qualificazioni, successivamente si mette la testa sull'appuntamento a cinque cerchi e si sacrifica tutto il resto, dentro e fuori dal ciclismo, ma le gare di una giornata hanno una storia a parte e la prova olimpica è una prova di un solo giorno con caratteristiche ancor più particolari. Sostiene Berta che per fare bene all'Olimpiade serva almeno una pregressa esperienza, lei sperava di più, era in forma, non se lo nasconde, ma mettere tutto assieme è difficile e non c'è molto da fare, è un dato di fatto. «Ero stanca, ma sapevo una cosa: all'Olimpiade tutti scoprono le proprie carte, ciò vuol dire avere un osservatorio privilegiato sulla reale condizione delle tue rivali. Era stanco anche il mio staff, ci siamo solo detti cosa potevamo fare per migliorare e abbiamo tirato dritto verso il Mondiale. Nel frattempo, ogni tanto, sentivo qualcuno che diceva: "Guarda che andavi più forte prima. Non ci credevo, ma le orecchie non si possono chiudere e si sentono le voci delle persone attorno». In pochi, infatti, sanno che, quest'anno, Martina Berta ha cambiato allenatore, convinta che per raggiungere quel qualcosa in più che desiderava, fosse questa la scelta giusta da fare, ma, come tutti i cambiamenti, serve tempo perché i risultati arrivino e, nel frattempo, ognuno dice la sua: «La verità è che fino a quando vai forte e vinci hai un sacco di persone attorno, a sostenerti, a incoraggiarti. Come qualcosa inizia a non funzionare, si riducono sempre più e restano in pochi, pochissimi. Ecco, solo quei pochi, poi, capiscono il vero significato dei risultati che ottieni. Gli altri, magari, torneranno, ma non sapranno mai davvero cosa c'è dietro, perché se ne sono andati nel momento difficile. La realtà è che le scelte complesse le affronti sempre da sola, con la fiducia di un ristretto gruppo di persone».

Fra le motivazioni del cambio, soprattutto, forse, la volontà di lavorare sulla base aerobica: nelle partenze, Berta se l'è sempre cavata bene, pagava però negli sforzi ripetuti e nel finale di corsa e, come sintetizza lei, sorridendo, le corse si decidono nel tratto conclusivo, quindi bisogna essere pronti. Probabilmente anche le sue persistenti difficoltà nella short race, in sostanza le qualifiche che stabiliscono le posizioni di partenza della gara della domenica, nel cross country: partire dalla quarta o quinta fila vuol dire, in ogni caso, essere maggiormente esposte a cadute o incidenti, perché «una gara ad inseguire è una gara diversa, comunque vada a finire». Più di uno sguardo è stranito da questa scelta, lei lavora bene, ma, in gara, non riesce ancora ad esprimersi al massimo: il Mondiale di Andorra arriverà con questa situazione e, domenica 1 settembre 2024, Berta conquisterà il bronzo in quella stessa competizione iridata, dietro a Puck Pieterse e Anne Terpstra. Di più: l'ultimo giro sarà, per lei, il giro più veloce. Dopo qualche giorno, di nuovo a casa, la prima considerazione che fa è proprio sul lavoro che paga, sull'aspetto mentale che deve essere strettamente legato a quello tecnico e tattico, soprattutto in un Mondiale, gara di un giorno, differentemente dalla Coppa del Mondo, ma non si ferma qui. «Penso a tanti giovani che soffrono perché intrappolati in situazioni che sentono non corrispondergli: vorrei invitarli a scegliere, a cambiare, a non restare in mezzo al guado, seduti ad aspettare che le cose cambieranno, perché non cambieranno se non le cambierete voi. Provare è la soluzione. Io credo alle decisioni di petto, credo alla scelta, pur se sbagliata. Meglio sbagliare che non decidere, nello stallo si butta via tempo che poi si rimpiangerà. Fare quel che facciamo noi atleti è un sogno per molti, è una soddisfazione enorme, pur se non si vince: ecco, i risultati arrivano anche scegliendo, la strada si fa scegliendo».

Classe 1998, Berta ha ventisei anni e fatica a realizzare quel che è accaduto, di fatto la concretizzazione di un pensiero che aveva dalle prime volte in sella o, per meglio dire, da quel giorno del 2015 in cui ha vinto il Mondiale Juniores: sostiene che la sua carriera sportiva sia nata in quel momento. L'occasione è arrivata e questa volta più di altre è stata una conferma, oltre la stanchezza e oltre tutte le domande. Diverso eppure simile ai risultati conquistati in Coppa del Mondo due anni fa, dopo un'annata viziata da una caduta con la frattura di alcune vertebre. Quando ha visto la prova di Pauline Ferrand-Prevot all'Olimpiade si è "gasata": «Sono convinta sia bello sapere che una prestazione del genere è possibile. Certo, in corsa si soffre, ma, appena tagliata la linea del traguardo, si pensa solo a come fare per avvicinarsi a quel risultato. Ho chiesto come fare al mio allenatore. Vuol dire che continuiamo a crescere, a migliorare. Racconta un progresso e la bicicletta è questa cosa qui». La bicicletta è per Martina Berta un sinonimo del verbo "provare": «Il passaggio nelle categorie junior e under non è stato facile, tuttavia potevo solo provare. Mi dicevo: "Provo, al massimo non funziona". Ci sono esperienze che puoi vivere solo a determinate età e lo sport ad alti livelli fa parte di queste. Non è un dramma, se non va, a patto di non aver rinunciato a priori. Forse qualche volta ho anche pensato di smettere: non l'ho fatto perché continuo a imparare, a migliorare ogni giorno. Io mi sento ancora alle prime armi. Smetterò il giorno in cui, in un momento difficile, sentirò di non aver più nulla da dare». Dal 2022 ad oggi, per esempio, ha lavorato molto in palestra, ha corretto squilibri nel bilanciamento posturale e ne ha tratto vantaggio, indubbiamente, così è accaduto per l'aspetto aerobico nel 2024. Impara il singolo ed impara e cresce il mondo in cui è calato: si può citare il lavoro sull'aerodinamica che tanti atleti stanno sviluppando anche nella MTB, l'alimentazione che è centrale su strada, meno in MTB, tuttavia atlete come Ferrand-Prevot e atleti come Pidcock alzano il livello anche da questo punto di vista, le preparazioni ed i materiali in cui un settore relativamente giovane come la MTB ha fornito spunti anche per le corse su strada.

Martina Berta resta la ragazza che è sempre stata: riservata, di quelle che non amano essere al centro dell'attenzione, è appassionata di sci e arrampicata. In sella va lontano ed ha scelto la bicicletta per poterlo fare, per scoprire una velocità giusta ed esplorare tutti quanti i luoghi che nessuno sport le avrebbe permesso di scoprire, chiusa in un palazzetto. Seria, professionale, eppure desiderosa, quando non corre in bicicletta, di staccare completamente la spina e liberarsi: «Il nostro è un mondo di orari e tabelle prefissate, troppo schematico per rappresentare la vita reale: è un lavoro e come tale va vissuto. Mi piacerebbe comunicare questo ai più giovani, raccomandando loro di avere sempre altro su cui contare fuori dal ciclismo, perché, in certi giorni, è tutto quello che serve per andare avanti. La serietà non è nemica della leggerezza, è possibile impegnarsi molto e allo stesso tempo sapere che sarà un picnic in mezzo al bosco a permetterti di proseguire, dopo aver ripreso fiato».

Foto: Sprint Cycling Agency


Quando finisce il buio: intervista a Giada Borghesi

Anche il 2021 stava per finire e Giada Borghesi continuava ad avvertire quella stanchezza sempre più simile a un malessere. Solo diciannove anni eppure, ogni mattina, al risveglio i suoi muscoli erano indolenziti, le sue braccia erano stanche, svuotate. Un anno prima, di quei tempi, a dicembre, aveva contratto il Covid e tutti i medici con cui parlava, a cui chiedeva consulto, continuavano a dirle che erano sintomi normali, perfettamente assimilabili al Long Covid, il problema era il tempo: ormai erano troppi mesi e Giada non riusciva più a riconoscersi. «Da bambini vogliamo tutti sentirci speciali in qualcosa, sapere di avere un tratto unico, di poter essere qualcuno nel futuro ed io, nell'infanzia e nell'adolescenza, avevo capito che la mia "unicità" potesse trovarsi nello sport, in qualunque sport, perché riuscivo a fare cose difficili con facilità e sentivo un senso di pienezza in quegli istanti. Era stato tutto così fino all'anno prima, anche nei momenti più complessi, ora sembrava non esserci più nulla.

Quel fuoco che mi teneva in piedi era ridotto a fiammella, certe sere a pura speranza senza un fatto a cui aggrapparsi per crederci e, in alcuni momenti, ero io la prima a non crederci più. Ma può finire tutto così? Può sparire tutto?». Ancora oggi, se date un pallone da calcio a Giada Borghesi vi sorprenderà con una lunga serie di palleggi, se la cava bene su un campo da tennis, con pallina e racchetta e, in bicicletta, sono mesi in cui sta meglio e i risultati hanno iniziato a venire. Nel buio di quell'anno voleva i risultati, quelli cercava? Sì, ma, alla fine, c'era una posta più importante in gioco. «All'inizio soffrivo per il ciclismo: correvo le gare di ciclocross alla domenica e, per recuperare, mi serviva una settimana: gli allenamenti erano impossibili e appena recuperavo arrivava un'altra gara a sfinirmi. Ad un certo punto, però, non pensavo nemmeno alla bicicletta, pensavo alla mia salute, a quando sarebbe passata, se sarebbe passata. Volevo stare bene, uscire da quel tunnel, smettere di continuare a fare analisi chiedendo a tutti una risposta, non la soluzione al problema, ma, almeno, l'individuazione del problema».

I consulti, alla fine, una risposta la danno: è celiachia. Un'infiammazione dei villi intestinali che li debilita e rende praticamente impossibile assorbire energie. Si tratta di cambiare completamente alimentazione e serviranno mesi perché qualcosa possa vedersi, nella vita di tutti i giorni e nel ciclismo. Non è facile per nessuno, per una ciclista ancora meno, perché la vita da ciclista porta spesso a cene fuori casa, magari all'estero, non sempre si viene capite, non sempre si trovano gli alimenti adatti, eppure il giorno della diagnosi è un giorno di sollievo per Giada Borghesi: sa da dove ripartire, sa cosa fare. Basta poco quando si sta male, pochissimo. Suo padre Giuseppe, anch'egli ciclista, smise dopo la categoria dilettanti per un problema di salute: «In tanti mi hanno capita, lui, forse, ancora di più. Ricordo che mi diceva che doveva esserci per forza qualcosa, che lo avremmo scoperto e, solo a pensare che esistesse una soluzione, stavo meglio, mi facevo coraggio». Sua sorella, Letizia, ha iniziato a pedalare proprio vedendo le foto di papà e lei, Giada, ha iniziato a farlo vedendo Letizia, la sorella maggiore «da cui imparavo solo guardando, lei ha tracciato una strada in questo mondo che piace ad entrambe e quando sai che qualcuno, prima di te, ha vissuto le stesse esperienze puoi chiedere e, se puoi chiedere, sei meno solo, tutto è più facile». Quel talento non è scomparso, il fuoco torna ad ardere, la fiammella è nuovamente viva: Giada Borghesi prende dei punti di riferimento in gruppo, se riesce ad arrivarci vicino o assieme si sente confortata. «Ricordo che vedevo la posizione in cui era arrivata Alessia Vigilia, quest'anno in FDJ, e, se non avevo perso molto, mi rassicuravo vedendo il suo percorso, era una sorta di ispirazione, pur se non gliel'ho mai detto». A volte vorrebbe solo staccare per un mese, non pensare a nulla, però non può: deve trovare una nuova squadra per correre. Sarà la BTC City Ljubljana Zhiraf Ambedo, squadra italo-slovena con sede in Italia.

Sì, pur non sentendosi soli, certi ragionamenti si fanno in solitudine, in silenzio, mentre nessuno ci guarda, ci sente: nel bene e nel male. Al Giro Mediterraneo Rosa, il 19 aprile, durante la prima frazione, da Frattamaggiore a Terzigno, coglierà il successo: le corse a tappe, tuttavia, non permettono molto di gustarsi quel che accade, da lì ci si sposta al Gran Premio Liberazione, a Roma, dove Borghesi concluderà quinta dietro, fra le altre, a Chiara Consonni e a Silvia Persico: «Lì ho capito quello che stavo facendo e che, dopo tanto brutto tempo, le cose andavano meglio. Soffrire non fa mai piacere, però, forse, se accade, può formarti, in qualche modo, farti capire ciò che vuoi, esserti utile». Soprattutto sono i giorni in cui Borghesi sente il suo corpo come lo vorrebbe, senza stanchezza, senza malessere, la cosa per lei più importante: «Il risultato non mi sarebbe bastato, sarebbe anche potuto arrivare, ma non sarebbe stato sufficiente, dovevo tornare a sentire di avere qualcosa di speciale, qualcosa che potesse farmi "arrivare"». Quel corpo, Borghesi lo conosce alla perfezione, sa ascoltarlo: lei che si allena, senza un preparatore, seguendo le sensazioni e per farlo mette ancora più voglia "perché non si ha una tabella, magari i passaggi dell'allenamento sono differenti, ma è necessario fare tutto, senza lasciare nulla al caso. Il corpo non sbaglia mai". Come al Tour Féminin International des Pyrénées, sul Col d'Aubisque, quando ha avuto la pazienza di rallentare, di prendere il proprio passo e salire con tranquillità: è arrivata sedicesima ed il giorno successivo era a giocarsi la tappa.
Si sente scalatrice, con ampi margini di miglioramento: viene dal ciclocross, ha imparato così a guidare la bicicletta, si cimenta nel gravel, perché la diverte e continuerà a fare cross in preparazione della stagione su strada. Insieme a Letizia, da bambine, a casa della nonna, sul computer si cimentavano in giochi geografici, oggi conosce quasi tutte le capitali degli Stati e, se gliene manca qualcuna, corre subito a cercarla, per poi sfidare gli amici. Ogni tanto sogna la Roubaix o il Fiandre, per le corse a tappe, invece, «serve un pizzico di tempo in più per capire quanto si sia adatte». E Giada Borghesi quel tempo se lo prenderà, ora che sta bene non ne ha più.


Questionario cicloproustiano di Maria Giulia Confalonieri

Il tratto principale del tuo carattere?
Mio marito crede nella mia generosità.

Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?
L'onestà.

Il tuo peggior difetto?
Permalosa e disordinata.

Il tuo hobby o passatempo preferito?
Leggere e cucinare.

Cosa sogni per la tua felicità?
Stare bene in famiglia e nel lavoro.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?
Perdere una persona cara.

Cosa vorresti essere?
Felice sempre.

In che paese/nazione vorresti vivere?
Italia.

Il tuo colore preferito?
Verde.

Il tuo animale preferito?
Cane.

Il tuo scrittore preferito?
Ne dico due: Ken Follett e Jo Nesbø.

Il tuo film preferito?
Non ho un film preferito ma più un genere thriller. Mi piacciono anche i film di ambientazione storica.

Il tuo musicista o gruppo preferito?
Ascolto un poco di tutto. Dipende dal mood.

Il tuo corridore preferito?
Marianne Vos.

Il tuo nome preferito?
Enea e Lavinia.

Cosa detesti?
La falsità.

Un personaggio della storia che odi più di tutti?
Domanda difficile.

L’impresa ciclistica che ricordi di più?
Diverse, non ne saprei indicare una sola.

Da quale corsa non vorresti mai ritirarti?
Da nessuna, in generale non è una cosa che mi piace fare.

Un dono che vorresti avere?
Il teletrasporto.

Come ti senti attualmente?
Serena.

Lascia scritto il tuo motto della vita
Vivi e lascia vivere.


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