Salendo come una moto

C'è un modo di dire, molto diffuso nella comunità ciclistica che viaggia a suon di chilobyte e frasi fatte su internet, usato per identificare quelle azioni particolarmente efficaci non appena la strada si impenna: "subiendo como una moto", in spagnolo, ovvero salendo come una moto. Esiste pure un sito che nel dominio riporta quel nome e al cui interno puoi trovare i dati di scalata dei corridori su diverse salite.

Domenica, ma per la verità sono un po' di giorni che lo fa, Nairo Quintana è salito come una moto verso il gran premio della montagna del Col de Saint Roch, eravamo al Tour des Alpes Maritimes e du Var, per i più nostalgici: il Tour du Haut-Var.

In due tappe Nairoman (come viene chiamato quando ci si esalta nel vederlo andare in salita) ha staccato prima in modo brutale sul Col d'Èze l'atteso Guillaume Martin, perdendo poi allo sprint da Wellens, ma poco importa, e il giorno dopo il redivivo Pinot, anzi a dire la verità, il giorno dopo ha staccato tutto il gruppo andando a vincere tappa e classifica finale. Un suo giovane collega, Harry Sweeny, ha commentato quell'azione dicendo: «Nairo Quintana mi ha fatto sentire come se io fossi ancora uno junior».

Esaltante in salita, Quintana, con quell'azione in passato ci ha fatto pensare di aver trovato uno scalatore capace di ribaltare tutto e tutti; restringendo il campo agli ultimi dieci anni a tratti lo abbiamo definito lo Scalatore. È stato raccontato in maniera poco parziale, passando dall'esaltazione al massacro; ma provando a restituire a Quintana quello che la critica gli ha tolto, accusandolo di attendismo e poca efficacia, ci chiediamo: chiamereste attendista (o poco efficace) uno scalatore puro - perché questo è - capace di vincere oltre 50 corse in carriera tra cui la classifica generale di ben 20 gare a tappe? Non sono molti nella storia del ciclismo (facciamo quello moderno e contemporaneo senza addentrarci troppo all'epoca dei nostri ormai bisnonni) a vantare numeri del genere.

Attendista o poco efficace, volessimo romanzare, non lo è mai stato, sin da quando da bambino pensavano fosse rimasto vittima del "tiento del difunto", una malattia "magica" basata sulla convinzione che la vicinanza con un morto trasformi le persone in potenziali agenti trasmittenti una serie di mali incurabili.
Si racconta di come sua madre, a pochi giorni dal parto, entrò proprio in contatto, nel suo negozio di frutta e verdura, con una signora che aveva appena subito una grave perdita. E così Nairo nacque malato, si dice fosse sempre di un colorito vicino a quello di un morto: «Secondo quello che mi hanno sempre detto i miei genitori, c’erano dei giorni in cui assomigliavo a un cadavere» raccontò Quintana a El País nel 2013.

Provarono di tutto per salvarlo, combattendo la magia con la magia; prima di rendersi protagonista in bici, fu vittima di riti che avevano lo scopo di liberarlo da quel sortilegio. Si dice che da lui sgorgasse sangue dalle feci e puzzasse come un morto; si dice di come guarì grazie alla Combitá, un infuso fatto con le radici di nove alberi diversi, un pezzo di carota bianca e una manciata della terra dove Nairo venne al mondo.
Abbiamo romanzato, e si potrebbe continuare, citando il racconto di lui che si recava a scuola in bici non per risparmiare, ma perché a casa ritenevano che il bus servisse ad altri tipi di spostamenti; e lui con quella bici: discesa ad andare e salita per tornare verso casa. Due gravi incidenti, quando era un ragazzino che aveva appena scoperto come pedalando poteva cambiare la sua vita: la seconda volta che fu investito finì in coma per cinque giorni.

Si potrebbe continuare parlando di Nairo con quella faccia da sfinge come un enigma che abbiamo provato a risolvere in tutti i modi; l'attesa invana, quei Tour che pensavamo potesse vincere, la convivenza in Movistar con Valverde che secondo lo scalatore colombiano potrebbe essergli costato il Tour 2015, quando arrivò secondo alle spalle di Froome (come nel 2013), condividendo proprio con lo spagnolo il podio finale: «Per colpa di un mio compagno di squadra - raccontò Quintana qualche anno dopo - non ho potuto conquistare quel Tour».
Un Giro e una Vuelta li ha vinti, come nessun colombiano, così come nessun colombiano, forse giusto Bernal, gode di tanta popolarità nel suo Paese. Nel 2019, un sondaggio in patria lo vedeva ancora davanti a tutti come personaggio più conosciuto, più di Bernal, che aveva appena vinto il Tour, più delle stelle della nazionale di calcio colombiana come James e Falcao e del cantante Carlos Vives.

Si potrebbe continuare e poi farla breve tornando a poche ore fa quando è partito a una trentina di chilometri dall'arrivo, salendo come una moto, staccando tutto e tutti in salita, come il più bel Quintana mai visto. Come quel Quintana che prometteva, scattava e poi si scansava per chissà quale diabolico gioco tra cervello e gambe.
Corridore un po' atipico per certi versi, imperturbabile sul rapportone, nella buona e nella cattiva sorte, a volte illeggibile, magnifico scalatore: in salita, quando in giornata, capace di andare su come una moto rendendo i suoi avversari piccoli e affannati come dei cadetti.

Se l'inizio della stagione ciclistica è quella dove è lecito sognare, non svegliateci, ma lasciateci godere una volta tanto Nairo Quintana. Lasciateci godere una volta tanto uno scalatore.


Vincere una corsa, per vincere la paura: intervista a Matteo Moschetti

Mancano poche centinaia di metri al traguardo di Torrevieja, quarta tappa della Volta a la Comunitat Valenciana. Gruppo lanciato, solito caos. Treni per i velocisti? Più no, che sì. C'è Evenepoel, in maglia bianca, che mette in fila il gruppo con la sua solita marcia. Lo fa per favorire le fibre veloci di Jakobsen.
A ruota sta a meraviglia, e compatta, la Wanty, pardon, l'Intermarché: si lavora per Kristoff. Poi altri cani sciolti o al massimo qualche coppietta. Un uomo Gazprom si sposta poco prima di entrare nel rettilineo finale, mentre si intravede la sagoma di Trentin - tipica barbetta incolta e bocca aperta - che prova a pilotare fuori dal groviglio il velocista del giorno per la sua squadra, Molano.

Si sbanda, spallate, nessuna novità: parliamo di sprint di gruppo. Parte Pasqualon, non appena Evenepoel finisce il suo lavoro, e da dietro un ragazzo in maglia bianca con una banda rossa e la scritta Trek si lancia. Forse parte un po' lungo, chissà. Invece è tempismo perfetto. Né Viviani, né Peñalver, né nessun altro lo riesce nemmeno ad affiancare. Quel ragazzo taglia il traguardo per primo indicando con decisione il petto, sembra dire "sono io, sono io". Finalmente - lo diciamo anche noi - torna alla vittoria, dopo quasi un anno, Matteo Moschetti.
Sembra banale, ma se le vittorie hanno un peso specifico, quella di qualche giorno fa è un macigno. Emozioni positive, le definisce a mente fredda, Moschetti. Emozioni che servono a scacciare via un lungo periodo difficile. «Avevo bisogno di dimostrare il mio valore». Di dimostrarlo soprattutto a sé stesso.
Se qualcuno volesse conoscere la sua storia, la facciamo breve. Velocista di talento tra gli Under 23, Matteo Moschetti passa professionista con carte importanti da giocare dopo aver conquistato nel 2018, tra i grandi, due gare, nonostante corresse con una squadra Continental, assicurandosi un contratto con la Trek per le stagioni successive. Un 2019 di rodaggio, fatto di esperienza, sgomitate, chilometri e ritmo da professionista acquisito, poi nel 2020 colpisce subito.

Prime due gare dell'anno, due vittorie davanti ad Ackermann: il tedesco aveva chiuso la stagione precedente con tredici successi tra cui due tappe al Giro d'Italia. Niente male Moschetti, se non fosse che pochi giorni dopo quel successo, un terribile incidente in corsa rischia di comprometterne una brillante carriera. Sembrava l'alba, in pochissimo divenne il crepuscolo.
Quando riparte, fa fatica; altri problemi, altri incidenti di quelli che dici: "ma capita sempre a lui?", risultati a singhiozzo, un successo lo scorso anno alla Per Sempre "Alfredo" che pareva un episodio isolato. Poi il traguardo di Torrevieja, mettendosi alle spalle alcuni fra i migliori velocisti del gruppo. «La cosa più difficile che ho dovuto affrontare in tutti questi mesi - ci racconta - è stato convivere con la paura. Paura di non poter tornare a un buon livello, paura di non poter più vincere, paura di non poter essere più un discreto professionista». Parla letteralmente di mostri con cui convivere, Moschetti, soprattutto nell'ultima fase di recupero della sua condizione. Quella fase in cui «anche ritrovare quel 5% in più ti serve per essere competitivo al vertice». Il mondo del professionismo che, ahiloro, non ammette un minimo cedimento, non concede una piccola sbavatura.

Ringrazia i compagni della Trek, non potrebbe essere altrimenti, per il supporto in corsa e fuori corsa, e ci tiene a fare il nome di Luca Guercilena, figura fondamentale per il suo recupero, affermando poi come sia importante lavorare da quest'inverno con una psicologa che segue la squadra.
Non si pone obiettivi specifici, Moschetti, 25 anni e mezzo, un fisico che definiremmo tutto sommato normale, ma tanta potenza da sprigionare nelle volate. Non si pone limiti, crediamo, ma ribadisce quanto sarà importante migliorare nella resistenza in salita e su percorsi più duri. E soprattutto «continuare a vincere» tutte le volte che ne avrà la possibilità.
Si dice come vincere aiuti a vincere, ma in questo caso aiuta anche a tenere lontana la paura.


Per un fatto di vocazione

Quando vedi correre in bicicletta Victor Campenaerts tutto sembra una provocazione. Quando attacca pare quasi goffo sulla bicicletta, eppure dicono di lui che la differenza più che nel motore la fa per una capacità unica nel riuscire a stare in posizione aerodinamica.
Lo ami o lo odi: forse ti chiederai come sia possibile, e infatti il pubblico, la critica, spesso si divide su questo ragazzo che si fece notare diversi anni fa quando al Giro d'Italia chiuse una cronometro con una scritta sui pettorali messi in bella mostra: "Carlien Daten?”. Chiedeva un appuntamento a una ragazza che gli piaceva, storia nota, uscirono assieme ma poi lei disse: “possiamo restare solo amici”.
Per anni Campenaerts si è distinto come cronoman di ottima fattura se non qualcosa in più: titolo europeo, titolo belga e bronzo mondiale nel 2018 che gli valsero persino il “Kristallen Fiets”, premio che ogni anno assegna un noto giornale belga. Campenaerts non se l'aspettava, tanto da presentarsi, parole sue, vestito in maniera del tutto casuale a quella serata, e salì sul palco indossando una giacca di un paio di anni prima. Quasi incredulo di ricevere il premio dal suo idolo Bradley Wiggins, disse «Non mi resta che provare a battere il tuo record dell'ora anche per rendere onore a corridori più forti di me come Lampaert, Van Avermaet e van Aert». Che gli finirono alle spalle.
E quel record dell'ora Campenaerts lo fa suo ed è tutt'ora il record dell'ora nonostante qualche tentativo di batterlo, andato a vuoto. Lo conquista ad Aguascalientes nell'aprile del 2019 e quella volta per abituarsi all'altura, Campenaerts, ciclista e dunque fachiro, passò un mese in Namibia dove la «temperatura si aggira costantemente sui trentacinque gradi e mi permette poi di prendere confidenza col caldo e di controllare al meglio la reazione del mio corpo. Allenarsi con queste temperature fa aumentare il volume di sangue e plasma; di conseguenza a beneficiarne sarà l’ossigenazione dei muscoli e la mia prestazione».
In quel periodo, per guadagnare ogni margine, Campenaerts pratica yoga e si lancia in esercizi fondamentali per il rafforzamento di schiena e spalle. Lancia anche un campanello d'allarme: «Da quando mi trovo in Namibia non sono mai stato controllato. Essendo un atleta pulito e credendo in un ciclismo pulito trovo tutto questo inaccettabile. Che il mio tentativo vada bene oppure male, non voglio assolutamente che le dure sessioni di allenamento che sto sostenendo lontano dall’Europa vengano prese come un diversivo per sfuggire ai controlli. Ho già comunicato questa mancanza e questo mio malessere a chi di dovere: situazioni simili non dovrebbero verificarsi mai più». Senza troppi filtri.
Dopo quel record l'idea di Campenaerts sarebbe stata la crono olimpica ma nel giro di un paio di anni il ciclismo si trasforma alla velocità delle primavere che passano una volta raggiunta la soglia dei trent'anni. E così cambia la sua vocazione. Basta con il puntare alle cronometro - «perché mi è impossibile pensare di competere con questa nuova generazione» - e allora Campenaerts diventa corridore d'attacco. Vince una tappa al Giro 2021, la seconda volta in carriera in una prova in linea: su 8 vittorie, ben 6 sono arrivate contro il tempo, l'ultima però nell'ormai lontano 2018.
Messo in bici dal padre, dopo aver praticato nuoto - infatti il suo idolo, oltre a Wiggins, è il ranista belga Frederik Deburghgraeve, vincitore dell'oro ad Atlanta - per la prima volta nel 2021 partecipa al Tour de France e proprio a suo padre dà appuntamento sul Mont Ventoux. «È un posto speciale per me: è stata la prima salita che ho fatto in bicicletta, era il 2006, andai su con mio padre e all'epoca non ero nemmeno un corridore. Ho avuto difficoltà all'inizio della tappa, ma volevo continuare per fare almeno questa mitica salita e poter salutare il mio vecchio».
Campenaerts arranca quel giorno, e una volta incrociato suo padre: «Mi sono fermato e abbiamo passato un po' di tempo assieme».
A fine stagione Campenaerts cambia squadra, la Qhubeka ha chiuso e lui ritorna a vestire la maglia della Lotto. La Qhubeka ha chiuso, ma Campenaerts continua a sostenerne il messaggio. A inizio dicembre ha organizzato un'asta benefica per i bambini africani, mentre a gennaio, insieme a Van Moer e Vermeersch sarebbe dovuto andare in ritiro in Rwanda. Anche se qui più che per passione pare per scelta obbligata.
Nel momento di prenotare l'hotel per il ritiro in Spagna, infatti, i posti disponibili per i corridori della Lotto si sono esauriti subito e i tre corridori sarebbero dovuti essere dirottati nella regione del Musanze, ai confini tra Rwanda, Congo e Uganda. Poi le nuove restrizioni gli hanno impedito di partire, ma nulla è cambiato: la sua stagione ripartirà a breve con il chiodo fisso della fuga, la nuova vocazione di Campenaerts.


Il riscatto di Sacha Modolo

Era estate e molti amici di Sacha Modolo, terminata la scuola, avevano da mesi iniziato a lavorare in fabbrica: i primi guadagni, i primi stipendi e le prime vacanze, magari in discoteca a divertirsi. Modolo correva in bicicletta da qualche anno, nessun guadagno o ben poco e le ferie poteva scordarsele perché in quei mesi c’erano le gare. Decise così di dire ai genitori che avrebbe smesso e sarebbe andato a cercare lavoro in fabbrica. «Quel giorno mio nonno ci vide lungo. Mi disse: “Se vuoi andare a lavorare, domani mattina vieni con me”. Nonno consegnava bibite ai privati e ai bar. Era tutto un caricare e scaricare da quel camioncino. A sera lo guardai e: “Ho capito, torno a pedalare”».
A Sacha Modolo non è mai mancato nulla a casa, ma la sua era una famiglia umile, una di quelle famiglie che certe cose non avrebbe mai potuto permettersele. «Ho saputo che la prima bicicletta ce l’hanno regalata, altrimenti non avrei potuto comprarla” racconta, mentre parla della sua indole da ragazzo. In Veneto si dice “remengo” e vuol dire scalmanato, irrequieto. Quel ragazzo si è riscattato con il ciclismo: «Non mi sono mai sentito arrivato, ma, se fai un certo percorso e ti accade quello che è successo a me, lo vivi come un riscatto. Senza il ciclismo avrei conosciuto solo il mio paese e la mia vita sarebbe finita lì. Succede a tanti».
Negli ultimi anni qualcosa era cambiato. Modolo lo ammette, si era un poco spento e pensava di smettere più che di continuare. Anche a casa diceva quello che aveva sempre detto: «Quando smetterò non ne farò una malattia e del ciclismo non ne vorrò più sapere». Eppure di ciclismo parlava sempre. Sua moglie glielo ha detto: «Mostri tanto distaccamento per questo mondo, ma in realtà pensi solo alla bicicletta». E Sacha non nasconde che la verità è proprio quella.
Dal 2018 una serie di problemi fisici lo hanno bloccato. C’è voluto tempo prima di capirne la causa, nel frattempo si brancolava nel buio. La sua è la storia di chiunque attenda un esito che non arriva. «All’inizio non ho pensato a nulla di tragico. Anche da ragazzo mi allenavo poco e riuscivo a vincere. Prima mi sono detto che dovevo cambiare allenamento, poi che gli altri andavano di più e non potevo farci molto». Fino a che Modolo inizia a mangiare sempre meno, forse anche poco. Uno stato di infiammazione molto forte che mette preoccupazione: «Ho temuto fosse qualcosa di più grave. Poi ho iniziato a curarmi ma per stare meglio è servito molto tempo». Una crisi arrivata proprio quando stava iniziando a capire che tipo di corridore era: tutti lo hanno sempre trattato come un velocista, lui avrebbe voluto essere qualcosa di diverso. Quel sesto posto al Fiandre lo racconta bene. «Quando Pengo mi chiese la prima volta che pressione delle gomme tenere sul pavé, mi venne da ridere. Non sapevo nulla di questi dettagli. Capii che avevo ancora tanta pastasciutta da mangiare. Marcato mi aiutò».
C’è l’esperienza degli anni passati e un cerchio che si chiude col ritorno in Bardiani Csf-Faizanè. Modolo è ritornato quel ragazzo, quello che vuole tornare a vincere, non importa dove. Che vuole decidere da solo dove e come dire basta. «Molti mi dicono che avessi avuto una testa diversa avrei vinto di più. Forse o forse avrei vinto meno. Certe volte bisogna anche accontentarsi. Non ho rimpianti e questo mi basta».
Se guarda avanti sa che, comunque vada, la fine della carriera si avvicina. Non ha paura, forse qualche nostalgia: «Tutto questo mi mancherà perché sono stato fortunato. In bicicletta si fa fatica al massimo per sei, sette ore. Nelle ditte ci sono persone che fanno otto ore per molto meno e fanno più fatica di noi. Dobbiamo rispettarle. Ma non mi spaventa rinunciare a questo. Ho paura che mi manchi la bicicletta, quello sì».


Il valore del lavoro: intervista a Matej Mohorič

Nel paese in cui è cresciuto Matej Mohorič in Slovenia ci saranno state trenta case, non di più. La sua famiglia aveva una fattoria e lui aiutava i suoi genitori: «Avevamo maiali, pecore e galline. Gli animali non hanno giorni di riposo e c’era sempre da lavorare. In estate avevamo anche l’erba da tagliare». Quando parla di lavoro, Matej ha in mente quei giorni: «Non ci si poteva sottrarre a ciò che c’era da fare e se dovevamo andare in stalla non c’erano storie da raccontare. Cercare scuse è solo fatica mentale in più. Oggi, se ho quattro ore di allenamento da fare, le faccio senza titubare perché il dovere è dovere».
Quando non aiutava in famiglia, andava nei boschi insieme agli amici e con la mountain bike si divertiva a saltare i tronchi d’albero che trovava. Era divertente, per questo a casa ha più di sette biciclette: una per ogni specialità. L’unico rimpianto? «Ogni giorno vorrei provarle tutte, fare un tratto di strada con ciascuna, ma non è possibile». L’attenzione è sempre molta: per non esagerare, per rimanere lucidi. «Certo, voglio vincere, come ogni ciclista, e quando vinco mi emoziono, non dimentico, però, che il ciclismo è soprattutto il mio lavoro. Un lavoro che mi piace ma sempre un lavoro. La mia vita non cambierà di certo se invece di vincere venti gare ne vincerò quaranta. A sessant’anni non sarà questo a fare la differenza. Bisogna averlo chiaro».
Ed è questo lavoro a diventare sempre più difficile con il passare degli anni. Perché da giovani si vuole migliorare, si ha tutto da imparare e la spinta è molta, quando inizi a realizzarti tutto cambia. «Siccome hai raggiunto un livello alto ti viene chiesto di mantenerlo e se possibile di migliorare ancora. È sempre più difficile. Quando hai una famiglia diventa ancora più complesso perché partire per mesi e mesi e lasciare tutti a casa non è poi così bello come può esserlo da ragazzo».
«Noi non vinciamo solo per noi stessi. Vinciamo per tutte le persone che ci guardano e che magari vedendo quella vittoria possono cambiare qualcosa nella propria vita o anche solo essere contente per qualche istante. Vinciamo per le persone del nostro staff che non possono vincere» è qualcosa di cui Mohorič si è reso conto dopo la vittoria delle due tappe al Tour de France. Ricordarsi questo serve soprattutto in inverno quando le gare sembrano lontane e la motivazione può diminuire. «Se non ti alleni bene adesso, a luglio non sarai in forma e quando le persone ti aspetteranno tu non potrai fare nulla. Se non ho molta voglia, penso a questo».
Poi c’è ciò che bisognerebbe cambiare nel ciclismo e non sarebbe così difficile, in fondo. Per esempio, la sicurezza: «Noi non corriamo su piste e le strade non sono pensate per i ciclisti. Sono progettate per le auto con strettoie e rotonde per rallentarle. Duecento ciclisti a tutta velocità trovano ovvie difficoltà a transitare». Mohorič ha le idee chiare: come evolve la società, deve evolvere il ciclismo, magari cambiare regole. «Penso a una neutralizzazione anticipata nelle tappe di pianura, magari a dieci chilometri dal traguardo. Sarebbe più bello per il pubblico che vedrebbe passare gli uomini di classifica staccati, in tutta tranquillità e più sicuro per tutti».
Proprio per cambiare, per migliorare, nei giorni scorsi, Mohorič ha presentato la sua Fondazione, dedicata soprattutto ai giovani perché da loro parte tutto. «Al ciclismo sloveno un grosso apporto viene proprio dai giovani, dalla categoria juniores. È giusto esaltarli come enfant prodige, quando è il caso, ma prima di tutto bisogna affiancarli e aiutarli a crescere. Essere disposti a investire su di loro. Penseremo anche ai bambini, proveremo a metterli in bicicletta, a raccontare anche a loro cosa può essere una bicicletta. A spiegarlo alle loro famiglie».
Ciò che ha vissuto in bicicletta, Mohorič lo racconterà volentieri soprattutto «se lo vorranno, perché chi ti chiede di raccontare è predisposto ad ascoltare» e ascoltare è importante. Lui, per esempio, ha passato molto tempo ad ascoltare Damiano Caruso, a guardare la meticolosità del suo essere professionista e per Caruso questi sacrifici hanno pagato. Con Colbrelli ha invece condiviso le classiche: «Ha un motore enorme, chissà quanto avrebbe potuto vincere. Quest’anno, al Tour, era sempre al posto giusto, spesso sfortunato. Quando vincevamo era contento per noi, io però scorgevo quella voglia, quella fame nel suo modo di fare. Sono contento per il suo momento».
I progetti di Mohorič, invece, sono concreti. Come le pietre del Fiandre o lo scatto di un dente sulla catena sul Poggio alla Sanremo. Come la canicola estiva sulle strade di Francia al Tour, dove la Bahrain vuole da sempre fare bene. La condizione c’è, la voglia non è mai mancata. E per ogni cosa che non andrà ci sarà il lavoro, quello che Mohorič ha imparato in quei pomeriggi di ragazzo e ha custodito come valore.


La filosofia di Marlen Reusser

Marlen Reusser è felice, ma, in realtà, la felicità non le interessa nemmeno più di tanto. È capitato anche alla trentenne svizzera di sentirsi infelice, nonostante il ciclismo e le vittorie: andava tutto bene, ma il morale era a terra. Non c'è alcuna difficoltà ad ammetterlo. «Non è obbligatorio essere felici. Puoi esserlo oppure no» ha raccontanto in un’intervista a Procycling. «L'importante è che tu impari a conoscerti, a sentire il tuo corpo e a capirlo. Una volta che lo hai imparato ti servirà in ogni circostanza, in qualunque lavoro, io lo sto imparando correndo in bicicletta». Questo ragionamento l'ha sempre aiutata nella sua prova prediletta: la cronometro.

Nel tempo, molti le hanno chiesto quale sia il suo approccio mentale alla cronometro e lei ha sempre risposto che non c'è una regola, semplicemente perché la nostra mente fa ragionamenti nuovi e ci sottopone una realtà diversa ogni giorno, quindi è inutile proporsi di vedere le cose in un determinato modo, perché quel giorno potresti non riuscirci. Quando ti sveglierai, saprai chi sei in quel momento e con quello dovrai fare i conti. Regola aurea visti i risultati di Reusser contro il tempo nel 2021: argento alle Olimpiadi di Tokyo, oro agli Europei di Trento e ancora argento ai Mondiali delle Fiandre.

Marlen Reusser approda relativamente tardi al ciclismo professionistico, a causa di un infortunio. All'inizio, forse, nemmeno le piace molto pedalare, però le viene facile, estremamente facile così qualcuno le suggerisce di provare a farlo come lavoro. Oggi dice che, se non ha mai mollato, è solo perché, in fondo, le cose che non le piacevano del ciclismo erano meno di quelle che le piacevano, per esempio quello stato costante di imprevedibilità, la possibilità di conoscere luoghi e persone e, qualche volta, di sentirsi meglio perché sai che qualcuno è interessato a te, anche se fai fatica, piove e fa freddo.

Probabilmente, proprio per questa facilità innata, anche se non lo ha mai detto, Reusser ha sempre creduto alla possibilità di fare bene nel ciclismo. «Può sembrare arrogante dirlo, ma non lo è. Puoi avere tutto il talento che vuoi, ma per emergere devi lavorare sodo e io l’ho fatto. Mi sono posta degli obietti e mi sono impegnata al massimo per raggiungerli: prima o poi i risultati dovevano arrivare». Una delle più grosse difficoltà è stata riuscire a stare in gruppo nelle gare su strada, quelle in cui se non hai qualcuno che ti aiuta, di cui ti fidi e che si fida di te, difficilmente riesci a fare bene perché stare nella pancia del gruppo è davvero difficile. Lei ha imparato provandoci, con una tranquillità di fondo, però: «Se non ci fossi riuscita, probabilmente avrei smesso di gareggiare su strada. Che senso ha continuare a fare una cosa che non ti diverte?».

La Reusser ha le idee chiare, per prossimo ha voluto fortemente l'approdo in Sd-Worx, una squadra di campionesse. Ma fra loro non c'è rivalità, bensì apprezzamento. «Non credo sia un bene che in una squadra ci sia un solo campione e tante seconde linee che gli girano attorno. Non mi piacerebbe neppure se la campionessa fossi io. Per avere la possibilità di correre al meglio ogni gara occorre che tutta la squadra sia di alto livello».

Per il futuro, Reusser ragiona come per la felicità. Arriverà comunque e non ha nemmeno senso farsi tante domande. Lei è dottoressa e prima di dedicarsi al ciclismo lavorava in ospedale, è appassionata di politica e le piace impegnarsi per aiutare gli altri. Il ciclismo, per Reusser, è fatto di traguardi, ma la vita porta tante cose e fra quelle bisogna scegliere. Così, se è vero che vorrebbe vincere un titolo mondiale a cronometro, è anche certa di non voler invecchiare nel ciclismo: «Annemiek van Vleuten ha trentotto anni, Mavi Garcia trentasette. Non credo che continuerò così a lungo. Voglio fare molte altre cose nella vita, ho ancora troppe cose da imparare».


La normalità di Geraint Thomas

Ricordiamo tutti il volto di Geraint Thomas ai microfoni, al termine del Tour de France 2018. Un pianto liberatorio e quelle parole ripetute: «Non ci posso credere, ho vinto il Tour. Non è vero». Non riusciva nemmeno a parlare il britannico, eppure, al giornalista che gli chiese se quella fosse l'emozione più importante di tutta la sua vita, rispose subito, senza indugiare un secondo. «No, l'emozione più grande della mia vita è stata il mio matrimonio, andare verso l'altare con mia moglie. Non si possono paragonare queste cose». Già, ogni cosa al posto giusto, col giusto valore. Tempo dopo, quasi si scusò per quelle lacrime: «È imbarazzante piangere davanti alle telecamere, ma in quel momento mi stavo rendendo conto di cosa avevo fatto».
Da quel momento, le cose non sono più andate come Thomas avrebbe sperato, forse creduto. Una storia di cadute e sfortuna. Fu lui stesso, dopo la caduta al Tour dell'anno successivo a parlare di frustrazione, a dire che non c'era una spiegazione per quella caduta e questo peggiorava le cose. Lì il danno fu poco e Thomas finì in seconda posizione la Grande Boucle. Come il podio di Parigi, però, nei ricordi resta l'assurda caduta nella tappa dell'Etna al Giro d'Italia 2020. Assurda per le modalità, cadde a causa di una borraccia, assurda per l'esito: arrivò al traguardo con più di dodici minuti di ritardo fra lo stupore di tutti e le critiche che iniziavano a muoversi. Perché uno dei candidati per la vittoria finale pagava dazio già nella prima tappa di montagna? Aveva una frattura del bacino, Thomas. Scalò l'Etna così.

E ancora cadute, frustrazione e delusione. Geraint Thomas ha saputo anche ridere, scherzarci su, quasi ad anestetizzare l'amarezza. Per esempio quest'anno, quando al Giro di Romandia è caduto a cinquanta metri dal traguardo. Se non bastasse aver vinto il Tour de France per parlare di un campione, basterebbe questa ironia. Difficile, soprattutto quando tutti chiedono, aspettano, giudicano. Quando, forse anche tu, inizi a non capire più che ti sta succedendo.

A Cyclingweekly, Thomas ha raccontato che l'inizio di questa stagione è stato forse uno dei migliori inizi di sempre. Nonostante tutto. «Non sono diventato un ciclista mediocre, all'improvviso» ha detto ed ha ragione. Per le caratteristiche atletiche e anche per come parla, per come si racconta e per le idee che continua a mettere in campo nonostante tutto vada storto. «Continuerò a impegnarmi e a buttarmi nella mischia per vincere, perché ora conta solo vincere, tornare a vincere. Poi tornerò ai Grandi Giri, non solo però. In fondo ho sempre avuto stagioni con lo stesso programma in tutti gli anni di carriera, ho voglia di cose fresche, di cambiare, di mettermi alla prova su altri percorsi».

E questa spensieratezza preservata a colpire e a farlo restare in sella. Nei gesti e nelle parole, come in Watts Occurring, il podcast che Geraint Thomas gestisce con il compagno di team Luke Rowe. «Raccontiamo di noi. Certe volte ridiamo anche e prendiamo in giro qualcuno, solo per divertimento. Inizialmente non ci riflettevo, adesso invece ci penso perché le nostre parole le sentono tutti e non sai mai come vengono interpretate».
Thomas che a inizio carriera, lo ha raccontato spesso, avrebbe desiderato vincere ogni corsa, su strada, su pista, oggi ha capito che bisogna saper scegliere. Saper scegliere e continuare a lavorare sodo. Con grande impegno, ma anche con grande serenità e perché no con la giusta dose di leggerezza.


Mai voltarsi indietro: intervista a Thomas Gloag

Thomas “Tom” Gloag è così giovane che voglia di guardare indietro quasi non ne ha. Non ammette rimpianti e anzi, quando gli chiediamo se il 4° posto all'ultimo Giro Under 23 (a soli 12" dal podio) gli ha lasciato l'amaro in bocca, si scuote: «Ho fatto la miglior gara possibile, più di così non potevo».
È uno dei maggiori talenti del ciclismo britannico: fisico e caratteristiche da scalatore («anche se vorrei avere spalle più strette per essere maggiormente aerodinamico»), di quelli che quando scatta sa fare male e con limiti tutti da scoprire.

Ha 20 anni compiuti da poco, è nato a Londra ed è cresciuto nel velodromo locale di Herne Hill: «Ho iniziato a pedalarci a 8 anni e non ho più smesso! Le ore passate lì dentro e il supporto dei volontari che ci davano una mano sono state fondamentali per farmi diventare un corridore».

Corre tra i dilettanti con la Trinity Racing, «almeno fino al Giro Under 23 del 2022, poi si vedrà» e negli anni ha avuto modo di stare a fianco di un certo Pidcock. Viene da chiederci se l'anno prossimo le loro strade a un certo punto si incroceranno di nuovo, magari proprio in maglia Ineos. Lui non ne fa accenno.

Di Pidcock ciò che lo colpisce di più è la competitività: «Quando si mette in testa una cosa farà di tutto per ottenerla e poi con lui, sceso dalla bici non ti annoi mai»; mentre nella stagione appena passata ha diviso i galloni di capitano con l'irlandese Ben Healy, corridore che esalta il pubblico per le doti da attaccante e che dal 2022 lo vedremo in maglia EF. «Quando lo trovi nella starting list stai per certo che non sarà mai una gara normale». I due divideranno la stanza a Girona da quest'inverno.

E la normalità Gloag prova ad aggirarla: nel periodo della pandemia si è trasferito in Colombia, vivendo a casa della famiglia Chaves. «Ho corso in Spagna per un breve periodo e sono diventato grande amico di Brayan (il fratello di Esteban, NdA). Quando è scoppiato il Covid tra stare fermo a casa e allenarmi ho scelto la seconda possibilità e sono andato a vivere in Colombia da loro, allenandomi con loro, perdendo la testa per l'incredibile disponibilità, gentilezza e dolcezza del popolo colombiano: hanno fatto di tutto per farmi sentire a casa».

E che posti meravigliosi in mezzo alle Ande! «Per allenarsi, poi, è favoloso: altura, montagne di 50 km e poi magari 200 km senza una salita. E il cibo? Mai mangiata frutta o verdura così buona e fresca». E resta così legato ai due corridori colombiani tanto da voler contribuire in qualche modo alla "Fundación Esteban Chaves", ente benefico creato per aiutare bambini in difficoltà.
Se deve pensare a un riferimento gli viene in mente Bradley Wiggins: «Anche lui è cresciuto nel velodromo di Herne e i suoi successi sono stati il catalizzatore per l'esplosione del ciclismo britannico», mentre la Corsa per lui è: «Il Tour de France ovviamente: l'apice della carriera per ogni corridore».

Tifa Arsenal («ma sono anni difficili per noi tifosi gunners») e Phoenix Suns, e uno sgarro che farebbe volentieri è il waffle caldo belga con gelato alla menta e topping al cioccolato. «Ma la vita di un corridore è fatta di sacrifici: a volte non riuscire a fare tutto quello che si vorrebbe per un ragazzo della mia età è complicato».

Dice che non c'è un vero e proprio segreto se oggi il ciclismo britannico si trova all'apice della sua ascesa: «ma il supporto da parte della federazione a livello locale e i loro investimenti danno la possibilità di scovare talenti e quei talenti hanno la possibilità di allenarsi e poi emergere».

4° al Giro Under, ritirato all'Avenir quando era in piena corsa per il podio, 3° alla Ronde de l'Isard con una vittoria di tappa in salita a Plateau de Beille, se guarda alla stagione appena trascorsa si vede cresciuto, mentalmente e fisicamente, ma convinto di avere ancora ampi margini: «Non eccello ancora in nulla e questo mi dà la motivazione per spingere a tutta e continuare a migliorarmi. Anche perché in fondo a guardare indietro non si guadagna proprio nulla».


Giulio Ciccone, fra passato e futuro

Non è stata una stagione facile per Giulio Ciccone. Ma il ragazzo di Chieti è rimasto quello che abbiamo conosciuto anni fa: «Se dovessi trovare un modo per raccontarti come vivo il mio mestiere partirei da quel ragazzino che girava per Chieti con la sua bicicletta rossa e aspettava impaziente che i genitori gli comprassero una sella nuova, un tubolare particolare, un nuovo pezzo per quella bicicletta. Ricordo ciò che sentivo quando aprivo quei pacchetti e tutti i progetti che facevo. Bene, oggi accade la stessa cosa: appena c'è una novità per la bicicletta, ho la stessa curiosità, la stessa forma di entusiasmo». In realtà, Ciccone ha lasciato Chieti quando aveva solo diciotto anni e forse anche per questo è rimasto così legato a quei luoghi.
«Quando vai via presto succede sempre così. C'è un richiamo costante per tornare perché, in fondo, ti mancano le sensazioni che ti dava la tua terra e ti manca la quotidianità della tua famiglia. Il fatto di fare il ciclista accresce tutto questo perché appena arrivi a casa le persone ti cercano». Dice che lo ha salvato il fatto di restare grintoso e genuino come è la terra d'Abruzzo, in fondo, quella terra che torna a scoprire negli allenamenti: «L'allenamento perfetto è quello che tocca mare, colline e montagna. Se riesco a salire a Passo Lanciano, sono felice». Poi c'è il carattere: «Anche da quel punto di vista non sono cambiato e credo non cambierò mai: non so essere distaccato da ciò che vivo. Sono come tutti mi vedono, com'ero già da ragazzo».
È così anche se parla delle difficoltà della stagione trascorsa. «Al Giro ero soddisfatto perché stavo facendo bene al primo anno in cui provavo a far classifica. Quando sono caduto a Passo San Valentino e ho pagato dazio a Sega di Ala, ero deluso, ma vedevo il bicchiere mezzo pieno. In fondo, era stata la sfortuna a bloccarmi». Ciccone racconta che questa sensazione l'ha avuta per qualche tempo: arrabbiato con la sfortuna, però sereno perché con quello che aveva dimostrato la stagione lo avrebbe ripagato.
«Purtroppo, non è stato così: alla Vuelta un'altra caduta mi ha tolto di mezzo. È stato il momento più difficile di tutto l'anno perché a quel punto mi sono reso conto che non avrei più potuto fare nulla e la stagione stava finendo. Farsi male quando non ci sono più opportunità per rialzarsi è la cosa peggiore che possa succedere». Non è tipo da lamentele, Giulio Ciccone, anche perché sa sin troppo bene che lamentarsi non serve. Per esempio, rifiuta la nostalgia di ciò che è stato e del modo di vivere il ciclismo nei primi anni da professionista.
«Le cose cambiano perché passano gli anni e cresci. Ho sempre vissuto il ciclismo in maniera seria, anche quando avevo otto anni ed era solo uno svago. Volevo divertirmi seriamente, non so se mi spiego. Le pressioni che aumentano ti fanno gareggiare in maniera differente e vivi anche gli allenamenti diversamente, nei primi anni sei più leggero. Non ho nostalgie però vorrei dire a tutti i giovani che si affacciano al ciclismo di non avere fretta di crescere. Mi sembra che spesso abbiano troppa fretta di assomigliarci. C'è tempo, è inutile prendere la rincorsa». Suo padre gli ha sempre detto che avrebbe potuto fare qualunque cosa nella vita e, se avesse scelto il ciclismo, lo avrebbe aiutato ma «prima si finiscono le scuole». In Colpack il passaggio decisivo, perché lì ha capito che quella bicicletta stava davvero diventando un lavoro.
Nelle difficoltà che ha vissuto Ciccone nell'ultimo anno, un punto saldo è stata la famiglia che per lui è un concetto ampio. «Per me sono famiglia anche gli amici, le persone che ti sono spesso vicine e che ti conoscono bene. Quando le cose non vanno, la famiglia ne viene toccata per forza. Come atleti siamo fuori casa molti giorni all'anno e abbiamo bisogno di un punto saldo, per questo, nonostante la lontananza, tutto ruota attorno alla famiglia».
Da scalatore non resiste al fascino del Mortirolo, non solo perché lassù ha vinto, ma perché quella salita più di altre lo fa sentire a proprio agio. C'è anche una grande classica, però, nella testa di Ciccone: «Ho corso solo una volta la Liegi-Bastogne-Liegi e l'ho fatto con freddo e pioggia, vorrei ritornarci». Col tempo, chissà.
Ora, qualche giorno per staccare e poi pensare al 2022: «Non chiedo molto: vorrei solo avere una stagione libera da fattori esterni che la condizionino. Le prestazioni, secondo me, ci sono. Un po’ di tranquillità e ci divertiremo».


Un panino, un campione del mondo e le Granfondo che vorrei

«Ci siamo seduti al ristoro, sulle panchine, con i panini al prosciutto in mano e, togliendoci il casco e gli occhiali, ci siamo guardati negli occhi. Quando parli mentre pedali ti senti, ma non ti vedi mai completamente. Ai ristori ci si scopre». Ce lo racconta Alessandro Ballan: oggi, alla Granfondo VENEtoGO ha accompagnato un gruppo di ottanta persone lungo 112 chilometri, da Cittadella a Cittadella, passando per Asolo, La Tisa, La Rosina e Bassano del Grappa, prima di tornare a Cittadella. Noi lo abbiamo seguito, con qualche sosta sul percorso mentre qualcuno ci chiedeva del passaggio della corsa, «quella in compagnia», e altri se i ristori fossero accessibili a tutti, anche ai non iscritti, «perché un panino fra gente che pedala è sempre più buono». Ballan ha cercato di parlare con tutti loro, nelle quattro ore in sella.
«Quando qualcuno mi racconta delle Granfondo che ha corso chiedo sempre se ha visto il paesaggio, se si è reso conto dei posti che ha attraversato. Ci sono persone che scalano il Pordoi all'alba e non se ne accorgono. Com'è possibile? Sono stato professionista per molti anni, ho corso cinque Tour, e non ho mai visto nulla tranne il sedere del corridore che mi pedalava davanti. So cosa significhi, so quanto questa vita possa nausearti a lungo andare. Per questo trovo inconcepibile vivere così le Granfondo. Le Granfondo dovrebbero essere ciò che è accaduto oggi: un modo per divertirsi, stando assieme, senza gara». Ballan è certo che sia un'anomalia italiana perché negli altri paesi si è preservata la partenza alla francese e uno spirito diverso. «Da noi, il focus si è spostato sui risultati e le persone rischiano, in alcuni tratti su strade aperte al traffico, senza nemmeno essere completamente coperte dal punto di vista assicurativo. Magari senza cambio ruote che resta con i primi».
Oggi lo vedevi veleggiare nel gruppo, tranquillo, cercando di conoscere un po’ tutti. «Ad Asolo ho raccontato che quel versante è stata la prima salita che ho scalato in vita mia. A “La Tisa” di quando la scoprimmo con Pozzato e Tosatto e di quando la percorsi tre volte di seguito nel 2012, prima del Fiandre. Alla fine, c'era persino un gruppo di tifosi ad attendermi in vetta. “La Rosina” la facevo dietro macchina a trenta all'ora per il Mondiale. Raccontavo, raccontavo e loro mi ascoltavano». Il momento più bello, dice Ballan, è quando i tifosi capiscono che alla fine sei esattamente come loro, si fidano e ti raccontano del loro mondo. «Con un manager ho parlato della sua azienda, dei suoi e dei miei progetti ma anche delle difficoltà. Qualche genitore mi ha chiesto delle mie figlie e mi ha raccontato delle sue. Da professionista non hai molto tempo per stare con i tifosi e spesso ti vengono chieste le solite cose, invece è bellissimo vedere che sono interessati alla tua vita e interessarti alla loro. Scambiare pareri, anche chiederli».
In certi tratti Ballan testava la gamba e scherzava con chi gli era vicino: «Sì, i dati sono buoni, ma una volta quei dati li avevo dopo 200 chilometri di corsa. Appena smetti, hai sempre lo sguardo su quel computer perché, sotto sotto, ti interessano ancora i watt e i dati. Lo togli quando vedi che non fai più le prestazioni di una volta. Ecco: da quel giorno vivi la bicicletta. Ho parlato con Bennati e Pozzato: noi siamo cresciuti nell'agonismo, eppure questa cosa ci piace. L'ho detto anche oggi: non esco in bicicletta senza bel tempo, senza compagnia e senza pausa bar. C'è un piacere incredibile nel vivere così la bicicletta». Qualcuno, mentre lo vede passare, dice a un bambino che quello è il Campione del Mondo del 2008: «Ho ancora la videocassetta, anche se non posso più vederla». Chiosa un signore.
Ballan prosegue: «A distanza di anni, dopo migliaia di chilometri, anche oggi ho scoperto strade e salite nuove. Succede spesso e ogni volta mi meraviglio. Ti rendi conto di che mezzo sia la bicicletta? In Veneto, poi, c'è tutto: collina, mare, fiumi, montagne. Dovremmo avere fame di scoprirli questi luoghi, di conoscerli, come dovremmo avere voglia di conoscere la persona che pedala davanti a noi. C'è tempo e mettersi a discutere sui cinque minuti in più o in meno per una salita non ha senso».
Anche perché la vera differenza nel ciclismo la fa proprio questo. «Oggi era organizzato, ma in bicicletta può davvero succedere di incontrare il campione che ammiri in televisione e fare una parte di allenamento con lui. Certo, magari si farà fatica a resistere al suo ritmo, ma farete la stessa strada e almeno per un tratto fianco a fianco. Il ciclismo non è più uno sport, una bicicletta costa, costano i materiali, è diventato uno sport di nicchia, ma quando ci sali una volta, e impari a gustartela, difficilmente non vuoi tornarci». Perché, fra tutte le cose che ha raccontato a VENEtoGO, Ballan voleva soprattutto dire questo: godetevi la vostra bicicletta.