In fuga per nonno: intervista a Filippo Zana

Probabilmente Filippo Zana in quei giorni avrà chiamato più volte a casa. Chiamava e chiedeva: «Come sta nonno?». Succede quando qualcuno a casa sta male, tu sei lontano e non puoi vederlo. Non puoi sapere nulla, devi sperare che ti dicano la verità, che non ti mentano per «paura di farti star male» o «di farti preoccupare». A Filippo quella verità la dicono e Zana vuole tornare a casa. Allora dall’altra parte della cornetta aggiungono qualcosa: «Nonno vuole che resti lì».

Filippo Zana resta in corsa anche quando le parole sono macigni, anche quando gli dicono che nonno non c’è più. Per ricordarlo deve fare qualcosa, così alla partenza della sesta tappa parte. No, non per tornare a casa, per andare in fuga. «Se sono diventato un ciclista lo devo a mio nonno come lo devo ai miei genitori. Da piccoli abbiamo tantissimi sogni ma non possiamo portarli tutti sulle nostre spalle, così i grandi ci aiutano. Mio nonno è sempre stato il mio più grande tifoso. Lui seguiva il ciclismo e si illuminava alla sola idea che io potessi correre in bicicletta». Così Filippo Zana arriva al traguardo della tappa e scoppia a piangere; la fuga è stata ripresa ma oggi non importa, lì dentro c’era tutto ciò che quel giorno lui avrebbe voluto dire a nonno a parole. C’è riconoscenza nelle parole di questo ragazzo nativo di Thiene, agli albori della primavera del 1999: «Senza tutti i sacrifici dei miei genitori non sarei qui. se io sono quello che sono lo devo a loro. Pedalo da quando avevo sei anni, quanto mi hanno aiutato in tutto questo periodo?».

Filippo Zana ha iniziato a pedalare quasi per caso e per una volta non c’entrano le coincidenze familiari: a casa sono tutti appassionati di calcio, lui si definisce “una pecora nera” da questo punto di vista. «I miei genitori avevano un ristorante ed io giravo in bicicletta in quel cortile. Probabilmente quei metri li conoscevo a memoria. Li ripercorrevo continuamente e non mi stancavo mai. Un signore, vedendomi così tenace, così insistente su quei pedali, mi ha chiesto perché non provassi a iscrivermi alla squadra cittadina. Così è iniziato tutto». L’idolo di Zana è Marco Pantani, per ragioni anagrafiche non lo ha praticamente mai visto correre ma, negli anni ha recuperato molti suoi filmati perché aveva voglia di “conoscere” il Pirata. Quando gli chiediamo quale sia la cosa più importante che gli ha dato il ciclismo, Filippo risponde senza esitazioni: «Penso che mi abbia tolto molto. Correre in bicicletta vuol dire fare sacrifici, tanti sacrifici. Significa rinunciare a tante cose che magari vorresti. Attenzione, però, voglio essere sincero. Il ciclismo mi ha tolto tanto ma, come tutte le cose che vuoi, se prosegui senza arrenderti, ti restituisce tutto quello che si è preso. Sono felice di ogni sacrificio. Ogni sacrificio che faccio, lo faccio per la mia passione. anzi, per il mio lavoro».

E sorride, come a dire: “Ci sono riuscito. Sono un ciclista”. Quel crederci senza volerci credere, tipico di quando si è molto giovani o solo molto innocenti. L’innocenza bella, quella di chi non è ancora stato deluso o di chi sa come reagire alle delusioni. Forse nel caso di Zana si tratta della seconda opzione.

«Sono tre i punti fondamentali della mia carriera fino ad ora: le sconfitte, per un niente, al mondiale e all’europeo da junior e poi la vittoria a Capodarco. Lì è scattato qualcosa». Se pensa alla pianura, Filippo pensa al momento in cui recupera, in cui si lascia andare. Subito dopo alla sua mente affiora la noia. «La pianura sarà bella ma a lungo andare diventa noiosa. In salita fai più fatica ma c’è un’altra soddisfazione. Della discesa, invece, credo si abbia un’idea sbagliata: le problematiche non finiscono in vetta ai passi alpini. La discesa è un esercizio molto particolare, serve attenzione estrema e anche un poco di pazzia. Un minimo spericolati bisogna esserlo, altrimenti non vai. A me piacciono le tappe mosse, movimentate. Detesto il vento, quello sì. Che tormento quando soffia sulla strada. credo sia molto difficilmente immaginabile la fatica di quando corri controvento».

Quando si avvicina a Enrico Battaglin e Giovanni Visconti, Zana ha un poco di timore reverenziale ma anche tanta voglia di imparare. «Succede sempre quando sei accanto a qualcuno che ha più esperienza di te. Da chi vince puoi imparare a vincere ed io vorrei tanto vincere una tappa al Giro d’Italia. Quando si è giovani bisogna prestare attenzione a tutti, così si diventa grandi».

La passione di Filippo Zana per il ciclismo è tale che lui stesso ammette che, sin da ragazzo, non aveva un vero e proprio piano b. «Sono cresciuto sulla sella, non potevo immaginarmi altro di così bello. Nel tempo ti affezioni a tanti piccoli dettagli, tanti particolari. Io, per esempio, ricorderò sempre la prima vestizione della Bardiani. Quando prendi in mano la casacca e sai che sarà la tua. Mi spiego?».

Quella di Zana è una domanda ma anche una risposta. Come quando ci dice: «In inverno devo pur fare qualcosa, no? Mai fermarsi. Così vado a far legna nei boschi o cavalco. A casa, oltre ai cani, ho un cavallo e mi piace molto stare in mezzo alla natura con lui. Sarà per questo che ho studiato agraria. Sarà per questo che ho scelto il ciclismo».

Ad ogni parola un senso ed un peso. In bicicletta ci sono molte regole, nella quotidianità di Zana una vale più di tutte le altre: «Non sono un ragazzo che parla molto. Piuttosto mi piace ascoltare. se c’è da ridere e scherzare non mi faccio problemi, sia chiaro. Però non mi dispiace nemmeno stare da solo. La solitudine non mi spaventa. Soprattutto non mi piace parlare delle cose che non so, quando non so qualcosa mi metto tranquillo e ascolto. Credo sia l’unico modo per capire e conoscere. Sbaglio?».

Foto: Paolo Penni Martelli


Daniel Martin ha scelto la leggerezza

Daniel Martin lo dice chiaro e tondo: «In fondo, è solo una corsa di biciclette». Che non vuol dire sminuire un lavoro, che è poi il suo lavoro, ma significa semplicemente portarlo alla dimensione che realmente occupa nella sua vita, per scelta consapevole e, grazie a questo ridimensionamento, forse, dargli ancora di più. Non tanto a livello quantitativo, quanto a livello qualitativo perché ciò che si mette in quel lavoro, a quel punto e solo a quel punto, è sgombro da inutili timori e da futili pretese, è più leggero e più leggeri si pedala meglio. «In certe occasioni resto davvero senza parole: per esempio, quando c’è una fuga in corso e tutti in gruppo si muovono. Per riprendere la fuga? No, neanche per sogno. Per difendere un piazzamento. Stiamo correndo in bicicletta, cosa abbiamo da perdere? Proviamo a vincerle queste gare invece di accontentarci di non perderle troppo vistosamente».

In fondo, Daniel Martin è ”umano, troppo umano”, come avrebbe detto Friedrich Nietzsche, e già questo potrebbe non essere scontato tra le varie circostanze di vita che, piano piano, risucchiano quell’umanità. Ancor meno scontata è la forza che Daniel Martin profonde per difendere quel suo istinto di umanità, per aggrapparvisi come ad un ramo affacciato su un precipizio. Tante piccole scelte, tutte importanti in questo senso. Scelte che hanno a che fare, in primis, con le distanze, impossibili da misurare o da contare per un ciclista. Ma, se è vero, che alcune distanze sono imposte dal lavoro, è altrettanto vero che, per altre, si può scegliere. Un esempio calzante sono i ritiri: se può restare a casa ad allenarsi Daniel Martin è più sereno, il tempo con la compagna e le due figlie, gemelle, lo fa stare bene. Allora si chiede: perché rinunciarci?

Martin non trova un perché che abbia davvero un senso e a quel tempo non intende rinunciare. Come non ha voluto rinunciare a vedere nascere le due gemelline, nonostante fosse in corsa, alla Vuelta. Avrà pensato: «Ma scherziamo? Quante volte potrà mai ripetersi questo momento nella vita di un uomo? Al diavolo la corsa. Torno a casa». Un aereo e via. Non c’è niente da fare, Daniel Martin è così. Si potrebbe ricercare il seme di questa essenza nei primi anni di vita, in quella bicicletta regalata a Natale e rinchiusa in uno sgabuzzino solo qualche giorno dopo, nonostante in famiglia il ciclismo fosse cosa importante: Neil Martin, suo papà, è un ex professionista ma c’è di più. E non poco di più, perché lo zio di Daniel Martin è Stephen Roche vincitore del Giro d’Italia, del Tour de France e del Campionato Mondiale su strada nel 1987. Può voler dire tanto ma può anche non significare nulla: molte volte è proprio quello che respiri in famiglia che vuoi fuggire. Non la sostanza, magari, ma il modo di approcciarsi a quella scelta di vita. Forse Daniel, vedendo gli allenamenti dello zio, dapprima ha pensato che quella scelta non faceva per lui, poi si è ricreduto e ha capito che non era la scelta il problema ma il modo di affrontarla. Forse a lui di essere un altro Stephen Roche non interessava neppure. O magari, più semplicemente e senza troppi ragionamenti, Daniel Martin è sempre stato così e nel ciclismo non ha portato altro se non il suo modo di vedere il mondo. Lo dicevamo prima, la leggerezza salva. Da cosa? Ad esempio dal doping.

Già, perché poi, si dica quel che si vuole, molte volte l’atleta che fa uso di doping, pratica scorretta e da condannare senza se e senza ma, ci mancherebbe, non è il mostro ritratto dai giornali e sbattuto in prima pagina, giusto per qualche copia venduta in più, soprattutto se il nome è importante e fa più gola ai lettori. Certe volte chi casca nel gorgo del doping è qualcuno di troppo fragile per resistere alle pressioni o alla paura del fallimento. Qualcuno troppo fragile per «stare bene lo stesso». Daniel Martin ha le idee chiare: «Non ho problemi a parlare di certe sostanze e ho ancora meno problemi a dire con chiarezza che non le assumerò mai. Per un motivo molto semplice: non ho bisogno di vincere per stare bene, io sto comunque bene». Parla di se stesso e dei colleghi e sgombra il campo da dubbi e polemiche: «Se pensi che il tuo avversario non sia onesto, è inutile che corri. Non è un ragionamento da fare».

Martin, nato a Birmingham il 20 agosto del 1986, corre a trentaquattro anni come correva per gioco da ragazzino. Se il ciclismo diventasse qualcosa di diverso da quello che per lui è, non gli piacerebbe più e lo manderebbe a quel paese senza troppi scrupoli, come quella volta in Spagna. Questo lo rende più vero, come tutto quello che piace a lui e come tutte le sue scelte che possono chiamarsi così proprio perché prese a briglie sciolte, ascoltando una coscienza ancestrale. Questo significa trovare molto e perdere altrettanto. Significa vincere un Giro di Lombardia, una Liegi Bastogne Liegi, due tappe alla Vuelta a Espana e due tappe al Tour de France. Ma vuol dire anche franare a terra e vedersi sfuggire ciò che con la pura razionalità, forse, avresti da tempo nel tuo palmares. Sarebbe bastato fare diversamente. Fare diversamente, però, avrebbe anche voluto dire avere qualche fardello in più da portare sulle spalle e qualche sacrificio a cui rispondere sì meno volentieri. Perché solo ciò che afferri con leggerezza può essere pesante e non pesare. Spesso non è il peso dell’oggetto ma il tuo mentre lo sollevi, a essere un problema. Per questo la leggerezza, al modo di chi «plana sulle cose e non ha macigni sul cuore», di Daniel Martin è la sua più grande bellezza.

Foto: Claudio Bergamaschi


Felice come Michael Matthews

Bling è Michael Matthews. Ma non è possibile spiegare pienamente cosa significa Bling, e di conseguenza raccontare Michael Matthews, senza andare con la mente ad una circostanza abbastanza frequente. Spesso è ciò che non ti aspetti a traghettarti in quella che poi sarà la tua dimensione. Nella vita questa è esperienza comune, lo si scopre ben presto. La scoperta, però, non finisce qui. Succede infatti che, proprio quando ti imbatti in quello che non ti aspettavi e percepisci che, in fondo, tu appartieni da sempre a questo qualcosa, ti volti indietro e, con un pizzico di lungimiranza o se volete di interpretazione, capisci che molte delle cose, che per il buon senso comune o per la logica della società in cui vivi sono da rimediare o da aggiustare, sono le uniche ad averti portato lì, dove sei felice. Bastava incanalarle, bastava indirizzarle. Michael Matthews lo ha dichiarato più volte: «Sono felice, davvero. Per questo sorrido sempre. La mia ricetta consiste nel godermi la vita. A più non posso». Tutto facile, no? No, per niente, perché per essere felici serve capire, senza comprensione non può esserci felicità. Senza comprensione può esserci solo inconsapevolezza. Ci si può sentire leggeri nella felicità, come nell’inconsapevolezza, ma non si tratta dello stesso sentimento.

«A Canberra, da ragazzino, ero considerato un “diverso”. Il mio soprannome viene da lì, Bling significa sgargiante, vistoso, appariscente». Si sa, i ragazzi, soprattutto nel periodo dell’adolescenza subiscono una forte spinta verso l’omologazione, necessaria per sentirsi parte di un gruppo o per conformarsi ad un modello. Si tratta di un modo come un altro per crescere sentendosi sicuri. Alcuni ragazzi condividono realmente l’approccio della maggior parte dei loro coetanei, altri no, ma si adeguano per non rimanere esclusi. La variante è rappresentata da coloro che non hanno alcuna paura di restare esclusi, anzi, non si riconoscono in alcuni aspetti della società in cui vivono e agiscono di conseguenza, per reale disapprovazione o per un istinto di protesta verso il sistema, più che mai sviluppato a quell’età: Matthews è stato uno di questi. «Un esempio? Tutti frequentavano scuole private, io frequentavo una scuola pubblica. Ma anche per l’atteggiamento o il modo di vestire non somigliavo agli altri ragazzi». Bling è un ribelle, frequenta quelle che si potrebbero definire cattive compagnie, finché un giorno la sua insegnante legge in aula un appello su un giornale: «Se nelle vostre classi sono presenti ragazzi di particolare talento in qualche disciplina sportiva, vi segnaliamo questo programma nazionale». Matthews è uno di quei ragazzi con uno spiccato talento, proprio lui che da bambino praticava motocross e che in città girava sempre in bmx.

Bling inizia così a correre, non senza qualche difficoltà. Si dice che all’inizio non avesse rivelato a nessuno dei suoi amici questa sua nuova passione. Probabilmente temeva il giudizio, la disapprovazione da parte della sua compagnia di amici un po’ ribelli. Ma Michael è sicuro delle proprie capacità, ora come allora ma in quel momento essere sicuri non era così facile: «La verità? Molti erano più forti di me. Ho faticato molto all’inizio». La sua è una famiglia umile, ma molto unita: Alan, suo papà, è macellaio, Dona, sua mamma, ha un negozio da parrucchiera. Poi ci sono Claire, la sorella maggiore, e Ben, il fratello minore. Michael proviene da un mondo che ha poco a che fare con lo sport, quella bicicletta, però, lo sta facendo “diventare”. Un verbo che fa paura diventare, Daniel Pennac lo diceva. Fa paura perché si svolge nel futuro, fa ancora più paura in certe situazioni, quando il tuo “diventare” sembra così a rischio perché il tuo presente è un poco sgangherato. Quanti di noi da ragazzi si sono proiettati avanti col pensiero e, magari, si sono chiesti: «Riuscirò a essere quello che voglio essere? Potrò esserlo?». E per qualcuno l’ostacolo era la lontananza, per altri il carattere, per altri la paura e via così. Per Matthews l’ostacolo poteva essere proprio quel suo modo di essere e di fare.

Per questo la felicità di oggi di Michael Matthews è una felicità che ha basi solide. Non è una felicità superficiale, non è una felicità inconsapevole. Bling ha capito: «In fondo, di quei ragazzi sono stato l’unico a passare professionista». Matthews che si è ribellato alla normalità, Matthews che si è ribellato anche allo stesso istinto di ribellione ed è “diventato”. Ha vinto tappe al Giro, al Tour, alla Vuelta, e un titolo iridato da Under 23. Ma soprattutto ha scelto la propria strada e, ciò che voleva gridare al mondo, lo ha gridato così. Perché basta dare un senso alle cose e la maggior parte delle cose ha un senso, da trovare magari sgomitando, trovando varchi e traiettorie insondabili, come in volata, in quello sferragliare di pedali. Si può essere appariscenti, si può essere diversi, si deve, forse, essere diversi: spesso è solo qualcosa che sta spingendo dentro per indicarti la rotta verso casa tua. Qualcosa da ascoltare e da guidare. Ben, suo fratello minore, se lo sarà sentito dire da Michael. Già, Bling qualche anno fa lo ha detto, in un’intervista: «Ben è molto bravo in qualsiasi sport scelga di praticare. Deve solo trovare la sua strada ma la troverà presto». Sì, perché, alla fine, quando hai capito dove cercarla, la felicità è solo questione di tempo.

Foto: Claudio Bergamaschi


Un ragazzo buono per tutte le stagioni: Jakob Dorigoni

Il colmo per un ragazzo altoatesino che corre in bici e va forte nel ciclocross è non amare il freddo. «Più che non amare il freddo, vado più forte col caldo, ecco», ci racconta con disarmante semplicità e franchezza Jakob Dorigoni, ventiduenne di Vadena in provincia di Bolzano, un paesino con così pochi abitanti che probabilmente tutti si conoscono e tutti tifano per lui.

Proprio da quelle parti, a Nalles, si è corsa nei giorni scorsi una gara che ha avuto un’eco importante per come è riuscita a trasmettere quello che è il ciclocross, immagini di corridori che si davano battaglia in un campo ghiacciato, con la neve che gelava mani e piedi e il fango fin dentro le orecchie. Sofferenza, atroce realtà di uno sport crudo che mette a nudo e sposta i limiti. «Freddo, freddo, freddo, ricordo solo questo. Pozzanghere gelate e a ogni pedalata piedi inzuppati e sempre più freddi. A due giri ho mollato e sono salito nel camper. Ci ho messo ore per riscaldarmi: è stato bruttissimo. È una giornata che voglio dimenticare».

Ha iniziato a gareggiare presto, prestissimo. Aveva sette anni e ha provato ogni disciplina come fosse nato con due ruote al posto delle gambe e con in testa gli ingranaggi giusti, tanto da aver ancora memoria di quell’episodio ormai risalente a 15 anni fa. «Era un giovedì, eravamo usciti per un lungo. Poi c’è stata una gincana e da lì è iniziato tutto». E quando Jakob Dorigoni dice tutto, intende proprio tutto, tutto. «Ho praticato ciclismo su strada, prima, e poi mountain bike, ma da esordiente pure un po’ di pista. Il ciclocross invece è stata l’ultima specialità». L’ultima, ma non per questo la peggiore, direbbero gli inglesi, anzi. “Although the last, not least” spiegava il Re Lear parlando con la figlia Cordelia e definendola “l’ultima, ma non meno cara”. Tutt’altro; nel suo caro ciclocross Jakob Dorigoni ha assunto una dimensione a livello nazionale – sette titoli italiani conquistati in tutte le categorie, tre tra gli under 23 e uno tra gli élite di cui è campione in carica – ma anche internazionale. Quinto nel 2019 nel mondiale di Bogense tra gli Under 23 quando Iserbyt vinse davanti a Pidcock. «Il ciclocross mi piace perché le gare sono sempre varie, diverse, da una domenica all’altra quando magari ti ritrovi una volta a gareggiare nell’asciutto e al caldo, una volta al freddo nel fango, ma non c’è una specialità tra le due ruote che preferisco rispetto a un’altra. Da ognuna di loro prendo qualcosa. La mountain bike è la più dura, d’inverno mi diverto nel ciclocross: sforzi brevi e intensi, d’estate mi piace la strada». Gli piace fare “giri lunghi” precisa.

Nel 2021 ci sarà un cambio di prospettiva. Un’occasione presa al volo da Dorigoni che tornerà a correre proprio in mountain bike dopo qualche stagione, accettando la proposta del team Torpado Südtirol. «Ma no, non penso assolutamente a Tokyo» umile e sincero nel rispondere se per caso la sua scelta fosse dettata dalla possibilità di gareggiare ai Giochi Olimpici. «Intanto riprendiamo a divertirci con le ruote grasse, poi si vedrà. In Italia ci sono tanti atleti forti e meritevoli della maglia azzurra e io al momento non ci penso».

Se invece pensa agli anni di ciclismo su strada Dorigoni più che rammaricarsi ha una punta di amarezza per come è finito l’ultimo Giro Under 23, quello vinto da un altro corridore che dà spettacolo nel ciclocross, come Pidcock. «Stavo facendo una buona classifica generale, ma l’ultimo giorno sono caduto e mi sono dovuto ritirare. Però sono stati anni importanti, ho vinto delle corse, ma soprattutto il mio motore e la gestione delle corse è migliorata grazie all’esperienza maturata e grazie alla possibilità che ho avuto nel correre tre volte il Giro Under 23, una volta il Val D’Aosta e una volta la Ronde de l’Isard».

E a proposito di motore, a quei due lì, dinamitardi, – van Aert e van der Poel – ruberebbe la capacità di fare sforzi intensi per un breve lasso di tempo. «Loro due e Alaphilippe hanno questo che li differenzia da tutti gli altri. Forza esplosiva. Tengono l’ora di corsa molto bene perché sono resistenti, ma anche su strada i risultati arrivano grazie alla loro esplosività e resistenza nei periodi brevi». In cinque minuti di corsa ti mandano in tilt.

Per Jakob Dorigoni, van Aert è un maestro nel preparare le corse più importanti, mentre van der Poel «va forte sempre», raccontando quasi divertito, ma è cosciente che nel Ciclocross vince anche chi sbaglia meno. Giro dopo giro, traiettoria dopo traiettoria è fondamentale saper guidare, saper gestire le proprie forze. Che sia caldo, che sia freddo, estate, autunno o inverno a Jakob tuttavia basta pedalare. Nato non per la bici, ma praticamente in bici.

Foto: Per gentile concessione di Jakob Dorigoni


Giacomo Nizzolo: «Quando sei lì a giocartela»

Qualcosa, per Giacomo Nizzolo, è cambiato questo inverno, dopo quattro anni da dimenticare: «Durante l’inverno non ho avuto infortuni o problematiche fisiche, così ho potuto allenarmi meglio. Capivo che le sensazioni in allenamento erano buone. Era come se qualcosa in me si fosse ricostruito. Quella sensazione stava finalmente tornando». La sensazione di cui parla Nizzolo ha a che vedere con la possibilità, con la coscienza del possibile: «La maglia di campione italiano, il tricolore, è un simbolo molto importante. Ma in quei giorni, quelli difficili, la mancanza più forte riguardava qualcosa che nei giorni migliori sento dentro di me. Si tratta della sensazione di continuità, della percezione imminente della possibilità di essere lì davanti a giocarti la vittoria. Qualcosa che senti dentro anche quando ti alleni, anche quando riposi. Qualcosa che mi mancava da troppo tempo». Quella percezione è parte di Giacomo Nizzolo sin da quando era ancora bambino e quando resta inespressa fa male: «Sono sempre stato molto competitivo. Ho sempre provato una sorta di attrazione per la competizione. Da ragazzino, ricordo che improvvisavo gare per le vie di casa anche con ragazzi decisamente più grandi me. Parlo di un dolore e di una gioia, profondamente intrecciati nella competizione, che mi appartengono. I miei genitori mi hanno convinto a valorizzare questo aspetto così ho provato anche altri sport ma il ciclismo è la migliore valvola di sfogo per quella voglia che porto dentro. Uno sport di squadra che, però, valorizza moltissimo il singolo». Probabilmente per questo Nizzolo dice di non essere cambiato molto rispetto a quando era ragazzo. Anzi, dice di essere rimasto praticamente lo stesso.

Nato a Milano nel 1989, Nizzolo non ha mai avuto vita facile in sella: «Ci sono stati dei momenti, quando ero dilettante, in cui, a seguito di un brutto incidente, avevo messo in dubbio l’idea di tornare. La svolta sono certo sia stata la prima vittoria da dilettante. Era già fine stagione, erano le ultime gare dell’anno. Chissà, forse non ci fosse stata quella vittoria oggi non saremmo qui a parlare. Mi ero fatto male durante l’anno ed ero tornato dopo un infortunio che mi aveva tenuto fuori gioco per parecchio tempo». Cosa accade? Accade che quando le circostanze della vita ti colpiscono, ti riaggiusti come puoi. Se non ti lasci andare, sviluppi alcuni tratti caratteriali che ti consentono di restare in piedi: «Ho dovuto diventare resiliente, l’ho dovuto fare per andare avanti. E oggi è la mia forza. Vorrei solo essere capace di staccare un poco di più. Voglio dire questo: mi godo poco anche le cose belle perché appena le ottengo sento di dover ripartire per nuovi traguardi. Sia chiaro: è giusto continuare a porsi obbiettivi, ma ogni tanto bisogna anche concentrarsi su ciò che si è fatto e rilassarsi. Non significa accontentarsi, questo è sbagliato. Significa forse aver cura di se stessi». Ed è proprio questa cura del proprio essere che deve essere compresa, che deve essere capita dagli altri: «Dopo la vittoria del campionato italiano, ho detto che, senza nulla togliere a nessuna delle persone che mi amano, quella vittoria volevo dedicarla a me stesso. Credo di essere stato frainteso, quell’affermazione da alcuni è stata giudicata un atto di egoismo. Non mi hanno capito e forse non potevano capirmi perché non mi conoscono. I miei amici hanno capito. Non tolgo nulla a chi mi vuole bene e a chi mi è accanto, ma quella vittoria è anzitutto per me. Perché solo io so cosa ho passato in questi quattro anni».

Il volto più bello della schiettezza perché, questo lo diciamo noi, talvolta è anche facile rendere giustizia ai meriti degli altri. Il difficile è riconoscere i propri ed ammetterli. Che non ha nulla a che fare con l’egoismo. Ha solo a che fare con la consapevolezza. La stagione è stata difficile, per tutti, in particolare a livello mentale, Nizzolo però, proprio in questa stagione, è tornato ad essere quello che era sempre stato e ora guarda avanti al modo di chi, non solo crede a ciò che vede ma sa di avere la possibilità di plasmarlo per viverlo meglio: «A settembre sono stato in Trentino a fare la ricognizione del prossimo campionato europeo per gli organizzatori e devo che ho trovato un percorso diverso da quello che mi ero immaginato. Un percorso frizzante, direi, che apre il varco alla possibilità di diversi colpi di mano. L’arrivo in volata sarà difficile. Bisognerà guadagnarselo». Al prossimo settembre mancano poco più di nove mesi e Giacomo Nizzolo ha ben chiaro come colorarli: «Indosso una maglia importante, quella di campione europeo, e voglio godermela. Voglio divertirmi. Sì, proprio divertirmi, è la parola giusta. Voglio vivere quest’anno con la leggerezza di chi sa che non è necessario continuare ad arrampicarsi sempre più in alto. Bisogna continuare a fare il proprio lavoro con feroce determinazione, ma prendere fiato e respirare è altrettanto importante». Nizzolo ha le idee chiare: «La forza del ciclismo è il suo pubblico. Un pubblico diverso da quello di qualunque altro sport, il pubblico delle strade. Il ciclismo è l’unico sport in cui un amatore può pedalare accanto ad un campione e, per qualche attimo, sentirsi come lui. Purtroppo il ciclismo odierno è troppo settoriale, ha un forte potenziale inespresso. Spesso è giudicato come uno sport ”vecchio”. Non è così. Assolutamente. Si tratta di uno sport che potrei definire di moda. La sfida è raccontare questo».

Raccontare il ciclismo è, in fondo, raccontare qualcosa che è alla base di tutte le nostre parole: «Vedi, la verità è che il concetto a cui si torna è sempre uno: dare il massimo. Dare tutto. Se dai tutto, puoi essere sereno. In tanti, nel periodo dei continui piazzamenti, mi hanno chiesto: “Come fai a insistere così? Come fai a non abbatterti?”. La risposta è semplice. Se hai fatto tutto il possibile, cosa puoi rimproverarti? Probabilmente in quelle condizioni doveva andare così. Certo, col senno di poi, si può dire tutto. Ma tu hai dovuto fronteggiare quella situazione e lì più di così non potevi fare. Dare tutto non è sempre garanzia di risultato ma sicuramente è garanzia di serenità. Se dai tutto, non devi esaltarti per le vittorie e crederti superiore ma, allo stesso tempo, non devi lasciarti toccare dalle critiche e dai giudizi. Tu sai ciò che hai fatto. Ti basta questo».

Foto: Claudio Bergamaschi


Vittoria Guazzini: «Quando mi sento fiera, mi guardo attorno»

Vittoria Guazzini parla volentieri del concetto di responsabilità. Già, perché la responsabilità è insita in ogni sequenza di azioni o di non azioni, per quanto qualche volta non siamo portati a pensarci. C’è una responsabilità nell’agire ed una responsabilità nel non agire ed ognuna di queste responsabilità influisce tanto sulla propria persona, quanto sulle persone che vengono a contatto con il flusso di queste assunzioni di responsabilità. Vittoria dice più o meno questo, declinandolo al mondo che meglio conosce: la pista. «Quando parti per una gara di una disciplina singola, sei agitata ed è normale. Però, quando si parla di discipline di gruppo, questa ansia aumenta. Certo, perché se sbagli da sola, le conseguenze ricadono solo su di te, se invece sbagli quando stai lavorando con altri, il tuo errore ricade anche su di loro che magari sono stati perfetti e non hanno sbagliato proprio nulla. Questa responsabilità si avverte. Anche perché, in pista, basta davvero poco per sbagliare, per rovinare il lavoro di mesi. Il lavoro di gruppo è anche questo: condividere una responsabilità. E per condividere delle responsabilità, senza che queste diventino un peso intollerabile, serve molto affiatamento. Quest’anno, per esempio, la frase ricorrente era “Dai noi!”. Che è come dire: “Dai che noi, proprio noi, ce la faremo”. Siamo così». Insomma, non è una cosa facile. Ma a Vittoria Guazzini, oltre al merito sportivo, va senza dubbio un altro merito: la capacità di ironizzare e di farlo su stessa. E questa è davvero una qualità importante: «I miei sogni? Sempre cose abbordabili» racconta facendosi una fragorosa risata. «Volevo fare la ciclista e diventare una campionessa oppure diventare una cantante o un’attrice famosa. Suono la chitarra dalla quinta elementare e quel mondo mi ha sempre attratto. A parte gli scherzi, il primo sogno sto provando a realizzarlo». Questa leggerezza la aiuta a prendere le cose sul serio ma a non prendersi troppo sul serio. Poi c’è l’umiltà di una ragazza che ha appena diciannove anni, ne compirà venti il 26 dicembre, ma ha già vinto moltissimo.

«Io dico sempre che, quando ci sentiamo importanti, o troppo importanti, dobbiamo provare a guardare gli altri. Mi spiego meglio: la particolarità dei velodromi è una forte condivisione. Tu sei lì e vedi tutte le altre persone che fanno il loro lavoro al tuo fianco. Dopo qualche tempo si crea una sorta di sintonia, nonostante tutti quei box separati, e forse anche l’ansia si ridimensiona. Ecco: quando sei al velodromo e senti di aver vinto tanto, devi guardare le tue colleghe che, molte volte, hanno vinto più di te. Devi guardarle, prendere coscienza del fatto che puoi ancora far meglio e ripartire. Non devi abbatterti perché non sei ancora come loro, però devi trovare la tua umiltà e tenerla stretta». Se pensa ai traguardi che vorrebbe raggiungere nei prossimi anni, dice che “le viene la pelle d’oca”: «Il nostro è uno sport dove si perde molto più spesso di quanto si vinca. Ma è anche uno sport dove si tifa per tutti. L’anno scorso, al Fiandre, mi scendevano le lacrime a vedere tutta quella gente, a sentire quelle grida. Stavo piangendo. Perché non è scontato che accada e questa esperienza, parlo della pandemia, ce lo ha ricordato. A noi ciclisti accadono cose rare. Una la vorrei per me il prossimo anno: partecipare alle Olimpiadi di Tokyo». Vittoria Guazzini ha iniziato a sei anni ad andare in bicicletta: «Da bambina mi arrabbiavo molto se perdevo. Successivamente ho imparato a lavorare su me stessa. Diciamo che sono abbastanza esuberante. Non so se mi spiego. Ho un carattere particolare. Meglio così, non ti pare?».

Sarà per quel carattere che Vittoria riesce a sorridere anche di una stagione che non era partita nel migliore dei modi: «La stagione la salvo, ma solo nella parte finale sia chiaro. Me ne sono capitate di tutti i colori: prima dei mondiali su pista, prima della pandemia, ero ammalata. Poi sono tornata ma mi sono infortunata cadendo dalle scale, proprio al velodromo. A quel punto è arrivato il Covid-19 ed è stato tutto bloccato. Poteva succedere altro? Quest’anno più che mai voglio ringraziare le mie compagne. Se ho concluso la stagione alla grande è grazie a loro». Il carattere aiuta ma ancor di più sono le esperienze a fortificarti: «Quando vinci è tutto più facile. Come fai a non essere felice quando al tuo primo mondiale stabilisci il record del mondo (a livello juniores N.d.A.) col quartetto? Il problema è quando perdi, quando le cose non vanno. O meglio: quando immagini qualcosa che poi non si verifica, sto pensando alla prova contro il tempo al mondiale di Innsbruck. Arrivai sesta, fu una brutta botta. Quello credo sia stato il momento più difficile della mia carriera. La delusione più cocente». In quelle occasioni, l’ha aiutata l’idea di quello che voleva fare, di quello che avrebbe sempre voluto fare: «Ricordo quando a Firenze, al mondiale, vidi per la prima volta Marianne Vos. Ricordo Alberto Contador, un mio modello da sempre. Un attaccante, uno coraggioso in sella. Potrei parlarti di Marta Bastianelli, di Elisa Longo Borghini. Per provare a fare qualcosa di simile a quello che hanno fatto loro, c’è una sola possibilità: il perfezionismo. Devi badare ad ogni dettaglio, anche a quello che sembra così piccolo da apparire ininfluente. Non lo è. Puoi star certo che non lo è. Devi essere attenta e lavorare su ogni aspetto per quanto possa essere complesso. Questa caratteristica mi appartiene ed è quella che mi ha fatto raggiungere i traguardi di cui parliamo».

C’è anche una vena ottimista nelle parole di Vittoria. In fondo, è vero: è giusto continuare a cercare il miglioramento, doveroso diremmo, però è anche giusto notare ciò che già è migliorato e sottolinearlo. Altrimenti trascorreremmo il tempo inseguendo sempre qualcosa di nuovo o di migliore, senza accorgerci di quello che già c’è: «Il ciclismo femminile non ha una condizione paragonabile al ciclismo maschile. Questo vale per tutti gli sport. Io credo che sia necessario proseguire con il lavoro che si sta facendo, avendo la consapevolezza dei grossi passi avanti compiuti dal nostro mondo negli ultimi anni». La stessa consapevolezza risiede nella graduale crescita di Vittoria Guazzini, come ciclista e come donna: «Davide Arzeni è certamente un punto di riferimento per il modo in cui lavora e per la tranquillità che riesce a darmi. Alcuni giorni proprio non vanno ed avere vicino una persona che riesce a capirti ed affiancarti è davvero importantissimo. Il resto, fra le cose che mi lascia il ciclismo, sono piccoli gesti, piccoli insegnamenti. Sarebbe davvero difficile farne un elenco o raccontarle tutte. Però sono tante cose preziose, di quelle che ti fanno amare ancor di più ciò che fai».

Foto: per gentile concessione di Vittoria Guazzini


Sonny Colbrelli: «Di ritorno dal lavoro, a tavola con papà»

A Sonny Colbrelli non è mai piaciuto studiare. Lo ammette candidamente, sorridendo e ripensando ai momenti fra i banchi. Non gli piaceva studiare, sì, ma la determinazione e la voglia di fare non gli sono mai mancate, sin da ragazzo: «I miei genitori mi hanno sempre detto che avrei dovuto darmi da fare: non potevo stare a far nulla o a rigirarmi i pollici. Se non volevo proseguire la scuola, dovevo iniziare a lavorare. Probabilmente questa cosa ha sempre fatto parte di me, l’ho assimilata: in estate, da ragazzino, andavo ad aiutare mio papà al lavoro. Al mattino stavo con lui, mi piaceva. Difficilmente mi avresti visto a perdere tempo». La bicicletta arriva per caso e, questa volta, parliamo proprio del mezzo meccanico, non del ciclismo come sport: «Era una bicicletta comprata con la raccolta punti della spesa. Non immaginarti chissà cosa. Del resto, sino a quel momento, avevo giocato a calcio e sciato: sciare mi piaceva ed ero anche abbastanza bravo. Nel tempo libero andavo a pesca». Succede che in provincia di Brescia c’è una gara di mountain bike, una gara di paese, nulla di che, e Colbrelli partecipa. Nessuno se lo aspetta e forse nessuno attribuisce un gran significato alla cosa, ma Colbrelli vince. Il primo incredulo, a ripensarci, è proprio lui: «Era una boutade. Un gioco nato per caso e che pensavo finisse nel giro di qualche domenica. Da ragazzino ero davvero goloso, avevo diversi chili di troppo, ero ”tozzo” a livello di corporatura. Non si era mai visto un ciclista così». La domenica dopo torna e fa bene in una gara dalle condizioni atmosferiche decisamente avverse: «Pensa che stavano per sospenderla per brutto tempo». In televisione guarda le imprese di Marco Pantani e qualcosa gli frulla per la testa: «Perché non provare a correre su strada?». La prima gara su strada è una cronoscalata, con la maglia della squadra della famiglia Frapporti: «Sì, tecnicamente era una cronoscalata. In realtà si trattava di un tracciato di un chilometro, tutto all’insù. Niente di particolare ma, tra il serio e il faceto, ho vinto anche lì».


Il ragazzo cresce, il ciclismo gli piace, ma la famiglia Colbrelli è una famiglia dai principi sani e radicati. Così lo sport è un divertimento però bisogna andare a lavorare: «Ho iniziato a lavorare in fabbrica. Facevo la mattina, dalle sei a mezzogiorno. Portavo a casa qualche soldino ed ero anche contento». Certo ma quella bicicletta prende sempre un poco di spazio in più e Sonny continua a pensarci. Fino a quando, un mezzogiorno, torna a casa dal lavoro e si siede a tavola con papà: «Avevo in mano entrambe le divise: quella del lavoro e quella della squadra di ciclismo. Guardai mio padre e gli dissi: “Quale scegli? Se scegli questa, vado a lavorare, altrimenti provo a fare lo sportivo“». Vedendo come sono andate le cose, la scelta di papà Colbrelli è abbastanza chiara: «Ma sai, tutti i genitori desiderano il bene dei loro figli ed io ero felice di correre in bicicletta. Poi papà e mammà sognano sempre in grande e ti immaginano campione. Certe volte restano sogni, non siamo tutti campioni. Il problema non è quello. Il fatto importante è mantenere i piedi ben saldi a terra. Restare quello che si è e valutarsi realisticamente». In fondo, è questo il consiglio di Colbrelli per i giovani, per chi inizia oggi: «Ho il timore che in certi casi si esageri. Tanto con le pressioni, quanto con le aspettative. I conti, però, nella vita si fanno sempre alla fine e se ti “bruci” troppo da giovane, rischi di buttare tutto all’aria». La storia di Sonny Colbrelli, invece, è una di quelle storie in cui nessun filo della trama manca. Una storia cresciuta con la pazienza del domani: «Sono contento di essere passato professionista con la famiglia Bardiani. Forse avrei anche potuto approdare un anno prima nel World-Tour, ma va bene così. Loro mi hanno dato il tempo di crescere serenamente. Mi hanno lasciato andare quando hanno capito che ero pronto per prendere la mia strada. Non tutte le squadre World-Tour hanno questo approccio con i giovani, per questo credo sia un bene che i giovani inizino dai nostri team Professional. In Bahrain mi sono trovato bene sin dall’inizio e, ora che sono quasi cinque anni che sono qui, devo dire che c’è una condivisione totale. Loro hanno capito qual è il mio spazio ed io, per contro, sono contento del programma che la squadra ha. Vivo con entusiasmo i nostri traguardi». La maturità di Colbrelli risulta ancor più evidente quando il discorso prende una piega personale: «Non è che ci siano momenti difficili particolari, localizzabili in questo o in un altro anno. Ogni anno ha dei momenti difficili, questo vale per tutti. Non è importante che i momenti difficili non ci siano, è importante capire come fare per superarli. Capire come affrontarli per continuare la tua strada. Per ripartire. Le difficoltà sono naturali».

Tra le vittorie che ricorda con maggior piacere, c’è il primo successo da professionista perché «lì ho capito chi ero e che qualcosa di buono potevo fare», e ci sono le vittorie alla Parigi-Nizza e al Giro di Svizzera. «Ogni successo è un passo in più verso la consapevolezza. Per esempio, capisci che tipo di atleta sei. Io non sono un velocista puro, se faccio una volata con velocisti puri, arrivo sesto, settimo, quarto, se va bene. L’ho capito gareggiando, provando e riprovando. Che poi è l’unico modo per capire». Il suo sogno è la vittoria di una classica, l’ideale sarebbe il Giro delle Fiandre. Forse proprio per questo ha sempre avuto ammirazione per Tom Boonen. Adesso che ha due figli piccoli, vede il ciclismo in maniera diversa e ammette che partire gli spiace: «La mia compagna mi sostiene molto e questa è una grossa fortuna. Noi ciclisti facciamo una vita nomade e tante cose sono più difficili. I miei figli sono ancora piccoli ma iniziano a capire. Chiedono: “Dove vai papà? Dov’è papà?”. Spiace. Io gli dico di guardare la televisione che papà possono vederlo lì. E spero la guardino quando sono in testa al gruppo. Tra l’altro, sono abbastanza paranoico e mi preoccupo molto, anche per piccole cose. Quando sento più la nostalgia di casa, mi ripeto che, in fondo, lo sto facendo anche per loro. Per il nostro futuro che in realtà è il loro futuro».
Tra tutti i fatti che la memoria conserva, uno Sonny Colbrelli non riesce proprio dimenticarlo e, forse, è un bene: «Quando da allievo sono passato juniores, a casa mia sono venuti i rappresentanti di tante squadre. Come era giusto che fosse: è sempre un bene ascoltare tutti. Erano interessati a me. Ci hanno offerto cifre davvero significative, cifre che certe volte fatichi a mettere insieme anche nei primi anni da professionista. Da giovane l’idea di guadagnare qualcosa ti attrae anche, fai tanti progetti e quei soldi potrebbero servirti. I miei genitori, invece, mi hanno sempre tenuto con i piedi per terra: l’importante era crescere, migliorare, e nessun ambiente sarebbe stato meglio della squadra in cui correvo, con la famiglia Frapporti. Ho continuato la mia strada, a zero euro, e oggi devo ringraziarli perché, in quello che sono, quella scelta ha pesato molto. In positivo. Tanti altri ragazzi, sicuramente più bravi di me, hanno fatto considerazioni diverse all’epoca ma oggi, purtroppo, non sono più ciclisti». Perché Sonny Colbrelli è questo: un padre, un uomo, un ciclista ma, prima di tutto, un ragazzo con i piedi per terra. E questa sarà sempre la sua salvezza.

Crediti foto: Claudio Bergamaschi


Omar El Gouzi: essere professionista per sempre

Omar El Gouzi ricorda molto bene un pomeriggio di quando era bambino: «C’erano i miei amici fuori in cortile a giocare e io sarei dovuto andare ad allenarmi. Non volevo andarci, mia mamma mi guardò e mi disse: “Omar, hai fatto tu questa scelta. Se vuoi portarla avanti devi allenarti, altrimenti puoi anche smettere di andare in bicicletta”. Mi misi a piangere ma quella lezione mi servì». La sua passione per il ciclismo, in fondo, nacque proprio lì, nel cortile di quel condominio dove Omar abita. «Qui abitavano anche un allenatore di ciclismo e un ragazzo che stava iniziando a praticare ciclismo. Vedendoli ho pensato che avrei voluto fare la stessa cosa. Sono andato da papà e: “Papà, voglio correre in bicicletta”». Un anno dopo, sono proprio mamma e papà ad accompagnarlo da quell’allenatore che gli consegna la sua prima bicicletta, gialla. Omar, oggi, guarda il vialetto di quel condominio e torna indietro di diversi anni con la mente. «Facevo avanti e indietro in quel vialetto con la bicicletta ma non riuscivo a fare la manovra per girarmi comodamente, così piangevo». Lì con lui c’era papà ed è proprio ai suoi genitori che Omar El Gouzi sente di dover dire qualcosa. «Non so cosa ci sarà nel mio futuro ciclistico. Certo, sogno di firmare un contratto per una squadra professionistica e di fare un bel percorso. Sì, non voglio passare fra i professionisti solo per il gusto di potermi chiamare “professionista”. Voglio diventare professionista e restarci per molti anni per rendere onore al fatto di essere diventato professionista. Una cosa però la desidero più di tutte le altre: ricambiare ciò che i miei genitori hanno fatto per me. Ci sono sempre stati e ci sono sempre, nonostante tutto».

Foto per gentile concessione di Omar El Gouzi

Il suo soprannome in gruppo è Cacaito come Cacaito Rodriguez, il ciclista colombiano in attività negli anni novanta: «Mi chiamano così perché tanto vado forte in salita quanto fatico in discesa. Ad essere sincero adesso meno, la discesa è questione di allenamento come tutte le pratiche del ciclismo, ma quel soprannome viene da qualche anno fa. Eravamo a Trento ed in discesa continuavo a tirare i freni per paura di cadere». Omar è italo-marocchino, entrambi i suoi genitori sono nativi marocchini, lui è nato a Peschiera ed in Marocco non torna dal 2013: «Voglio molto bene all’Italia. In Marocco, però, c’è qualcosa di diverso: parlo di accoglienza, di calore umano. C’è tanta gente per le strade, c’è tanta felicità. Noi probabilmente siamo un po’ più freddi di carattere». C’è una fierezza particolare nella sua prima maglia azzurra, ottenuta con Rino De Candido dopo il Giro del Friuli di qualche anno fa, e le sue origini fanno parte di questo orgoglio. «Arrivavamo sullo Zoncolan, pensa che a inizio salita ero caduto. Sono riuscito a recuperare e ad arrivare quarto. De Candido mi ha notato e mi ha chiamato. Con la maglia azzurra addosso ho corso la mia prima gara fuori dall’Italia, un trofeo in Germania. Un italo-marocchino in maglia azzurra: non è una cosa che succede tutti i giorni e forse per questo è stato ancora più bello». Le sue giornate più belle hanno sempre un legame con una terra, con delle persone o con qualcosa di inaspettato che si è provato a fare. «Ricordo ancora quando vinsi a Montecchio il campionato provinciale con la maglia dell’Ausonia. Io non attacco molto spesso, quel giorno però sentivo che fosse giusto scattare. Recuperai il terzetto in testa e vinsi. Magnifico. Una cosa molto bella, secondo me, è che nel ciclismo non è detto si debba vincere per avere un bel ricordo, per essere felici. Guarda il Palio del Recioto, per esempio. Sono arrivato tredicesimo ma me lo ricordo come fosse adesso. Tutta la gente che ti guarda, che ti applaude, che grida il tuo nome. Tutti che ti conoscono. La tua famiglia. La tua terra. Correre a casa propria ha un sapore diverso, c’è poco da fare».

Foto per gentile concessione di Omar El Gouzi

Quest’anno, Omar El Gouzi ha corso per la Iseo, un ambiente che lo completa: «Ho due direttori sportivi, Mario Chiesa e Daniele Calosso. Hanno due caratteri diversi: il primo è più tranquillo, più pacato se vuoi. Mario è un uomo di grande esperienza: ha corso fra i professionisti e successivamente è stato team manager di realtà molto importanti. Daniele, invece, lavora di grinta, di rabbia, la rabbia buona che ti spinge a fare bene, a fare meglio. Alla base dei miei risultati ci sono questi due modi di insegnare che si combinano e mi danno tanta tranquillità ma anche tanta voglia di fare». Il suo mentore, in realtà, non è un ciclista ma un ex calciatore del Chievo Verona. «Si tratta di Federico Cossato. Ci siamo incontrati per caso mentre facevo delle ripetute su una salita. Mi ha guardato ammirato, stupito. Abbiamo iniziato a parlare e ci sentiamo molto spesso. Il nostro è un dialogo costruttivo: parliamo di lavoro e di traguardi. Federico mi ha sempre detto che senza duro lavoro, senza sacrifici, non esistono sogni realizzabili. Ed è vero. Se non si lavora duramente, la situazione è veramente difficile».

Crediti foto: Claudio Bergamaschi

Omar El Gouzi è un ragazzo alla mano, lo dice lui stesso. «Mi piacciono le cose semplici e mi piace conoscere le persone, parlarci, capirle, ascoltarle. Ho solo bisogno di tempo per conoscere e per aprirmi a mia volta. Tendo ad essere abbastanza riservato. Tempo fa ero meno sicuro di me e magari rinunciavo più facilmente a ciò che volevo. Adesso no, col ciclismo ho imparato e se voglio una cosa la ottengo». Quel ciclismo che per Omar è ben più di uno sport. «Di fatto è uno stile di vita. Devi semplicemente abituarti al fatto che se vuoi ottenere qualcosa devi darti da fare. Che ci saranno giorni in cui non avrai voglia ma dovrai insistere lo stesso. Che ci saranno giorni che ti faranno male e sarà proprio lì la prova del nove. Se resisterai lì saprai che nessuno potrà più fermarti. Quando lo capisci, lo accetti. Anzi, lo vivi proprio con serenità. Sai che è una realtà che riguarda tutti. Sai che devi assumerti la responsabilità di ciò che hai scelto e lottare per tenerlo stretto. Come mi disse mia mamma quel giorno: “Se non ti alleni, forse, ti conviene smettere”».

Mamma e papà, stasera, Omar li vuole immaginare nel giorno in cui passerà professionista. Li vuole immaginare nell’esatto momento in cui comunicherà loro questa notizia: «Li vedo lì, mentre mi guardano. Con gli occhi lucidi, commossi. Mi stringeranno forte, sarò felicissimo. Saremo felicissimi. E so già che mi commuoverò anche io. Anzi. Sono già commosso, a dirti la verità».

Crediti foto in evidenza: Claudio Bergamaschi


Il viaggio di Luca Mozzato arriva fino al nord Europa

Luca Mozzato arriva dal Nord e, ci concederà questa licenza, probabilmente più che dal nord Italia avrebbe preferito arrivare dal nord Europa. Corre in Francia con la maglia della B&B Hotels – Vital Concept P/B KTM dove pedala per trovare la sua dimensione, ma non solo, prova a migliorare in tutto per realizzarsi; cerca di imparare la lingua «mi arrangio, ma mi faccio capire» ci spiega, e vuole correre sempre più forte tra le infide stradine fiamminghe. È in Belgio, infatti, magari proprio al termine di una gara che prevede muri e pavé, che vorrebbe scagliare i suoi sogni.

Parlando con lui sembra di avere dall’altro capo del telefono un quadro di questo tipo: elettrico, frizzante, gioioso ma allo stesso tempo un po’ spigoloso quanto sincero. Dice che era uno di quei bambini irrequieti che non riusciva a stare mai fermo: nei pomeriggi liberi da studio e scuola giocava a pallone, nuotava, girava con lo skateboard e quando ha iniziato a correre in bici era poco più di un ragazzino, un po’ come tutti i suoi colleghi – ma in realtà non proprio tutti tutti. Aveva nove anni quando si mise in luce e mica lo fece in una corsa normale: era una gincana organizzata nel suo paese. Quando gli chiedo qual è il suo paese me lo spiega, ma precisa: «Sono nato e vivo nella provincia di Vicenza, ma ciclisticamente sono cresciuto in quella di Verona. Abito a Sarego che praticamente è al confine tra le due province e spesso quando mi presentano c’è un mezzo equivoco: “il veronese Luca Mozzato” dicono». La cosa non è che gli dia fastidio, puntualizza ulteriormente, e pensiamo lo dica con il sorriso, anche se attraverso un telefono possiamo solo dare spazio all’immaginazione.

Luca Mozzato in azione durante la Gand-Wevelgem 2020 (Crediti: FRJ | B&B HOTELS – VITAL CONCEPT p/b KTM)

La guerra dei campanili evidentemente non gli interessa, pensa ad altro, e più che fantasticare è concreto. Ambizioso: altrimenti non avrebbe mai iniziato un viaggio che lo ha portato a dividersi tra Francia e Belgio. E non avrebbe potuto prendere decisione migliore lui che, sin da ragazzino ammira Boonen. «Sono cresciuto guardando la rivalità tra Boonen e Cancellara, ma il mio cuore ha sempre battuto per il belga. A crono non sono mai andato forte e in più ho sempre avuto spunto veloce e passione per le pietre del Nord». Quale corridore migliore da scegliere come modello in gara se non uno vincente (e trascinatore di folle di appassionati) come Tornado Tom?
Sin da ragazzino Luca Mozzato ha avuto caratteristiche ben definite – fatto tutt’altro che scontato. «Ho sempre avuto una buona manualità con la bici (altrimenti non si sarebbe mai messo in luce in una gincana! N.d.A.), e da subito veloce ma con la capacità di difendermi anche sui percorsi impegnativi». Gli faccio notare come alcuni suoi colleghi, su tutti lo sloveno Žiga Jerman, quando tra gli juniores chiedevano chi fosse il corridore da battere in una determinata corsa, il suo nome era il più gettonato. «Mi fa piacere e mi rende orgoglioso, vuol dire che si riconosce il buon lavoro che ho fatto, però precisiamo una cosa: eravamo dei ragazzini, ora tra i professionisti la musica è cambiata».

È preciso e deciso nell’analizzare le fasi della sua maturità puntando l’attenzione più sulla crescita che sui risultati. «Se guardo agli Under 23 il mio percorso è stato ottimo. Sono cresciuto, maturato, mi sono adattato bene alle situazioni dimostrando di essere un ragazzo che si sa gestire in corsa. Se invece guardo ai risultati un po’ di amaro in bocca resta». Una punta di insoddisfazione data dalle poche vittorie ottenute e che probabilmente non danno merito al talento e allo spunto veloce. «Però mi chiedo: meglio passare con dieci vittorie, e poi magari ritrovarsi a fare fatica tra i professionisti anche rispetto a quei corridori che battevi?» – non sarebbe né il primo né l’ultimo – «Oppure passare con poche vittorie, ma la consapevolezza di aver fatto il percorso giusto, e di avere ancora margine di crescita?». No, Luca Mozzato non farebbe mai a cambio di situazione. Tuttavia ci tiene a specificare che non sembri la favola della volpe e l’uva: «Chiariamo, però: avrei voluto vincere comunque di più. Vincere ti provoca una gioia senza paragoni, è come una sorta di liberazione».

Luca Mozzato in azione alla Paris-Camembert 2020 (Crediti: FRJ | B&B HOTELS – VITAL CONCEPT p/b KTM)

Si parla di lingua, di squadra, di Belgio, di Francia e di pietre del Nord e allora Luca si apre e quasi non riesci più a fermarlo come se dovesse andare in fuga con in testa il traguardo del Fiandre o il velodromo della Roubaix. «I belgi sono incredibili: parlano qualsiasi lingua e ti capiscono». E con Backaert, De Backer e Boeckmans – sembra una filastrocca – è come andare all’Università. «In corsa mi aiutano, mi spiegano tutto. Io arrivo da un contesto culturale diverso e senza l’esperienza necessaria per queste gare. Il loro supporto è fondamentale soprattutto nei finali di corsa quando tendo a spendere troppo, ad agitarmi, ad alimentarmi male. E loro invece mi guidano, mi aiutano: “no tu devi fare come ti dico io, devi starmi a ruota, non pensare, poi se hai le gambe per il finale bene, altrimenti, se ne riparla”. Mi hanno portato un paio di mesi su un palmo di mano dandomi tutto l’aiuto possibile, sia legato alla corsa sia legato a tutto il resto, insegnandomi i trucchi del mestiere».

Al Fiandre 2020 le cose non sono andate come sperava, si è ritirato, ma era pur sempre la prima esperienza e non può che riuscire a vederci il lato positivo, come per il resto del periodo che ha trascorso in Belgio. «In primavera ho fatto un mese tra Francia e Belgio prima di rientrare a casa per il lockdown: la cultura che hanno della bici è incredibile, anche lo stile di vita. Backaert abita praticamente sul percorso della Ronde e conosce a memoria ogni pietra e difficoltà del Fiandre». La corsa che, insieme alla Roubaix sogna sin da bambino. «Muri fiamminghi e foresta di Arenberg sono luoghi che mi hanno sempre affascinato. Prima quando li vedevo in tv, poi quando ci ho corso le prime volte. Da Junior ho corso la Roubaix: prima di entrare nei settori di pavé arriva questo stato di agitazione difficile da descrivere e che si differenzia da qualsiasi altro momento di qualsiasi altra corsa. E poi c’è un’atmosfera! La gara si corre lo stesso giorno dei professionisti, si passa circa due ore prima di loro e c’è già il pubblico che fa il tifo. Mai vista una situazione del genere: mi ha letteralmente travolto».

E Se Luca Mozzato è un tipo elettrico, il più esuberante del gruppo dei “Men in Glaz” è decisamente Coquard. «È il jolly: se non c’è te ne accorgi. Trascina, scherza, tiene alto il morale, ha sempre buone parole per tutti e cerca di coinvolgerti. Ha un’incredibile capacità di allontanare la pressione: è l’anima della squadra». E quando gli chiediamo se si rivede in lui come caratteristiche, si fa discreto: «Di strada devo farne ancora tanta. Io, pensando al 2021, mi definisco un neoprofessionista del secondo anno. Ho fatto un po’ di esperienza ma per ovvi motivi non abbiamo corso molto e dunque non ho assorbito ritmo e gamba. Per il 2021 l’obiettivo principale sarà imparare ancora, assimilare ulteriormente, migliorare tutti gli aspetti, anche quelli mentali e se avrò la condizione arriveranno anche i risultati. Anche perché poi c’è un problema: sapete qual è? Vogliono vincere tutti, e allora prima puntiamo a fare esperienza, poi la vittoria arriverà di conseguenza». Il viaggio di Mozzato verso le pietre del Nord sta per ricominciare.

Foto: FRJ | B&B HOTELS – VITAL CONCEPT p/b KTM


Enrico Gasparotto: «A trentotto anni smetto»

La fine di questa storia è, in realtà, l'inizio. E l'inizio di questa storia racconta di un ragazzo che a ventitré anni, nel 2005, uscendo di casa dice a papà: «Papà, corro in bici. Dovrò stare lontano da casa per molto tempo ma ti prometto una cosa: a trentotto anni, qualunque cosa accada, smetto e mi riprendo il mio tempo con voi». Quel ragazzo è Enrico Gasparotto e quel tempo è arrivato. Così, il 24 novembre, Enrico ha parlato con papà e gli ha detto che era arrivato il momento di scendere dalla bicicletta: «Mio padre c'è sempre stato. Ha corso parecchi in bici. Anche lui avrebbe voluto essere un professionista e, in fondo, la mia vita è stata anche un poco la sua. Era affezionato all'idea di avere un figlio ciclista. L'ho ringraziato. Sì, perché è stato capace di esserci ma in disparte, condividendo in silenzio ogni scelta senza volerne mai essere protagonista. Papà Toni è molto emotivo e a sentire queste parole gli sono scesi due lacrimoni sulle guance. Avrei voluto abbracciarlo». Quel giorno, Enrico ha capito anche un'altra cosa, una cosa che ha commosso anche lui: «Sai, spesso quando si smette di correre, la vita cambia completamente e anche i rapporti familiari ne risentono. Io in questi giorni sto capendo quanto mia moglie sia davvero mia moglie. Intendo dire, quanto quella parola le calzi a pennello. C'è, è qui ed è più tranquilla di me. Mi infonde tranquillità. Ora che non ci sono corse è anche più semplice non pensare a cosa non sarò più, ma sono certo che alla ripresa della stagione quello che ero mi mancherà. Sapere che ci sarà lei, qui con me, mi tranquillizza».

Il tempo che si ferma è anche il tempo dei ricordi che fluiscono liberi: «Quando ho vinto il campionato italiano nel 2005, è cambiato tutto. Sai di essere attenzionato e, se ad un lato, ti fa piacere, dall'altro le pressioni si fanno sentire». Qui Gasparotto si permette un inciso: «Dei miei sedici anni di professionismo ho un ricordo bellissimo. Ho vissuto quattro diverse ''ere'' del ciclismo. Le cose sono cambiate: fra i miei ricordi ci sono uscite serali che ora non sarebbero più replicabili. I ragazzi devono prestare molta più attenzione ad ogni aspetto e questo, se da un lato, li rende estremamente più professionali, anche più forti, dall'altro rischia di accorciare la loro vita da atleti. A questi livelli credo non saranno più immaginabili carriere di sedici anni. Parleremo di carriere di otto, dieci anni. A trent'anni probabilmente smetteranno e anche questo sarà un bene e un male: troveranno lavoro più facilmente ma staranno per meno tempo nel loro mondo». Un mondo che lascia qualcosa che va oltre ciò che tutti vedono: «Penso alla prima volta dello Zoncolan al Giro d'Italia: non ho dovuto pedalare in pratica, non so quante mani mi hanno spinto. Non si potevano contare, erano troppe. Penso alla visita a parenti a Casarsa della Delizia e ai primi giorni in maglia rosa: a tutto ciò che provavo».

In questi momenti, Enrico Gasparotto pensa a Antoine Demoitiè, suo compagno di squadra, scomparso in un incidente il 27 marzo 2016, e a quella vittoria all’Amstel Gold Race. Una vittoria per tornare ad alti livelli dopo un periodo difficile, una vittoria per sua moglie e per la sua famiglia, per il suo gruppo di lavoro e per i suoi amici, una vittoria piena di caparbietà dedicata anche ad Antoine: «Ero da solo in ritiro e pensavo a lui. Tutto quello che ho fatto, l'ho fatto anche per lui. Quella vittoria all'Amstel è anche per lui, per Antoine. Quando sono tornato al bus, i miei compagni piangevano tutti. Io non ci riuscivo. Piangeva anche il mio direttore sportivo, un uomo di settantacinque anni che non avrei mai immaginato di vedere così». Enrico Gasparotto racconta che su quelle strade, sulle strade dell'Amstel, della Freccia, della Liegi, avrebbe voluto tornarci con calma nel 2021, prima di chiudere la carriera: «Sarebbe stato un lungo saluto. Lo avrei assaporato diversamente. Come quando torni in un luogo significativo e riempi ogni angolo di ricordi. Ma quest'anno è stato un anno particolare e questa possibilità non c'è stata. Così ho scelto di fermarmi e ho fatto bene: bisogna essere capaci di dire basta, è indispensabile».

Sì, indispensabile. Perché Gasparotto crede al valore di ciò che è stato e raramente lo senti felice come quando immagina quanto il suo passato possa essere d'aiuto a qualcuno. Una sorta di gratitudine resa viva e tangibile: «Parto da Mario Cipollini perché l'ultima sua vittoria, il Giro della Provincia di Lucca, è stata una delle mie prime gare. Trovo poco generose alcune parole che gli sono state rivolte. Può sembrare un guascone ma in realtà ho conosciuto pochi atleti così perfezionisti sul lavoro. Gente da cui c'è solo da imparare. Stessa cosa vale per Alexandre Vinokurov. Vino non si fermava mai. Cadeva, si faceva male, lo vedevi sanguinante ma ritornava in sella. Se sono stato professionista sedici anni, parte del merito è anche loro. Da loro ho visto cosa significava fare questo lavoro». E quando ti senti fortunato, spesso senti anche la voglia di restituire quella fortuna. Di portarla ad altri, di farli felici. Qualcosa Enrico Gasparotto ha già restituito: «Il mio arrivo in Wanty-Goubert è coinciso con il passaggio dal World-Tour ad un team professional. Ho provato a prendermi sulle spalle i ragazzi più giovani. Sono stato contento di farlo, di condividere piccoli e grandi insegnamenti e di vederli crescere. Lo vorrei fare ancora. Credo la mia strada adesso sia quella. Questa primavera ho preparato un progetto di talent scout da sottoporre a diverse squadre: ricercare i migliori giovani nel mondo e affiancarli. Non solo a livello sportivo ma anche a livello psicologico. Ogni ambiente è diverso e ognuno di noi ha bisogno di un ambiente differente per stare bene e fare bene il proprio lavoro. Lo ho vissuto sulla mia pelle. Io sostengo da tempo la necessità di figure quali il mental coach o lo psicologo sportivo. Gli atleti di alto livello hanno bisogno di questo supporto, i giovani più che mai. Altrimenti di fronte alle difficoltà non riescono ad andare avanti. Non riescono a resistere. A me è capitato spesso ma, avendo già qualche anno di esperienza, mi richiamavo ai momenti difficili precedenti e mi dicevo: ''Dai, Enrico. Se ce l'hai fatta quella volta, ce la farai anche qui. Forza!''. Un ragazzo di diciotto anni non ha queste esperienze a cui aggrapparsi, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti».

Enrico Gasparotto riflette qualche istante, noi riprendiamo a parlare e lui ci ferma: «No, scusami ma devo dirlo. Le persone hanno paura a parlare delle loro fragilità. Hanno paura perché vengono etichettate come deboli. In Italia, in particolare. Altrove non è così. Questa cosa non ha senso. Io ne parlo. Sono una persona che vive nel presente, convinta delle proprie scelte. Se oggi siamo quello che siamo è anche per il nostro passato, nel bene o nel male. Dobbiamo esserne consapevoli. Nel 2015, il mio passaggio in Wanty è coinciso con un periodo molto complesso per me. Avevo perso la bussola. Non mi ritrovavo più. Ho avuto bisogno di supporto psicologico. Anche mia moglie in quel periodo ha intrapreso un importante percorso di studi in questo settore. Vuoi la verità? Senza quel percorso di analisi, non ce l'avrei fatta. Non avrei mai retto i lutti di Antoine e di Michele (Scarponi). Mi è servito tempo, tanto tempo. Ho dovuto capire perché facevo ciò che facevo. Ne avevo bisogno: lo facevo per i soldi? Per la fama? Per la fatica? Per prendere freddo e rompersi le ossa ad ogni caduta? No, assolutamente no. C'è qualcosa in più. C'è sempre qualcosa in più dietro ciò che vogliamo fare. Le motivazioni profonde sono altre. Dovremmo tutti trovare il tempo di chiederci il perché. Perché facciamo ciò che facciamo? Non è facile. Anzi, è molto difficile. Ma è importantissimo».

Foto: Claudio Bergamaschi