Vorrei essere come Alaphilippe: intervista a Santiago Umba

Santiago Umba è nato nel novembre del 2002. È esile, un colibrì, come nella miglior tradizione colombiana. Non ha paura. «Non ci ho dovuto pensare molto. Certo, lascio Arcabuco, la mia città, la mia famiglia ed i miei amici, ma so che loro sono orgogliosi di quello che sto facendo. Quando sono partito erano dispiaciuti, ma nei loro occhi si leggeva tanta dignità, tanta fierezza».

Accanto a lui c’è Gianni Savio, il team manager dell’Androni Giocattoli Sidermec. «Alla Vuelta al Táchira, in Venezuela, l’ho preso da parte e da padre gli ho detto: “Santiago, per molta gente tu sei un personaggio. Se farai bene, ti si avvicineranno in molti, si fingeranno amici, cercheranno di starti al fianco. Ricorda queste mie parole: non tutti saranno amici veri, sappi distinguere”. E Santiago mi ha guardato e con il suo solito sguardo colmo di educazione mi ha detto: “Lo so, Gianni. Ultimamente ci sono tante persone che mi cercano e che fino a qualche mese fa non mi guardavano neanche”. Non è solo forte in bicicletta, è anche di una maturità rara».

La stessa consapevolezza che traspare quando gli chiediamo di parlarci del suo carattere. «Mi piace la compagnia, mi piace ridere e scherzare, del resto a chi non piace? Ma nella vita bisogna saper distinguere. In certi momenti si può ridere, in altri serve serietà, testa bassa e lavorare».

Arcabuco è ormai distante e la sera che scende su Alassio è quanto di più distante da quella che vedeva dalle tende di casa sua, quando seguiva le imprese di Quintana in televisione. «Il calcio come il ciclismo ti permette di guadagnare molto e di migliorare la tua posizione economica. Io però non ho scelto la bicicletta per questo. Io l’ho scelta per realizzare un sogno».

Santiago Umba al suo primo allenamento in Italia con la maglia della Androni. (Foto: Luigi Sestili)

Matteo Malucelli si è sorpreso delle sue doti sui pedali proprio quando ha vinto la prima tappa della Vuelta al Táchira: i compagni che avrebbero dovuto far parte del suo treno sono caduti e Umba si è messo davanti a tirare per lui. Non solo. Dopo tre tappe complesse, Savio lo ha messo in guardia: «Non forzare la gamba, domani è una tappa difficile. Se non riesci a stare con i primi, lasciali andare». Santiago Umba, però, si mette in testa al gruppo. «All’arrivo gli ho fatto i complimenti – prosegue Savio – e gli ho chiesto come stesse. Sapete cosa mi ha risposto? “Come sto oggi? Ma oggi sto meglio di ieri!”. Incredibile».
«Ho il fisico da scalatore, ma ho anche spunto veloce e mi piacciono gli sterrati. Dovrò lavorare sulla velocità perché lo spunto non basta. Lo sprint è strategia pura: mi guardo intorno e cerco di imparare. Alla fine ho sempre fatto così. Anche ora che sono qui in Italia: voglio conoscere, voglio capire, sono curioso. Anche quando voi parlate italiano, io ascolto e provo a vedere quanto capisco». In Colombia lo paragonano a Julian Alaphilippe per caratteristiche e spirito. «Posso dirlo? Vorrei essere come Julian Alaphilippe. Vorrei vincere un mondiale e far vedere la mia maglia a tutto il mondo».

Umba appena tornato dal primo allenamento si è avvicinato a Giovanni Ellena: «Sai che sono appena caduto?». Ellena sorride come prima reazione. «Pensa che Bernal alla prima uscita con noi cadde dopo un paio di rotonde. Visti i precedenti, direi che promette bene, no?»

Ora noi possiamo immaginare gli occhi dei suoi genitori quando lo hanno salutato, li possiamo immaginare perché di sicuro somigliano molto agli occhi di Santiago mentre guarda Savio ed Ellena. «Mi trovo nel luogo in cui avrei sempre voluto trovarmi. Quando ho firmato il contratto avevo diciassette anni e mi hanno dovuto supportare i miei genitori, ma io dopo quella firma mi sentivo già qui. Capisci cosa intendo?». Lo capiamo noi e lo capisce anche Gianni Savio che gli mette una mano sulla spalla e inizia a parlare, a voce più bassa. «Questa è la tua intervista e sei arrivato qui da una manciata di ore. So che sei stanco e non vedi l’ora di andare in camera a riposare. Ricordati di questa intervista perché ne farai tante altre e racconterai tanto di te, tutto quello che vorrai. Ricorda questa intervista perché diventerai un grande. Ci proviamo? Scommettiamo? Ora vai a riposare. Domani ricomincerà tutto e tu sarai pronto».

Foto: Luigi Sestili


La storia di Natnael Tesfatsion

Il suo vero nome è Natnael Tesfatsion, ma in Androni Giocattoli Sidermec per tutti è “Natalino”. I massaggiatori ci raccontano che dopo vari tentativi e vari nomi sbagliati, glielo hanno chiesto: «Ti piace Natalino?», lui ha acconsentito e da allora il suo nome è quello.

Natnael è esattamente come potete immaginarvelo: tantissimi capelli ricci e un sorriso solare che si intravede anche dietro la mascherina. Ci racconta subito che non parla molto bene l’inglese ma, in compenso, conosce molte parole italiane. «Dopo la colonizzazione molti termini sono rimasti anche nel nostro linguaggio. Per esempio tutti quelli che riguardano la bicicletta: freno, manubrio, forcella, catena, rapporti. Non solo: anche scarpe e ciabatte. La prima volta che sono sceso a cenare in ciabatte i miei compagni ridevano e scherzavano, mi prendevano in giro. Li ho avvertiti: guardate che ho capito, so cosa sono le ciabatte». Racconta e sorride.

Poi ride di gusto pensando al suo arrivo in Italia. «Sono arrivato a marzo e nonostante qui si parli di primavera, io stavo congelando. Noi siamo abituati a venti gradi costanti, sono arrivato in maniche corte. La signora che mi ha ricevuto mi ha detto: «Ah ma allora sei già abituato alle nostre temperature, non le soffri». Non sapeva che ero praticamente ghiacciato». Natnael è nato ad Asmara, in Eritrea. «Qualunque cosa dicessi di Asmara, sarebbe una frase fatta. Sì, è la mia città natale ed è la mia terra. È il luogo dove vive la mia famiglia. Asmara è una vecchia città per bene. C’è aria di accoglienza, voglia di essere ospitali, di stare insieme. A noi piace la compagnia».

«Non sono il più bravo fra i ciclisti eritrei. Ce ne sono tanti meglio di me, ma purtroppo non hanno la possibilità di venire in Europa e correre qui. Sarebbero bravissimi, sarebbero l’orgoglio di tanti bambini che da grandi si immaginano vincitori del Tour de France, in maglia gialla. Anche io facevo quel sogno da piccolo. Lo faccio ancora oggi. Però è difficile, per loro è difficile anche solo pensare di intraprendere questa strada».

Vive a Lucca. «Mi piace molto la mia nuova città. Lì vicino c’è Pisa, con la sua Torre pendente e l’aeroporto. Per noi è un modo per sentirci vicino a casa, sappiamo che possiamo ripartire quando vogliamo. Ci dà sicurezza. Se ci fate caso tanti ciclisti eritrei vivono a Lucca o a Pisa». In Italia gli piace molto la pizza, di Asmara sente la mancanza di un piatto chiamato Injera. «Non saprei spiegare come è fatto, ma devi fidarti: è buonissimo. Se ci rivediamo te lo faccio assaggiare».

Natnael è molto religioso, per questo ha chiesto che il giorno di riposo possa essere la domenica, perché vuole andare a messa. Il suo credo pervade ogni campo, come un’essenza. «Sono uno scalatore, mi piacciono le montagne, mi piace scalare. Mi piace arrampicare. Tra l’altro, essendo scalatore, sento più vicino a me quel sogno: il Tour de France. Gli scalatori possono vincere il Tour. E a prescindere da questo, io sono certo che chiunque lavori duro, seriamente, possa fare grandi cose. Anche se sembrano impossibili. Se ti impegni, devi crederci, ci arriverai. Se non potessi realizzarle, non avresti neanche la possibilità di sognarle. Ne sono certo».

Foto: Luigi Sestili


I significati della fuga: intervista a Mattia Bais

Mattia Bais è cresciuto con l’insegnamento dei fatti. «Mio papà è imprenditore edile ed ogni mattina si alza prestissimo per andare a lavorare. Pochi fronzoli, solo la consapevolezza di dover fare il proprio dovere». Che poi il ragazzo trentino abbia una certa idea del ciclismo, forse, è solo la conseguenza. «Da grande vorrei essere come Thomas De Gendt, come Alessandro De Marchi. Puoi fare qualunque cosa nella vita ma non devi dare nulla per scontato, perché, di base, non ti è dovuto nulla. Io volevo diventare un ciclista professionista e ci sono riuscito, mi sentirei in grato se non ci mettessi tutto me stesso in ogni gara. De Gendt e De Marchi fanno questo. Andare in fuga è uno dei tanti modi per fare questo».

Bais gesticola, attorciglia le mani, come se stesse plasmando il pensiero proprio con quelle mani. «Non credo di aver mai avuto alcuna dote eccezionale. Sono sempre stato uno dei più minuti del gruppo: nelle categorie minori quando scattavo sorprendevo tutti, forse perché non se lo aspettavano. Quello che sono l’ho costruito. Se passi da un percorso simile al mio, certe cose fanno talmente parte di te da non riuscire più a rinunciarci. Fanno parte di te perché senza di loro, tu non saresti qui».

Mattia Bais parla della fuga, dell’essere fuggiaschi. «La libertà della fuga è un qualcosa di diverso dalla libertà del ciclismo. In fuga devi volerci andare. Si tratta di quella libertà che solo la fatica ti permette di conquistare. Non c’è libertà, senza fatica». Come quella volta al campionato italiano 2019, quando in fuga dal mattino si fermò a due giri dal traguardo e su un marciapiede parlò con Gianni Savio. «Savio ha capito subito tutto il senso che ha per me la fuga, l’essere davanti da solo a imporre il proprio ritmo. Ma, se ci pensi, lo capisce qualsiasi persona che sia sulla strada a guardarci. In certi tratti di di strada non può succedere praticamente nulla. Il massimo che ti può capitare è di vedere qualche coraggioso che va via da solo. La gente si entusiasma a vederti scattare in testa al gruppo, anche se mancano duecento chilometri e la domanda più logica da fare sarebbe: “Dove credi di andare?”. La gente non te lo chiede perché lo sa. Lo ha provato sulla propria pelle più volte di quante tu possa immaginare».

Bais racconta che quando scatta non si chiede quasi mai come andrà a finire. «Devi usare la testa in quel momento. Devi controllare i tuoi avversari, studiare il percorso e sapere cosa vuole il gruppo. Solo così puoi pensare di sorprenderlo. La fuga è un’avventura e come ogni avventura richiede istinto, coraggio, sfrontatezza ma anche pianificazione, progettazione».

La sua fuga più cara è quella dello scorso anno alla Milano-Sanremo. Quando è tornato a casa, si è messo davanti alla televisione e si è rivisto la corsa. «Quando sentivo il mio nome avevo la tentazione di tornare indietro e riascoltare da capo perché non ci credevo. Come appena passato professionista quando lo dicevo e nessuno ci credeva, ma in realtà ero io stesso a non crederci. Credo sia stata la Sanremo più lunga della storia, io ho fatto 275 chilometri in fuga, davanti a tutti, sono arrivato al traguardo, l’ho conclusa. E mi sono detto subito: “Qui voglio ritornarci e voglio rifare lo stesso”. Perché poi ti riprendono, poi non vinci, poi arrivi sfinito e mentre gli altri festeggiano ti accasci da qualche parte. Quello che provi in quei momenti vale tutto questo e non te lo può raccontare nessuno. Lo sai se lo hai provato».

In quei momenti non c’è quasi nessuno e chi c’è vale tutto. «Il direttore sportivo è la nostra guida e questo vale sempre. Il rapporto con lui lo costruisci quando sei a tutta, quando sei sfinito, quando puoi solo fare fatica. Quando sei solo in un tratto di strada in cui non c’è nulla e senza la sua voce ad incitarti, senza quella borraccia piena d’acqua o quel panino, non sapresti nemmeno più cosa pensare. Senza quella voce, in certi istanti, ti fermeresti a bordo strada ad aspettare il gruppo. Forse non ci pensiamo abbastanza ma siamo debitori a chi ci guida. Perché la strada la perdiamo tutti, prima o poi. La fuga è un’opportunità per ritrovarla».

Foto: Luigi Sestili


Storie di terre e di pedali: intervista a Giovanni Ellena

Giovanni Ellena era a pochi chilometri da Alassio, a Laigueglia per la precisione, quando nel 2006 entrò in sala per la prima riunione da direttore sportivo. «Entrai in questa sala e tutti si voltarono a guardarmi. Sono timido, introverso, puoi immaginare come mi sia sentito. Ero un direttore sportivo che non era mai stato professionista, solo dilettante. Alcuni colleghi mi avevano conosciuto durante un corso organizzato dalla federazione nel 2002 e avevano apprezzato questa mia timidezza, questo mio essere silenzioso. Ma io avevo paura, una paura incredibile. Però quando salivo in macchina mi passava, terminavo le corse quasi senza accorgermi».

Giovanni smette di correre perché deluso, da se stesso, dalla propria genetica, sa di non poter essere un campione ma vuole lavorare, fa il lavoro più distante da ciò che è: l’agente di commercio. Torna nel ciclismo per questioni affettive, perché quando accompagna dei ragazzi in allenamento, e poi alle gare, si rende conto che non vuole essere da nessun’altra parte se non lì. «L’unica volta in cui presi sette a scuola fu un tema di geografia: non perché fossi particolarmente bravo in geografia, ma perché conoscevo l’argomento, perché sapevo cosa dire. Io qui mi sento al mio posto ma allo stesso tempo mantengo l’idea di essere l’ultimo arrivato con una continua voglia di imparare. Non c’è nulla di filosofico, è quello che ti permette di restare in piedi».

Ellena parla dell’allenamento di ieri: offre un panino con il prosciutto a Natnael Tesfatsion, lui lo rifiuta. «Essendo ortodosso, a mio avviso poteva mangiare il prosciutto, così sono andato in camera da lui e ho cercato di capire. Ieri sera ho letto, mi sono documentato. Il maiale ha due unghie, per loro questo ricorda il diavolo. Vedi? Devi studiare e farti un esame ogni mattina. Altrimenti rischi di essere offensivo, di essere blasfemo».

Questo approccio volto alla comprensione è il grande credo di Ellena. Pochi giorni fa, Giovanni si è recato a prendere Andrii Ponomar, uno dei nuovi acquisti della Androni Giocattoli Sidermec, in aeroporto. «Non ha parlato per due, tre giorni. Non credo sia timido, è solo figlio della sua terra, forse un po’ freddo. Siamo stati a Torino a fare una visita cardiologica. Al ritorno l’ho guardato e gli ho detto: “Ma hai visto Zootropolis? Quel medico assomigliava da matti a Flash, il bradipo”. Gli si è accesa una lampadina ed è scoppiato a ridere: “Flash! Flash!”. Adesso, ogni volta che mi vede sorride e mi dice “Flash”. Per dire quanto basti poco. Ognuno ha una sua chiave per aprirsi».

In questi giorni Ellena ha aiutato anche Santiago Umba con le pratiche del volo, l’altra notte alle tre era sveglio per preparare tutte le carte, ma non solo. «In sostanza l’ho messo in sella in collegamento Skype. C’era suo papà che lo filmava sui rulli ed io gli spiegavo come fare. Secondo me può fare molto bene anche in volata, ha i numeri». Questi sono i ragazzi su cui Androni ha sempre scommesso. «Le cose sono cambiate radicalmente dai tempi di Rujano e di Serpa. Loro sono arrivati qui già adulti, sapevano già bene cosa fare. Con Sosa e Bernal è stato diverso: loro sono cresciuti con noi, erano ragazzini. Significa lasciare la propria terra e ritornarci, forse, due volte l’anno. Quanto è difficile? Sosa viveva in una cascina in mezzo ai campi, in una casupola. Ora vive con Egan Bernal e altri connazionali in un albergo-ristorante nel canavese. Il proprietario di questo ristorante ha delle galline: lui si sente a casa, la mattina scende e dà da mangiare alle galline».

Piera, la padrona di casa, racconta che Sosa la aiuta ad alzare le tapparelle del locale. «Il problema è che lui le alza anche al lunedì e noi al lunedì siamo chiusi». Così questi ragazzi vivono nel canavese ma si sentono in famiglia, cenando in cucina davanti a un camino, con le persone che gli vogliono bene. Poi c’è Wladimir, componente del fan club di Bernal, che ha un murales a casa con Egan in maglia gialla a Parigi. «Wladimir aveva detto a Egan che il giorno in cui avesse vinto il Giro d’Italia o il Tour de France, avrebbe dipinto la casa del colore della maglia. Bernal appena ha vinto lo ha chiamato ricordandogli la scommessa. Tu pensa che sapendo che avrei cercato di mediare, quella sera a cena non mi hanno nemmeno invitato. Che personaggio! Quando Bernal ha vinto al Tour de l’Avenir, Wladimir era sui tornanti: lo hanno sentito gridare da tre tornati più sotto. Ti rendi conto della passione?».

Dopo la notizia dell’esclusione dal Giro d’Italia, Giovanni Ellena non ha parlato per tre giorni. In ritiro, dopo diversi mesi a casa, ha ripensato a tutta la sua carriera, l’ha rivista al rallentatore, gli venivano in mente solo domande, tante domande. Si è ricordato degli inizi, di quel 2006, di quella signora della federazione che gli disse: «Ti auguro di durare molto, ma questo non è il tuo ambiente». Ripensa alla struttura di preparatori che Androni aveva messo in piedi negli anni, ai tecnici e ai preparatori che ora sono affermati professionisti. A tutto ciò che era possibile. Ripensa a quando, appena quarantenne, sbagliava approccio e cercava l’amicizia dei corridori: oggi sa che non va bene e non lo fa più. «C’è un bel rapporto con loro, ma non sono loro amico: se devo rimproverare un ragazzo lo faccio, se devo escluderlo per il bene della squadra lo faccio. Si tratta del mio lavoro e l’amicizia farebbe male».

Fra le tante domande, una lo assilla particolarmente: «Giovanni, sei sicuro che questo sia il tuo lavoro?». Una domanda che fa paura, una domanda che non mostra ai ragazzi, invitandoli a credere che un giorno saranno come Sosa, come Bernal, una domanda a cui poi deve darsi risposta. Ed Ellena quella risposta se l’è data qualche sera fa. «Ho una bella famiglia, una moglie, due figlie e un cane che adoro. Quando accadono queste cose pensi a loro. Ti dici che forse potresti anche fregartene e vivere più tranquillo. Quante cose si dicono? Quante? Sono bugie. Io sono venuto qui e non ho saputo fare nulla di diverso da quanto facevo prima. Sono fatto così e questo lavoro so farlo solo in questo modo. Non so se sia giusto. So che diversamente non saprei lavorare».

Foto: Luigi Sestili


Della sabbia e del fango: intervista a Nicolas Samparisi

La prima parola che ci viene in mente per parlare di Nicolas Samparisi non può che essere schiettezza. Parlando con lui, classe 1992, lombardo di Tirano, si nota subito una spiccata lucidità, soprattutto nella valutazione del proprio lavoro, una sincerità spietata. Il mondiale di Ostenda non è andato come avrebbe voluto e nasconderlo non serve a niente: «Non è partito bene ed è proseguito peggio, purtroppo. Venerdì, in ricognizione, ero a ruota di Gioele Bertolini: lui è caduto ed io non sono riuscito a evitarlo. Mi sono ferito ad un dito, mi hanno dato immediatamente alcuni punti di sutura e dell’anestetico ma ormai il danno era fatto. La domenica sono già partito con questa problematica ed a lungo andare ha influito sulla prestazione».

Per preparare la gara di Ostenda, Nicolas era stato diversi giorni in Olanda, aveva gareggiato lì e si era allenato. «Credo sia utile seguire un percorso di questo tipo: quando torni da Olanda, Belgio o Repubblica Ceca senti immediatamente di avere una gamba diversa. Noi diciamo che “ti cambia la gamba” per intendere questo miglioramento repentino. Attenzione però perché è un’arma a doppio taglio. In questi paesi trovi moltissimi tracciati duri, ideali per crescere. In molti casi si rischia l’overtraining: arrivi in gara già stanco e ti pregiudichi il risultato». Quest’ultima problematica Nicolas la avverte particolarmente, anche a causa del suo carattere. «Sono molto preciso. Se in tabella sono indicate quattro ore di allenamento, anche se dopo tre e mezza sono stanco, non mi fermo. Se sono quattro, devo farne quattro. Forse, qualche volta, essere un poco più indulgenti con se stessi farebbe bene. Sono fatto così, posso farci poco».

Nicolas si definisce un passista-scalatore. «Dico sempre che la diversità caratteriale tra me e mio fratello Lorenzo passa anche per le nostre diversità tecnico-tattiche. Lui è uno scalatore puro, più istintivo, tanto nel cross quanto nella vita. Io, da buon passista, sono riflessivo. Però Lorenzo è una delle poche persone di cui mi fido ciecamente. Se mi dice che la pressione delle gomme in una determinata gara deve essere di 1.2 bar, non ci penso un attimo a regolarmi in tal senso». Tempo fa, Lorenzo è stato operato per il restringimento di un’arteria, Nicolas non ha avuto dubbi su cosa dirgli: «Gli ho solo detto di avere pazienza che sarebbe riuscito a tornare ai suoi livelli. Soprattutto gli ho ricordato che la vita non si ferma al ciclismo e che non bisogna mai dimenticarlo. Anzi, bisogna conservare la capacità di godersela, altrimenti si fa un errore madornale». Parlare di carattere è in realtà anche parlare dei vari percorsi che il ciclocross propone e delle caratteristiche che servono per affrontarli. Già, perché parte del tuo rendimento è direttamente influenzato da questo. «Il percorso del mondiale di Ostenda è indubbiamente stato uno dei percorsi più completi degli ultimi anni. L’introduzione della sabbia è molto significativa e bisogna parlarne. Nella sabbia si pedala in modo diverso rispetto al fango. Le ruote affondano ed è indispensabile una potenza non indifferente per uscirne. Devi prendere la canalina, riuscire a stare in equilibrio e gestire le sbandate. Il tutto con i battiti alti della gara».

A Samparisi piacciono percorsi di questo tipo ed è convinto che in Italia ci si stia muovendo nella giusta direzione, cercando di disegnare percorsi più duri dopo che per molto tempo si era puntato tutto sulla tecnica. Nicolas pensa che la presenza di van der Poel e van Aert sia un bene per tutto il movimento: «Con loro in corsa il ritmo gara aumenta di molto: solo così possiamo migliorarci. A livello personale credo che van Aert sia più forte mentre van der Poel più tecnico. Se guardiamo i dati delle gare questo emerge nettamente». Anche ora che, a casa, vuole solo dedicarsi alla propria famiglia ciò che prova in corsa lo emoziona: «Quest’anno è stato particolare e non fa molto testo. In Belgio le persone pagano per venire a vederci. Quanto devono tenerci? Quanto dobbiamo interessargli? L’anno scorso avevo fatto stampare mille cartoline da regalare ai tifosi: le ho finite e ho dovuto farle ristampare. Qualunque momento è buono per chiederti un ricordo o un pensiero. Rende l’idea della grandezza del cross?». Quando le cose non vanno, Nicolas Samparisi riesce a staccare mentalmente e ripartire, col tempo ha imparato ed oggi è questa caratteristica a salvarlo. «Non ero molto felice al ritorno da Ostenda ma pensarci non avrebbe comunque cambiato la situazione. Al campionato italiano c’è in palio una maglia tricolore a cui tengo molto, ora penso a quella. In più quest’anno ho capito di poter entrare tra i primi venti nelle gare di Coppa del Mondo, è un passo importante per cui lavorare giorno per giorno. Non c’è tempo per guardarsi indietro. Non vi pare?».

Foto: Previsdomini/Per gentile concessione di Nicolas Samparisi


Storie di scelte: intervista a Enrico Battaglin

C’è stato un momento in cui i pedali di Enrico Battaglin sembravano non girare più. Era il 2019 e nella testa di Enrico cominciavano a tornare le domande. «Quando vedi che le cose non vanno e non ne capisci il motivo, non sai più cosa raccontarti. La spiegazione è essenziale, almeno per accettare la situazione. Qualche giorno me lo sono anche detto: “Chissà forse non vado più. Magari è arrivato il momento di smettere”».

Non era quello il caso, per Enrico, infatti, tutto cambia dopo un’operazione al naso. Quel periodo, però, gli lascia molta consapevolezza. «Di persone pronte ad aiutarti, nella vita non solo nel ciclismo, ce ne sono poche. In compenso molte aspettano di sostituirti, di prendere il tuo posto. Non è il mio caso ma spesso succede così. Alla fine capisci che i problemi devi provare a risolverli da solo, ad uscire da solo dal fango in cui sei rimasto bloccato, altrimenti non c’è via. Ma forse è anche giusto così, non possiamo chiedere ad altri di semplificarci la vita. Si tratta di una nostra responsabilità».

Il ritiro diventa così per Enrico Battaglin l’occasione per conoscere al meglio i compagni e soprattutto per farlo in tranquillità: l’adrenalina delle gare spesso non lo permette ma la conoscenza non è un aspetto trascurabile per stare in gruppo.

Frequentare i luoghi e le persone, per conoscerle e migliorarsi. «So di un ragazzo che ha un preparatore che non ha mai incontrato personalmente. A me sembra impossibile. Vero è che questa realtà tecnologica tende ad annullare le distanze, ma la fiducia è anche questione di conoscenza diretta. Se c’è una cosa che cerco di portare ai giovani in Bardiani è la mia esperienza. Anche Giovanni Visconti fa lo stesso, ma abbiamo caratteri diversi. Lui è più estroverso, io più discreto, più timido. Non mi piace stare al centro dell’attenzione. Come provo ad aiutare i più giovani? Raccontando ciò che è capitato a me. Io credo che gli esempi restino più in mente. Per portare esempi, però, devi esserci, devi essere presente anche fisicamente, farti vedere, metterti in gioco. Come fai da uno schermo?».

Le esperienze estere di Battaglin, prima del ritorno in Bardiani, gli hanno reso evidente il valore della comunicazione. «Quando ho scelto la Jumbo-Visma, ci ho visto lungo. Non era la squadra di adesso. Poi ho avuto fretta e per non restare nell’incertezza sono passato subito in Katusha. Lì credo di avere sbagliato. C’è una costante: avrei dovuto conoscere meglio le lingue, l’inglese almeno. All’estero considerano molto questo aspetto, puoi avere tanti numeri ma, se si accorgono che non riesci a comunicare, iniziano a nutrire dubbi. So che nella nostra squadra è difficile perché siamo tutti italiani, ma credo serva lavorarci. Impari molto e stai certo che ti servirà».

Comunicazione che può e talvolta deve essere schietta, anche molto schietta. «Prendi Roberto e Bruno Reverberi: il primo è più diplomatico, il secondo più schietto. Alcuni dicono che il modo di Bruno è da vecchio ciclismo, io non credo. Ognuno ha la sua sensibilità ma personalmente se hai qualcosa da dirmi, voglio che tu lo faccia nel modo più diretto possibile. Senza troppi giri di parole. Dritto al punto». Sui Reverberi, Enrico è chiaro: «Bardiani è cresciuta, migliorata da quando io sono andato via. La Bardiani di adesso ha il livello di alcune World-Tour. I Reverberi mi hanno lasciato andare via e mi hanno lasciato tornare. Sono tanti anni che fanno questo lavoro, potrebbero anche stancarsi no? Può accadere a tutti. Invece con la loro parsimonia, vanno sempre avanti. E ogni anno qualcosa di buono lo fanno».

Al ciclismo Enrico Battaglin è arrivato quasi per caso. Praticava anche sci di fondo e gli piaceva, crede che le due discipline siano complementari. Ogni tanto si sofferma a guardare il Biathlon, in televisione. «Il punto è che con questi sport sei in mezzo alla natura, usi tutto il tuo corpo, lo conosci, ti conosci e in questo modo ti senti libero». Battaglin ha anche scelto il ciclismo, all’inizio come negli anni a venire. Dice che del ciclismo ha imparato ad accettare la distanza che, se all’inizio può essere avventura e scoperta, con gli anni, e con una famiglia al proprio fianco, può diventare faticosa da accettare. Poi riprende il filo del discorso e, lentamente, precisa: «La testa è fondamentale. Non devi tralasciare nulla, devi dare tutto ciò che hai ed anche di più. Non sono frasi fatte, lo capisci anno dopo anno. Così diventi consapevole e hai meno paure. Ti alleni meglio e sai esattamente cosa puoi fare. Arriva il giorno in cui puoi anche non gareggiare ma sei tranquillo, sai come hai lavorato e sai quanto puoi fare. Credo sia il momento migliore. Si cresce continuamente: bisogna saperlo per continuare a fare quello che si fa e per continuare a crederci».

Foto: Paolo Penni Martelli


Fem van Empel e la filosofia olandese

Un calcio al pallone non si rifiuta mai, figuriamoci in Olanda, terra dove il calcio assume da un secolo significati persino filosofici. È vero che, come afferma il giornalista inglese David Winner, si iniziò a scrivere di Totaalvoetbal nel 1974, ma le basi furono gettate diversi decenni prima grazie a Jack Reynolds, allenatore inglese che guidò l’Ajax, a fasi alterne, dal 1915 al 1947.
A lui pare si debba una certa impostazione del gioco palla a terra, una struttura di scuola calcio basata sull’insegnamento dello stesso metodo di allenamento e di gioco a ragazzi appartenenti proprio al settore giovanile dei lancieri. Non ultimo, a Jack Reynolds si attribuisce il celebre aforisma calcistico “l’attacco è la miglior difesa”.
Se poi il grande Ajax negli anni ’60 e ’70 perfezionò il metodo e lo strutturò in una vera e propria armonica filosofia di gioco, beh sappiamo tutti chi sono stati alcuni tra i grandi artefici: Rinus Michels e Ștefan Kovács, o come non citare poi Johan Cruijff. La loro idea è arrivata fino ai giorni nostri, fino a Pep Guardiola, il suo più importante (e vincente) rappresentante contemporaneo, catalano di nascita, ma olandese dal punto di vista della filosofia calcistica.

Tuttavia questa è una digressione, concetti semplificati allo stremo – d’altra parte si parla di ciclismo. Un volo pindarico per introdurre la veloce e recente ascesa di Fem van Empel, diciottenne di Sint-Michielsgestel, Brabante olandese, Brabante del Nord, che domenica scorsa ha conquistato il titolo iridato nella prova Under 23 femminile del ciclocross a Ostenda, in Belgio.

Fem van Empel inizia a muovere i primi passi – davvero in questo caso – proprio giocando a calcio, nonostante una famiglia che nel ciclismo si distingue non solo per passione, ma anche per lavoro. Suo zio Ad van Empel è un noto costruttore di bici – le Empella, mezzi sui quali negli anni sono stati vinti diversi titoli mondiali proprio nel ciclocross – ma a Fem, figlia della tradizione descritta sopra, inizialmente piaceva di più giocare a pallone – anche se siamo pronti a giurare che a lei della filosofia del calcio totale e della sua architettura, poteva interessare il giusto. Fino a 13 anni, Fem si misura con i ragazzi, poi, a causa della differenza fisica che si faceva via via più marcata, si adatta a giocare con le sue coetanee.

Leggiadra e talentuosa col pallone tra i piedi e come più tardi lo si scoprì vedendola in sella a una bici, van Empel sfruttava le sue qualità come ala destra del club di Neunen, squadra della piccola cittadina dove Vincent van Vogh visse una brevissima parte della sua breve vita e vi trovò ispirazione per dipingere una delle sue opere più conosciute: “De Aardappeleters”, “I mangiatori di patate”. Neunen, città dove è nato e vissuto anche Steven Kruijswijk.

Van Empel, però, a suo dire si divertiva molto più con le due ruote che col pallone. E difatti la scelta non tarda ad arrivare: a un certo punto doveva decidere se diventare calciatrice, da piccolina sognava di vestire la maglia del Bayern Monaco, oppure iniziare a praticare uno sport che vede l’Olanda come una delle nazionali sportive più forti e dominanti in assoluto. Dopo buoni risultati in mountain bike, nel 2019 si indirizza verso il ciclocross entrando a far parte di quel mondo che oggi vede gente come Alvarado, Betsema, Brand, Worst, Kastelijn, senza dimenticare l’eterna Vos o le altre rampanti emergenti come van Anrooij, Pieterse, van Alphen, Bakker, governare in modo assoluto. Aggiungendoci proprio il nome di van Empel farebbero undici, proprio come una squadra di calcio. Aggiungendoci, poi, quello che fa van der Poel, o il titolo conquistato sempre a Ostenda da Ronhaar davanti a Kamp – altri due olandesi – tra gli Under 23, e la tripletta tra le donne nella prova élite, fanno otto medaglie su dodici totali nel recente mondiale: se questo non è dominio totale figlio di una filosofia vincente, ditecelo voi cos’altro può essere.

Domenica scorsa, mentre tutti aspettavano il duello van Aert contro van der Poel, un dualismo che ha fatto parlare anche il Wall Street Journal e che è stato seguitissimo in televisione sia in Olanda – a dispetto di alcuni match di Eredivisie in contemporanea – che in Belgio, Fem van Empel era una delle favorite nelle gara delle Under 23, ma alla fine poteva essere un nome tra i tanti da pescare in mezzo al mazzo delle pretendenti in arancione. A un certo punto della gara cade con la faccia in mezzo alla sabbia. Si rialza e invece che difendersi, attacca, inizia a macinare, raggiunge e supera le avversarie sulla spiaggia prima di mantenere il distacco necessario a vincere, nel tratto in erba. Quando sta per tagliare il traguardo un sorriso appare finalmente sulla faccia tonda da adolescente, quasi incredula, così acerba da vedere persino spuntare ancora qualche brufolo.

«Il fatto principale» dicono di lei i suoi tecnici «è che avendo cominciato a correre da pochissimo, nessuno conosce i suoi limiti». Un altro nome da appuntarci non solo per il prossimo inverno di ciclocross, ma prima o poi anche su strada. In Olanda la filosofia recente più che al bel gioco sembra virare spedito verso il concetto di vittoria. Almeno sulle due ruote.

Foto: Dion Kerckhoffs/PN/BettiniPhoto©2021


Negli occhi di mio fratello: intervista ad Alessandro Donati

L’intervista con Alessandro Donati, direttore sportivo della Bardiani-Csf Faizanè, parte da una pausa. Alessandro guarda fuori dalla vetrata, abbassa un attimo lo sguardo e inizia a parlare: «Negli occhi di mio fratello vedevo tutto ciò che può dire il ciclismo».

Walter Donati è mancato a causa di una malattia nella tarda primavera del 1998, dopo aver visto vincere il suo idolo, Marco Pantani, al Giro d’Italia. Aveva solo otto anni. «Era un bambino ma lo vedevi che era fatto per il ciclismo. Era perfetto su quella bici, esile, corporatura ideale. Quando si alzava sui pedali assomigliava a quel pirata che tanto amava. Sarebbe diventato un ciclista e avrebbe vinto molto, ne sono convinto. Io avevo cinque anni in più di lui ma, quando pedalavamo assieme, mi massacrava».

Alessandro e Walter sono cresciuti nel piazzale davanti al bar della vecchia stazione di Pescara. Quel bar era gestito da papà: «A noi bastava poco: quattro pietre su un marciapiede e avevamo una porta per la nostra partita di calcio. Quando non era il calcio, era il ciclismo, il nuoto, la pallavolo, il basket. Io sono cresciuto in strada come tanti ragazzi della mia età e lì ho imparato a voler bene allo sport. Non pensavo che sarei diventato un ciclista professionista, pensavo a divertirmi, facevo tutto con una leggerezza assurda. Mi faceva bene».

Alessandro si diverte, esce con gli amici, va a ballare la sera. Alcune volte anche di nascosto dai genitori, scappando da una finestra sul retro della casa. Quando manca Walter, si rompe tutto.
«Dovevo diventare ciclista e fare quello che non aveva potuto fare lui. Non sono stato un vincente ma sono stato corridore e ho sempre amato il mio lavoro. Di più. L’ho amato ancora maggiormente conoscendolo».

Alessandro Donati alle prese con i suoi ragazzi durante il ritiro della Bardiani a Benidorm. Foto: Paolo Penni Martelli

Il papà di Alessandro è stato professionista, suo nonno ha gestito una squadra da cui sono usciti diversi professionisti abruzzesi. Lui è stato deluso dall’ambiente del ciclismo ma non lo ha mai abbandonato. «Nel 2013 ho fatto una scelta sbagliata. Sono rimasto senza lavoro e non potevo permettermi di attendere altre proposte. Mia moglie aspettava nostra figlia ed avevamo da poco investito tutti i nostri risparmi per la casa. Ho dovuto cercarmi un lavoro».

Alessandro trova un impiego in una ditta di arrosticini, prodotto tipico abruzzese. Il proprietario è appassionato di ciclismo e investe in quello amatoriale. Dapprima Alessandro partecipa a qualche gara con lui, poi gli parla e si racconta. L’ambiente lo conosce bene, i fondi ci sono e i due investono in una squadra. Si tratta del ritorno, in ammiraglia questa volta: «Io sono cresciuto col ciclismo, ho imparato quasi di più dal ciclismo che dalla scuola. L’uomo che sono è maturato qui. Un uomo tranquillo, pacato ma determinato. Poche parole e pedalare. Il nostro è un lavoro duro. Un lavoro precario, direi. Passiamo circa centocinquanta giorni fuori casa, è vero. Ma ne passiamo altri duecento a casa. Siamo dei privilegiati e dobbiamo ricordarcelo quando andiamo al lavoro».

A casa ad aspettarlo ci sono due bambine, di nove e tre anni: «Per loro vinco sempre. Mi chiamano e chiedono: Papà hai vinto? No? Fa niente, per noi hai vinto lo stesso. Sai perché? Perché a loro, alla fine, della vittoria non interessa nulla. La più grande corre, io la accompagno alle gare e faccio semplicemente il papà, lei del ciclismo ama le cose più genuine».

In fondo Donati era già direttore sportivo in corsa, lo sa bene Stefano Garzelli per cui Alessandro è come un fratello. «Lui si fidava ciecamente di me. Io sapevo dove dovevo portarlo e lavoravo per quello. Il modo dovevo sceglierlo io, carta bianca. Ma Stefano doveva arrivare nel migliore dei modi al punto designato. In corsa non c’è molto spazio per parlare di famiglia o di casa. Quando abbiamo smesso ci siamo raccontati tutto. Ci vogliamo un gran bene». Donati scherza. «Ma sai che io organizzavo le vacanze per tutta la squadra? Sceglievo i voli con le coincidenze migliori, quelli più economici e li portavo in giro per il mondo». In un certo senso è rimasto un qualcosa di quel ragazzino che scappava dalla finestra per andare a ballare.

«Quando correvo pensavo sarebbe stato meglio fare il direttore sportivo. Ora, quando vedo i ragazzi, mi dico che mi piacerebbe tornare con loro in gruppo. Credo che fino a quando non si smette non ci si renda conto del privilegio che si ha. Fuori da qui c’è tutta una vita che molti di questi ragazzi non conoscono, ma è normale. Succede a tutti».

Da quando è salito in ammiraglia Alessandro ha dovuto fare i conti con questo e con molto altro. «Io devo decidere, il direttore ha questa responsabilità. Devo dare indicazioni sul lavoro di altri. Talvolta ho timori anche io, ho dubbi, magari sono nervoso o non sto bene. Ma questo non deve filtrare. Chi dirige deve sapere mantenere l’ambiente sereno. Questo però non significa abdicare alla decisione. Io preferisco sbagliare ma devo assumermi ogni responsabilità. I ragazzi sono tutti diversi, anche psicologicamente. Può capitare di sbagliare approccio. Spiace e si modificherà ma se non decidessi sarebbe ancora più grave. Non farei il mio lavoro».

La riflessione porta Donati al ciclismo di oggi e l’analisi è decisa. «Tutti vogliono vincere, nel professionismo come nelle categorie giovanili. Bisogna capire, però, che si fanno errori colossali se non si ha chiara la situazione. Da giovani noi dobbiamo crescere dei ragazzi non dei campioni. Altrimenti li roviniamo. Di campioni ce ne sono pochi, di uomini tanti. La vita del ciclista oggi è molto esasperata. A breve non ci saranno più carriere di quindici anni, solo di sette, otto anni. Credo manchi quella spensieratezza del gioco in strada, con quattro pietre e tanta fantasia. Credo che, almeno fra i più giovani, dovrebbe tornare questa leggerezza».

Foto: Paolo Penni Martelli


Il tempo non torna più: intervista a Filippo Fiorelli

«Non mi ha mai detto bravo. Se arrivavo in volata e vincevo mi diceva che avrei potuto partire prima, se partivo troppo presto mi spiegava che sarebbe stato meglio aspettare la volata. Non lo faceva per cattiveria, lo faceva per insegnarmi a non sedermi mai, a fare la vita del corridore. Mi diceva sempre: “Se vai in gara, devi correre. Altrimenti ti alleni e basta. Non si va in corsa per giocare”. Tutti i miei errori li ho capiti grazie a lui». Filippo Fiorelli parla così di Marcello Massini, il suo preparatore, lo definisce «un tipo strano ma in senso buono, uno di quelli che devi conoscere per capire».

Dopo le prime vittorie in Beltrami, Fracor e la convocazione in nazionale, è stato proprio l’incontro con Massini nel 2017, un anno difficile dopo la mononucleosi, a far scattare qualcosa in questo ragazzo di Palermo dai capelli rossi e dalle tante lentiggini. «Ha visto in me qualcosa che nessuno aveva mai visto e me lo ha tirato fuori. Lui e Paolo Alberati sono stati i miei appoggi: tanta sincerità e poche illusioni».

Il papà di Filippo era un amatore nel settore mountain bike e avrebbe voluto vedere suo figlio correre da subito in bici anche lontano dalla Sicilia. «Mia mamma era abbastanza preoccupata: sarei dovuto andare lontano da casa e avrei dovuto lasciare gli studi. Purtroppo in quei giorni papà ebbe un grave incidente ed io alla bicicletta non pensai più per diverso tempo». Sotto casa, però, ci sono dei locali di proprietà dei nonni e un anno il nonno affitta il negozio a un venditore di biciclette; lì accade qualcosa, lì la bicicletta torna nella vita di Filippo.

Questa volta è qualcosa di più serio, qualcosa che impone una decisione. Filippo decide di partire per andare in Toscana, c’è una squadra ad aspettarlo. «Ho passato una settimana a non dormire per l’entusiasmo prima della partenza. Sono partito con un amico: in treno abbiamo parlato tutto il tempo. Ci chiedevamo che vita ci aspettasse, è normale no? Ti chiedi sempre cosa ti aspetti. Le difficoltà le capisci dopo, quando sei solo e devi crescere prima, devi diventare grande più in fretta. All’inizio ero abbastanza scosso da questo tipo di vita ma la accettavo in quanto tale. Mi dicevo che se per fare il dilettante era necessaria, non potevo fare altro».

Filippo Fiorelli è un tutt’uno con la sua terra. «Non si parla solo di famiglia o parenti. Quando mi allontano, della Sicilia mi manca qualcosa che non si può nemmeno raccontare. Mi manca l’aria, mi mancano le sue strade, le sue estati e il gelato sul muretto con gli amici. Fatico a immaginarmi lontano dalla mia terra». Due settimane fa, Fiorelli era a Palermo con Giovanni Visconti. «Per noi è un esempio, un modello. Per molti ragazzini è la ragione stessa per cui iniziano a correre, perché vogliono essere come Giovanni. Ricordo benissimo cosa ho pensato la prima volta che l’ho incontrato in nazionale. Qualcosa che riprovo ogni volta che penso ora che siamo compagni di squadra».

Visconti racconta di parlare poco il dialetto siciliano ma quando è con Fiorelli, sì. «Dice che gli tiro fuori un lato caratteriale che manco lui sa di avere». Così giù a ridere e scherzare, la mattina a colazione o su un divanetto, la sera prima di tornare in camera.
L’altro giorno Fiorelli lo diceva ai suoi compagni: «Dai, sono stato anche fortunato». La fortuna di cui parla Filippo è quella che insieme alla determinazione lo ha portato a diventare ciclista, pur iniziando a pedalare tardi. Determinazione, perché a Fiorelli non piace proprio lamentarsi. «Quando sei in mezzo ad un problema, qualunque problema, devi cercare una soluzione. Non lo risolvi piangendoti addosso e tanto meno lamentandoti con te stesso o con gli altri». Poi una riflessione. «Quando inizi a pedalare seriamente a diciannove anni, non è come quando lo fai dai dodici anni o anche prima. Non è facile arrivare al professionismo. Però non mi pento di nulla. Sono felice delle scelte che ho fatto e credo anche siano state le scelte giuste».

Già perché Fiorelli del tempo ha capito la cosa più importante. «Diciotto anni li hai solo quando sei realmente diciottenne, non prima e non dopo. Non puoi riaverli a sessant’anni. Per cui è giusto che vivi in pieno i tuoi anni e fai tutto ciò che puoi fare. A costo di provare e sbagliare. Certe cose devi viverle perché, si sa, il tempo non torna più».

Foto: Paolo Penni Martelli


Di lezioni e umiltà: intervista a Giovanni Visconti

 

Era il 2007 e Giovanni Visconti era a Stoccarda con la nazionale italiana di Franco Ballerini. In quel gruppo, che pochi giorni dopo avrebbe vinto il Mondiale, Giovanni era riserva assieme a Vincenzo Nibali. Ad un certo punto Danilo Di Luca lascia il ritiro. Nella testa del siciliano scatta qualcosa: «Volevo correre ed in quel momento ero veramente convinto che il “Ballero” mi avrebbe chiesto di entrare in squadra». Franco Ballerini la pensa diversamente e quella sera telefonò a Matteo Tosatto. Il “Toso” sta guidando verso l’Oktoberfest ma al richiamo della Nazionale non può che rispondere presente. Visconti e Nibali non se l’aspettano. «Sono abbastanza permaloso, “musone” direi. Negli anni ho migliorato questo aspetto ma questo continuo rimuginare mi ha molto condizionato durante la mia carriera. Quella sera ho reagito male ed il giorno dopo, in allenamento, non andavo proprio. Stavo in fondo al gruppetto dei miei compagni, con la testa bassa. Come un cane bastonato. Non parlavo più con nessuno, non salutavo nemmeno Franco. Pensa che io e Franco eravamo come fratelli: da bambino, a casa sua, mi aveva regalato il casco e gli occhiali della Roubaix. Quello, però, per me era un affronto. Non riuscivo a digerirlo».

Franco Ballerini si accorge di questo stato d’animo di Giovanni e gli si affianca in allenamento. «Visco, stai rompendo. Ora basta. Levati sto muso e vai davanti a menare. Vuoi la verità? Se non avesse corso Tosatto, avrei fatto correre Nibali. Quindi evita queste scene». La lezione è pesante, Giovanni Visconti racconta di avere i brividi ancora adesso a pensarci, ma allo stesso tempo in quel giorno c’è un bagaglio da custodire. «L’umiltà. Le batoste servono per questo, ti fanno tornare con i piedi per terra. Quando sei giovane devi dimostrare e devi farlo con umiltà. Il tuo tempo arriverà. Prima però c’è bisogno di pazienza e voglia di imparare: la fame di apprendere. Ho vissuto tre generazioni del ciclismo e quando vedevo correre Boonen, quando gli correvo accanto, ero felice per il solo fatto di essere al suo fianco».

Ora, forse, il ciclismo, corrisponde un poco meno a Visconti sebbene Visconti corrisponda perfettamente al ciclismo. Sono cambiate tante cose, forse troppe. «Qui, in Bardiani, non manca nulla e non è assolutamente scontato. Scherzando dico sempre che il primo che si lamenta prende due schiaffi. Voglio essere sincero: sento di poter ancora far bene, sento di poter ancora vincere. Non sarei qui altrimenti. L’altra missione è quella di stare accanto ai giovani, di aiutarli. Ci sono tanti giovani molto promettenti in Bardiani. Credo che la mia esperienza potrà aiutarli. Certo, dovranno ascoltarmi e con i giovani di oggi non è sempre facile».

L’analisi va in profondità e Visconti tocca due punti importanti: la mentalità dei giovani e quella del mondo che li circonda. «Non è solo colpa loro, ci mancherebbe. Secondo me negli ultimi anni sono saltati alcuni passaggi. Tanti ragazzi quando arrivano al professionismo si sentono già ciclisti navigati. Credono di non avere nulla da imparare, non ti ascoltano. Sanno che io metto a disposizione tutto quello che so, l’esperienza serve a questo, altrimenti sarebbe inutile. Però devono avere la curiosità di venirmelo a chiedere e l’umiltà per provare ad ascoltare. In parte sono io a dovermi adattare a certe cose che sono cambiate nel tempo, in parte loro a dover capire che il ciclismo non è tutto qui. C’è una storia del ciclismo, c’è un passato. Perché non vogliamo riconoscerlo?». La storia di cui parla Giovanni è una storia radicata nella pelle, una storia di vento, decisioni ed anche errori. Una storia di sensazioni. «Il tuo corpo comunica. Ci sarà un motivo per cui ti senti stanco piuttosto che carico. Non dico di ascoltare solo le sensazioni, bandendo la tecnologia. Dico di abbinare le due cose. Se un giorno non stai bene, è meglio che non ti alleni. Che fai qualche chilometro in meno, altrimenti è controproducente. Non muore nessuno, non cambia nulla. Sai cosa accade in realtà?».

Il nostro sguardo incrocia quello di Giovanni e lui ricomincia a parlare. «I ragazzi hanno paura di non seguire alla lettera ogni minimo consiglio dei preparatori. Devono avere tutto scritto, in ogni dettaglio. Non è più ciclismo questo, sono telecomandati. Io lo dico sempre: “Ma il preparatore vi restituisce i soldi se non raggiungete i risultati che volete?”. Discorso analogo vale per i procuratori. Siamo noi a pagarli e loro sono “al nostro servizio”. Possono indicarci una via, ma quello che è meglio per il nostro fisico dobbiamo iniziare a saperlo noi. Un domani vorrei fare il preparatore per provare a cambiare questa realtà. Sia chiaro, non tutti i preparatori ragionano così ma alcuni sì. E i ragazzi di conseguenza hanno timore a fare un giro più tranquillo e a fermarsi a prendere un cappuccino prima di tornare a casa. Se saltano un passaggio sulla tabella, vanno in panico. I ritiri dovrebbero servire anche per fare bagarre, per fare gruppo, per stare con i compagni. Alcuni preparatori assegnano il loro lavoro da fare durante i ritiri. Non esiste. Sai cosa è accaduto? Nel ciclismo, con il World Tour che era un bene all’inizio, ora forse meno, è arrivata tanta gente che lavora esclusivamente per lo stipendio. Senza passione».

Giovanni Visconti in azione durante il ritiro con la sua squadra a Benidorm (Foto: Paolo Penni Martelli)

Senza peli sulla lingua, argomento dopo argomento. Giovanni Visconti lo dice chiaramente: «Io sono fatto così. Magari risulto antipatico, ma mi sento libero. Forse alcuni preferiscono i mezzi discorsi. Io credo che la chiarezza sia un valore». Certi discorsi non sono casuali, provengono da ciò che hai dentro, dalle difficoltà che hai vissuto, dai mostri che hai vissuto.

Marco Pastonesi, quando Giovanni Visconti vinse sul Galibier al Giro d’Italia 2013, scrisse che Giovanni aveva vinto sul mostro perché il mostro lo aveva dentro. Ora Giovanni può parlare di quel mostro. «Ho sofferto di attacchi di panico. Un’esperienza bruttissima da cui non riuscivo a liberarmi. Era quello il mostro che avevo dentro. L’anno prima mi ritirai ed in ambulanza mi dovettero tenere l’ossigeno perché non riuscivo più a respirare. Anche nel giorno in cui ho vinto ho avuto un attacco di panico. Quando il tuo malessere viene da qualcosa di mentale, di psicologico è tutto più complesso. Fai fatica anche a spiegarlo e in pochi lo capiscono. Però, vedi come funziona la testa? Dopo quella vittoria mi sono sbloccato. Due giorni dopo sono tornato a vincere a Vicenza, forse la vittoria più bella di tutta la carriera. Non sai quanti affrontano periodi simili. Quando ci sei dentro è bruttissimo».

Sono quegli stessi mostri a restituirti empatia, capacità di comprensione e di unione. A Giovanni Visconti è da tutti riconosciuta la capacità di fare gruppo e quella capacità è annodata a doppio filo con queste vicende. «Ti rendi conto di tante cose. Del rispetto dovuto ai collaboratori, allo staff, di quanto ogni piccolo gesto li renda orgogliosi, cementi il rapporto e permetta a tutti di stare meglio. Basta un semplice grazie per ciò che fanno per noi. Basta un vassoio con quattro pasticcini ed un caffè. Certe volte una birra ad un meccanico mentre sistema le biciclette. La differenza passa per questi gesti».

Qui si entra in un altro campo e Giovanni Visconti è deciso. «Ad alcuni campioni manca la riconoscenza. C’è troppo egoismo in certe situazioni. Tu come campione hai gloria, soldi, fama. Agli altri cosa resta? Se tu arrivi dove arrivi è anche merito della squadra. Nella vita, prima che nel ciclismo, bisogna riconoscere chi ci aiuta e ringraziarlo. A me forse sono mancate altre cose ma le squadre le ho sempre unite. Forse per le mie origini. Io vengo dal basso, in tutti i sensi. Dalla Sicilia, da Palermo. I viaggi nascosto in macchina li ho fatti davvero, ho conosciuto il nulla e ci ho combattuto per provare ad essere quello che vedi oggi».

Giovanni Visconti in carriera ha vinto tre volte il campionato italiano (Foto: Paolo Penni Martelli)

Cos’è Palermo per Giovanni Visconti in un pomeriggio di gennaio a Benidorm? «Sono io, è tutto quello che vedi in me. Nel mio modo di parlare, di fare. C’è sempre quella fame che mi monta dentro, quel desiderio di andare a lottare per prendermi qualcosa che ancora non mi sono preso. Questa cosa la conosci se cresci a Palermo, se provi ad emergere da Palermo. Per me Palermo è luogo di allenamento, di sacrifici, di rinunce. Per me Palermo è salita, è quella pasta che mi portavo a scuola, quella che mangiavo a ricreazione mentre i miei compagni uscivano a mangiare le pizzette. Lo facevo per uscire in bicicletta prima che facesse buio. Non conosco nient’altro di Palermo. Oggi per me la casa è in Toscana. Quando vado in Sicilia, dopo due, tre settimane, sento desiderio di tornare a casa. La Sicilia è stupenda, meriterebbe molto di più. Dalla Sicilia viene tutta la forza che ho avuto per costruirmi quello che mi sono costruito. La mia casa in Toscana ha fondamenta in Sicilia. Io sono un siculo-toscano. Palermo è stato il mio sacrificio».

Casa vuol dire famiglia e famiglia per Giovanni Visconti vuol dire figli. Quando pensa a casa, pensa a suo figlio. «Forse perché mi vedeva correre, da piccolo, ha iniziato a praticare ciclismo. Vedevo che non gli piaceva e quando ha smesso, ti dico la verità, sono stato contento. Quando ci sentiamo al telefono parliamo poco di ciclismo, parliamo di altro. Credo che lui vorrebbe smettessi. Ma è anche giusto, ha undici anni e desidera avere il papà vicino. Non me lo ha mai chiesto e credo non me lo chiederà mai ma non smetterei nemmeno se me lo chiedesse. Non per un capriccio. Non smetterei per il suo bene, per il suo futuro. La mia è stata una carriera da onesto lavoratore ma non ho avuto guadagni che mi consentano di mantenermi senza lavorare. Io continuerò fino a quando sarò in grado di fare bene, fino a quando mi sentirò bene».

Ancora Giovanni Visconti in azione insieme ai suoi giovani compagni di squadra (Foto: Paolo Penni Martelli)

Qui il discorso ritorna su una vena più intima e Visconti racconta delle sue chiacchierate col figlio. «Cerco di educarlo al valore del denaro. Gli dico sempre che per guadagnare si fa fatica, tanta, e molte persone lavorano tutto il giorno per guadagnare ben poco. Qualche anno fa, quando tutti si trasferivano a Montecarlo, sono andato lì con moglie e figli a fare un giro anche io. Come sono arrivato e ho visto la situazione in cui avrei dovuto vivere ho guardato mia moglie e le ho detto: “Via, andiamo subito via da qui”. Avrei dovuto vivere in un appartamento di cinquanta metri quadri, pagando fior di affitto, in mezzo alla finzione più totale. Non fa per me. Ho fatto i bagagli e me ne sono tornato a casa».

Fuori ormai è buio pesto, nonostante siano appena le otto. Giovanni Visconti sorride, sistema la felpa e riprende a parlare. «Ho trentotto anni e sono ancora qui. Sto facendo ancora il lavoro che ho scelto da ragazzino e lo sto facendo mettendoci tutto quello che ho. Ho fatto una vita sana, integra, consapevole. Le persone mi dicono che sembro più giovane, che in corsa sembro ancora un ragazzino e questo mi riempie di orgoglio. Certo, sono stato deluso. Ognuno di noi si fa male con la vita. Capita a tutti. Anche da questo versante, però, posso dirmi fortunato. Non erano delusioni troppo forti, troppo importanti, troppo pesanti. Visco è in sella, è questo che conta».
Foto: Paolo Penni Martelli