Andrea Vendrame: «La mia rivoluzione»

Andrea Vendrame è un’opera puntinista. Le opere puntiniste hanno questa caratteristica: ogni dettaglio, ogni puntinismo, sembra quello che è e tanto altro se proiettato al di fuori della cornice in cui è inserito. Un dettaglio che si scompone e si ricompone tramite le pupille che lo fissano. Lo stesso dettaglio, però, è imprescindibile per l’opera che lo comprende. Ogni singolo punto è essenziale, come una finissima tessitura. Vendrame è così. Ti si presenta con quell’aria ironica e scanzonata che è il non plus ultra dell’intelligenza. Sa tenere attento l’ascoltatore e lo fa con gli aneddoti di cui infarcisce il racconto: «A maggio avevo detto al mio procuratore, Carera, che avrei voluto correre in Francia, in una squadra francese ed essere l’unico italiano. Abbiamo analizzato le diverse proposte e scelto per l’Ag2r La Mondiale. Arriva il giorno di partire per il ritiro. Il primo giorno ci aspetta una passeggiata nei boschi, tutti assieme. Devo dire che mi ero accorto che fra loro i ragazzi parlavano solo francese e scrivevano solo in francese ma ero fiducioso. Mi dicevo: “Ma sì, dai. Adesso ti chiederanno se parli francese, ti parleranno in inglese o faranno qualcosa”. Il francese non lo conoscevo molto bene, non mi restava che aspettare. Tu pensi che qualcuno sia venuto da me? Ma figurati! Non mi filavano proprio. Ho preso il telefono e, appena sono rimasto solo, ho chiamato il mio procuratore: “Puoi parlare? No, volevo chiederti: ma che scelta sbagliata abbiamo fatto?”». Ad ogni aneddoto una sensazione diversa. Ci sono casi, come quest’ultimo, in cui si ride assieme e altri in cui emerge un profondo senso di fierezza.

«Sono molto legato al mio successo alla Tro Bro León. In parte perché non me lo aspettavo assolutamente e, come tutte le cose inaspettate, è più bello. In parte per come è maturato. Ad un certo punto ho chiesto all’ammiraglia se qualcuno potesse portarmi una borraccia d’acqua. Prima non risponde nessuno, poi sento la voce di Cheula: “Vieni a prenderla tu, sei rimasto da solo”. Sono riuscito a vincere una corsa da solo. La sera sono tornato in albergo con la consapevolezza di chi sa che sta facendo il mestiere che fa per lui. L’anno scorso, al Giro, sono arrivato secondo nella diciannovesima tappa, dopo due salti di catena. Mi è spiaciuto per il secondo posto ma ho fatto un’ulteriore scoperta: quanto la gente riesca a ricordarsi di te e ad immedesimarsi nelle tue sfortune. Ho sentito tanta vicinanza, tanta immedesimazione». Questa ironia di Vendrame, questo piacere nel raccontare, viene da lontano. Da un passato che ne è l’esatto contrario. Già, perché Andrea Vendrame ha dovuto meritarselo questo sguardo sulle cose e lo ha fatto nell’unico modo possibile: «I miei genitori sono separati. Mio papà non ha mai digerito molto questa mia scelta. Mi diceva che non sarei mai riuscito a sfondare, a diventare un campione. Mi consigliava di lasciar perdere, mi spiegava che avrei dovuto mettere la testa a posto e cercarmi un lavoro. Discutevamo molto quando ero ragazzo. Io volevo fare il ciclista, avevo mia mamma e mio zio che mi appoggiavano e proseguivo per la mia strada. Papà si è ricreduto dopo, quando sono passato professionista e sono arrivati i risultati. Forse anche troppo facile così, ma è quanto è successo. I nostri rapporti sono migliorati in quegli anni».

Non è mai stato facile. In parte perché facile non è mai e in parte perché le vicende della vita ci mettono sempre del loro. Il sette aprile del 2016, mentre è in allenamento, Andrea Vendrame viene investito da un’auto proveniente dal senso di marcia opposto: «Se non avessi avuto il carattere che ho, non credo che mi sarei mai rialzato da quel giorno. Ero distrutto. Lo ammetto: nei giorni dopo l’incidente ho davvero avuto paura che fosse tutto finito. Per qualche tempo mi sono anche convinto a cercarmi un lavoro come diceva papà, sfruttando il mio diploma. Poi, per fortuna, le cose sono ripartite». Sul tema della sicurezza stradale l’affondo più severo: «Perché non proviamo a guardare quello che accade negli altri stati? Da noi continuiamo a parlare del metro e mezzo di distanza e di piste ciclabili. Secondo me bisognerebbe ampliare la visuale. Ci rendiamo conto che abbiamo piste ciclabili che escono accanto ad abitazioni familiari? Noi magari andiamo a quaranta all’ora: come facciamo ad usufruire di quelle piste? Esce una macchina dall’abitazione e ti carica sul cofano. Se va bene sei tutto rotto, se va male non ci sei più. Questa estate mi sono allenato più volte nel Principato di Andorra. Dietro di me c’era una fila incredibile di auto. Stavano lì, tranquille. Senza insultare o suonare il clacson. Non passavano nemmeno quando facevo cenno di sorpassarmi. Mi hanno detto: “Noi abbiamo rispetto dei ciclisti e li superiamo solo negli appositi spazi”. Da noi cosa succede? Da noi sembra una gara a chi ti passa più vicino o a chi fa la manovra più sconsiderata. Perché? Per risparmiare qualche minuto. Ma ci rendiamo conto che siamo tutti uomini? Si tratta di vite. Bisognerebbe partire dalla scuola guida e avere tutti un poco più di buon senso».

Se Andrea Vendrame dovesse scegliere un aggettivo per descriversi, sceglierebbe “rivoluzionario”: «Altrimenti perché sarei venuto a correre in Francia? Vedi che tutto torna? A parte gli scherzi: nel ciclismo sono così, rischio e improvviso molto. Sempre con l’adeguata preparazione, ci mancherebbe. Nella vita no, nella vita sono diverso. Ho imparato a scindere: ho figure di riferimento per la vita e figure di riferimento per il ciclismo. Sono molto riservato e i piani devono restare separati». Del suo lavoro apprezza molto l’aspetto del “gruppo”: «Penso una cosa: se al ciclismo togli il lavoro di squadra e la sensazione di famiglia che si crea, gli togli tanto tantissimo. Ma non vale solo per il ciclismo, vale per ogni lavoro. Se non resta quella, cosa resta? In Ag2r ho trovato questo. Dico sempre che Androni era una piccola famiglia, Ag2r una grande famiglia. Sono importanti entrambe. Ognuno fa quello che può con quello che ha e, se lo fa bene, merita riconoscenza».

Ogni tanto, qualche giovane avvicina Vendrame e gli chiede consigli: «Alla base di tutto c’è il fatto che devono divertirsi. Questo sempre. Ovvio che quando inizia a diventare qualcosa di simile a un lavoro, anche prima del professionismo vero e proprio, le cose cambiano. Ma io lo dico sempre: non devono fermarsi. Anche se non vincono, non devono fermarsi o buttare tutto all’aria. Dopo ogni caduta, si torna in sella: è un dovere. Si riflette, si capisce dove si è sbagliato ma non si molla. Il passaggio al professionismo è un passo davvero difficile, oggi in particolare. Se ci credono, però, hanno il dovere di tentarci». Già, perché Andrea Vendrame sa bene cosa significa crederci. Lo sa per come ama il suo lavoro, per l’impegno e la coerenza che ci mette: «Non mi ha mai deluso il mio mondo. Certo, ci sono stati tanti cambiamenti e tanti step da compiere. Gradualmente sono cambiato anche io, certo. Ma non sono stato deluso. Fossi stato deluso, non sarei qui. Fossi stato deluso, avrei cambiato strada. Non sarei rimasto in un mondo che non mi piaceva».

Foto: per gentile concessione di Andrea Vendrame, Getty Images


Martina Fidanza: «Così come sono»

Lo si capisce subito. Bastano pochi minuti di chiacchierata per averne la certezza: Martina Fidanza è una ragazza coraggiosa. Molto coraggiosa. Ed è coraggiosa perché non ha paura di raccontarsi, nemmeno in quelle sfumature caratteriali che i più omettono di dire. Sì, le omettono perché poi la società ti convince che certe cose non vanno dette, altrimenti vieni considerato debole o magari non vieni proprio considerato. Lei questa cosa l’ha capita bene, lei sa quanto quelle piccole fragilità siano preziose, siano il bello di ciascuno di noi, per quanto male possano fare e le racconta: «Sono una ragazza estremamente emotiva, da sempre. L’emotività è una sorta di cassa di risonanza che amplifica le sensazioni e, certe volte, le rende difficilmente sopportabili. L’emotività ti fa sentire di più. Io sono così, nella vita e nel ciclismo. Per questo patisco un poco, in particolare prima delle gare. Mi prende l’ansia e la paura di sbagliare, di fallire. In tanti mi hanno detto: “Ma perché fai così? In fondo, cosa succede di grave, se sbagli. Non succede nulla, proprio nulla”. Hanno ragione. L’errore forse andrebbe vissuto diversamente ma dentro di me ho questa spinta. Non so da dove mi arrivi, da cosa derivi. Non me lo so spiegare. Ci combatto e cerco di razionalizzare le situazioni ma poi quello che senti dentro vince quasi sempre».

Martina spiega che ha un rapporto complesso con gli errori, con i propri errori: «Sono molto severa con me stessa e mi giudico molto. Tra l’altro in maniera ferrea. Quando va male una gara fatico a vedere gli errori lucidamente. Mi colpevolizzo, mi dico che non ho fatto abbastanza, che avrei dovuto fare di più. Capisci che, a lungo andare, questo approccio è distruttivo. Mi salva papà». Papà che non è un papà qualunque. Non esistono papà qualunque, tutti i padri sono un poco speciali, ma il papà di Martina Fidanza, parlando di ciclismo, è un maestro. Si tratta di Giovanni Fidanza: «Non è scontato che il rapporto tra genitori e figli che fanno lo stesso lavoro fili liscio. Certe volte si può avvertire la pressione o il giudizio. Papà è esattamente l’opposto. Lui mi calma, lui mi mostra il lato buono delle situazioni, lui mi salva del pessimismo di fronte agli errori. Se c’è un momento della mia infanzia che ho sempre amato sono state le pedalate con lui. Lì ho imparato ad avere pazienza, a lasciare che il tempo passi. Giovanni riesce a spiegarmi dove sbaglio, chiaramente ma con una delicatezza tale che oltre l’errore si vede sempre la possibilità di fare meglio».

Martina è nata nel 1999 ed ha ventun anni ma il carattere che ha la rende molto più consapevole di alcune realtà: «C’è stato un periodo in cui mi raccontavo molto sui social network. Raccontavo proprio me stessa oltre l’aspetto puramente ciclistico o lavorativo. Mi sembrava giusto farlo e mi piaceva. Poi ho capito. Proprio l’emotività fa si che ciò che mi viene detto mi resti attaccato addosso. Di più: l’emotività mi fa ascoltare molto ed anche assorbire molto di ciò che ascolto. Ho iniziato a sentire cose che non mi piacevano, giudizi gratuiti. Ci sono stata male e da allora ho cambiato modo di usare i social: le persone non ti conoscono e non sai mai come possono interpretare ciò che scrivi, tanto più che giudicare è molto facile. Così penso sempre tanto prima di pubblicare una foto o un post. Penso a quello che vorrei dire io e a quello che potrebbero capire gli altri. Ci sono tante cose che avrei voluto postare e non l’ho fatto. Credo sia giusto così». Quando parla di ciclismo parla di pista, di velocità, di adrenalina, di emozioni ma anche di sensibilità: «Nei momenti più belli ci sono indubbiamente le vittorie: lì coroni ciò per cui hai lavorato. Lì dai un significato a molte cose che qualche volta rischiano di perderlo. Quando sono caduta al mondiale, per esempio: un momento davvero difficile. Ma ci sono altri momenti per cui vale la pena di fare questo lavoro e sono tanti. Personalmente ricordo che, da piccola, sognavo di entrare nelle Fiamme Oro. Sai quei significati che quando sei bambino attribuisci alle cose? Per me entrare nelle Fiamme Oro voleva dire essere fra le più forti, voleva dire essermi realizzata. Ho pensato tante volte a come avrebbe potuto essere quel giorno. Oggi lo so, quel giorno è il mio orgoglio».

Dicevamo della sensibilità: «Credo che questo periodo, quello legato alla pandemia, debba insegnare a tutti a comprendere il lato sensibile degli atleti. La loro umanità. A fare qualcosa per quella sensibilità e quell’umanità. Perché i risultati arrivano da lì prima che dalla prestazione atletica. Se non stai bene mentalmente, se non sei sereno, diventa tutto difficile. Questo periodo è stato difficile perché non sapevamo nulla, non sapevamo cosa ne sarebbe stato del nostro lavoro durante l’inverno». Quella stessa sensibilità che le fa dire quella frase, davvero intensa, parlando di ciclismo femminile: «Noi cosa possiamo fare in più? Noi ci alleniamo, facciamo fatica e facciamo gli stessi identici sacrifici dei nostri colleghi uomini. Ci si può chiedere altro? Purtroppo il problema è economico, dovuto agli sponsor. La scelta di affiancare il calendario femminile a quello maschile ha portato dei risultati, come il WorldTour. Speriamo che si prosegua in questa direzione. speriamo che le cose cambino perché ce lo meriteremmo anche».

Martina Fidanza ci confida che, da bambina, il suo modello non era molto lontano. Era la sorella Arianna: «Immaginati di crescere vivendo i successi di una sorella come la mia. Ti senti felice per lei e diventa il tuo modello, la tua ispirazione. Essendo una sorella maggiore questo vale ancora di più. Lei va davvero fortissimo. Molti mi chiedono perché non ci alleniamo molto assieme. Perché mi stacca, io non vado forte come lei. Non so come faccia. Ci completiamo perché ci vogliamo molto bene ma siamo molto diverse. Lei è un poco più lucida nelle situazioni e questo mi aiuta molto». La grande passione di Martina Fidanza è il disegno, per questo ha scelto il liceo artistico: «Sono sempre stata molto testarda. Volevo fare il liceo artistico e l’ho fatto. Volevo uscirne con buoni voti e ci sono riuscita. Io mi sono trovata molto bene ma non è per tutti così. Credo sia un problema di società: la scuola tende a capire poco i ragazzi che fanno uno sport ad alto livello. Io ho fatto davvero tanti sacrifici e sono contenta di averli fatti. Studiavo ad orari improponibili. Ma non si può chiedere questo a tutti. Servirebbe maggiore comprensione». Se le chiediamo di rappresentarci il ciclismo su un foglio, lo immagina come un disegno astratto con tanti colori e tante sfumature: «Le parole, ogni tanto, non riescono a comunicare. Succede a tutti, no? Ci sono alcune cose che non riusciamo a dire a parole. Invece, con un foglio bianco davanti, tutti riusciamo ad esprimere ciò che proviamo. Basta una macchia di colore. Non serve essere artisti ed è un bene che l’arte sia accessibile a sempre più persone. Perché è un modo per comunicare, per trasmettere qualcosa agli altri, per fargli sentire qualcosa. Ne abbiamo bisogno. Tutti».

Foto: per gentile concessione di Martina Fidanza


Marco Frapporti: «Non mi mordo la lingua»

La fuga, per Marco Frapporti, non è solo la fuga, non è solo l'andare in avanscoperta per chilometri e chilometri, spesso da soli e con la consapevolezza che si tratta di un gioco impari, perché il gruppo ti inghiotte. La fuga è un modo di essere: «Io sono così, vivo così. Molto all'estremo, in prima persona senza troppe paure di assumermi le mie responsabilità. Ero così anche da ragazzino: se dovevo dire una cosa la dicevo, anche se poteva farmi danno. Non so controllarmi ed è un bene ma anche un male: a molte persone non piace la schiettezza, molte persone preferiscono le vie di mezzo o le mezze verità. Se vedo un torto o un qualcosa che percepisco come ingiusto, devo intervenire. Devo dire la mia e difendere la persona che si sente accusata. Sarebbe meglio stare zitti? Può essere ma non mi interessa».

Marco e Simona, sua sorella, correvano sin da ragazzini. I genitori gestiscono un'azienda e di ciclismo non conoscono quasi nulla ma vedendoli così appassionati decidono di buttarsi in una nuova avventura: raccolgono qualche sponsor, investono loro risparmi e danno vita a una squadra di ciclismo che cresce una sessantina di ragazzi, da giovanissimi a juniores: «Mi mettevo in testa al gruppo e scattavo. Per me correre significava stare lì davanti. Ritorna quel concetto del metterci la faccia: non è detto che si debba vincere ma se non ci si prova non ha senso. Ho fatto così per tante gare e alla fine mi sono reso conto che quel modo di interpretare le corse mi riusciva bene. Potrei dire che mi apparteneva. Sai, nell'andare in fuga, c'è qualcosa che si impara e qualcosa che appartiene al tuo dna». Il discorso si infittisce e Frapporti snocciola ogni meccanismo delle fughe: «Non è che in fuga ci si trovi. Quelli che aspettano di trovarsi in fuga, sono quelli che poi, in fuga, non vedi mai. Devi correre davanti e volere fortemente la fuga. Non a caso si dice "portare via la fuga". Vuol dire farsene carico. Puoi imparare, certo, ma una parte è istintuale. A tanti corridori si chiede di andare in fuga ogni mattina, per magari cinque o sei tappe. Non ci riescono, ci provano ma non entrano nelle fughe. Questa è una componente che o ti appartiene o non ti appartiene. C'è poco da fare. Poi subentrano altri meccanismi, quelli che in televisione non si vedono e si raccontano poco. Per esempio il barrage. Cos'è? Beh, quando parte la fuga puoi scegliere cosa fare e lo scegli in base a diversi fattori. Il primo è se nella fuga hai un uomo della tua squadra. Se non lo hai devi andare in testa al gruppo e tirare a tutta per riprenderla e, magari, provare a ripartire. Se lo hai devi "coprirgli le spalle". Noi lo chiamiamo "barrage". In sostanza ci sono tratti di strada più complessi, con strettoie, curve, dossi. Ecco, se hai un compagno in fuga, devi metterti in testa al gruppo e rallentarne l'andatura così da favorire il tuo compagno. Io lo ho fatto diverse volte per Giovanni Visconti, quest'anno».

Marco Frapporti racconta che il ciclismo per lui, Simona e Mattia, il fratello minore, è un forte collante: «Non esiste giorno in cui, sentendoci, non ci si dica qualcosa del nostro lavoro. Ci consigliamo o ci rimproveriamo, prendiamo spunto gli uni dagli altri e, magari, ci chiediamo, cosa avremmo fatto noi in quella situazione. Io e Simona ci somigliamo molto per indole caratteriale, Mattia no. Mattia è proprio tranquillo, uno dei classici ragazzi del tipo "se cade il mondo, mi sposto un poco più in là". Devo dirti che lo invidio, perché è fortunato, vive molto meglio rispetto a me». Di sicuro, quello che non manca a Marco è l'intensità che si riverbera sia sul fare che sul raccontare: «Provo sempre a vincere, purtroppo sono anche abbastanza sfortunato. Però mi emoziona vivere la corsa in un certo modo. Ricordo un paio di anni fa, in Israele, venni ripreso a due chilometri dal traguardo. Sì, ti spiace aver perso, ti rode, però per come sono fatto io ero comunque contento. Anche solo per tutta quella gente che ti applaude e per quei luoghi nuovi che hai visto. Di sfuggita ma li hai visti e tante persone non hanno questa fortuna».

Per parlare in maniera approfondita di Bruno Reverberi, di Gianni Savio e di Luca Scinto, tre figure che hanno segnato e segnano la sua vita da atleta, servirebbe un libro ma Frapporti ne tratteggia bene qualche caratteristica: «Reverberi ha sempre creduto che la differenza la fanno i corridori e, forse per questo, dei materiali o di altre finezze, si è interessato poco. In parte ha ragione perché se non vai, la bicicletta non può farci nulla. I materiali ed il contorno, però, sono importanti e credo sia sbagliato non considerarli. Savio è un "uomo passione". Ed è questa sua passione a fargli fare tutto ciò che fa, condivisibile o meno. Lui si butta molto nelle cose, magari anche senza conoscerle. Io, per esempio, non ho mai condiviso i suoi continui paragoni fra calcio e ciclismo: sono sport diversi, è inutile raffrontarli. In ogni caso, è un grande scopritore di talenti e allestisce squadre di ottimo valore. Scinto, fra i tre, è quello che sa meglio motivare. Ti tira fuori una grinta che nemmeno tu pensi di avere. Credo si noti anche dalla televisione». E Frapporti ha mai pensato a un futuro in ammiraglia? «Tanti mi dicono che mi vedrebbero direttore. Non lo so. I miei hanno un'azienda e, se dovessero aver bisogno, io non esiterò un attimo ad andare a lavorare da loro. Se mi arrivasse una proposta all'interno dell'ambiente del ciclismo la valuterei seriamente: questo è il mio mondo».

Lo sguardo su una realtà è tanto più interessante quanto più viene da chi quella realtà la vive. Ancor di più se chi fornisce questo sguardo non bada a ipocrisie e convenienze d'occasione: «Il ciclismo è un mondo solare, senza dubbio. Ma, con altrettanta franchezza, devo dirti che non è un mondo meritocratico. Non c'è meritocrazia. Molti interessi sono prettamente di natura economica e vengono gestiti da procuratori che hanno voce in capitolo e forza contrattuale. Questo va anche a discapito di corridori forti, che hanno competenze e professionalità. Non voglio peccare di presunzione ma credo che mi sarei meritato di più nella mia carriera. Questo detto con il massimo rispetto delle realtà per cui lavoro ed ho lavorato. Realtà a cui sono riconoscente».

Marco Frapporti non è solo questo. C'è tanto altro e prima o poi ve lo racconteremo ma, in primis, una novità: «Questi giorni a casa li sto vivendo molto bene. Mi sto dedicando alla mia compagna: è incinta, a maggio diventerò papà. I medici ci hanno detto che il termine è fissato per il 24 maggio. Speriamo tardi un poco e mi dia tempo di tornare dal Giro d'Italia».

Foto: Marco Frapporti, Instagram

Jacopo Guarnieri: «Alla mia ruota Démare»

«Eravamo in riunione sul bus, Arnaud ha guardato tutti negli occhi e poi ha guardato me: ''La strategia per la volata la decidi tu, Jacopo''. L'idea era questa: se la tattica è decisa dal direttore sportivo, c'è sempre la possibilità di ritrattare le proprie responsabilità di fronte agli errori, Démare, quest'anno, ha voluto cambiare per evitare questo meccanismo. Devo ammettere che non è stato facile: la prima volta, ad Abu Dhabi non ho preso la parola durante la riunione, non ho organizzato come avrei dovuto e la volata è andata male. Quella sera lo ho detto a tutti: ''Da domani si fa come dico io''. Bene, la tappa successiva non era una tappa per velocisti ma abbiamo provato tutti i meccanismi; ad ogni accenno di vento provavamo i ventagli, per dirti. Alla fine è un approccio mentale: se si vuole vincere, si va davanti e ci si assume le proprie responsabilità». Jacopo Guarnieri racconta così quei giorni d'inverno in cui ha preso forma un nuovo modo di correre per la Groupama-FDJ: «In televisione sembra che il mio lavoro inizi ai meno tre chilometri dal traguardo. In realtà inizia molto prima, magari a quaranta o cinquanta chilometri dall'arrivo. Arnaud si mette alla mia ruota e sa che può fidarsi, mi segue e riesce a trascorrere in tranquillità quel tratto di strada. La volata è un esercizio molto stressante, evitare un rilancio o una curva pericolosa, sapendo che chi ti guida ci penserà per te, è fondamentale. Lui in quei momenti può non pensare o pensare il meno possibile».

La costruzione del rapporto col suo capitano, per Guarnieri, è partita dalla naturalezza per poi approfondirsi: «All'inizio non c'è stato bisogno di capire molto. Sai, nel tempo, lavorando, si sviluppano meccanismi istantanei di comprensione. La conoscenza va oltre: ora sappiamo di cosa ha bisogno l'altro, quando le cose vanno bene ma soprattutto quando non vanno. Sappiamo come motivarci perché ci conosciamo». Qui Jacopo Guarnieri scava a fondo, una sorta di introspezione psicologica del suo capitano: «Arnaud è come lo vedete: calmo, pacato, estremamente educato. Una persona composta e non eccessivamente appariscente. Ma non è impalpabile, la sua presenza, magari silenziosa, si sente forte. Questo mi piace molto. Credo che la bicicletta, ma in realtà potrei dire lo stesso di qualunque altro sport, sia per Démare il modo per tirare fuori una grinta che altrimenti rimarrebbe nascosta. C'è una profonda differenza tra Arnaud pedalatore e Arnaud nella vita di tutti i giorni. Li accomuna la chiarezza: non sentirai mai Démare gridare ma stai certo che ti dirà tutto quello che pensa. E sarà chiaro, molto chiaro. Stimo questo lato del suo carattere».

Guarnieri spiega che, alla fine, per fare bene il suo lavoro, la stima per il capitano è imprescindibile, essere d'accordo su alcuni punti fermi è essenziale, come assomigliarsi, almeno in parte. La sua franchezza nel racconto, in questo senso, lo avvicina al suo capitano: «Non mi sono quasi mai trovato nella situazione di dover considerare piani b, durante la mia vita da ciclista. Da un lato ho sempre ottenuto buoni riscontri, dall'altro non ho mai dovuto rincorrere contratti all'ultimo istante. Sì, mi sono iscritto a Giurisprudenza e qualche idea l'ho sempre avuta ma restavano sullo sfondo. Ora, se ci rifletto, credo sia il caso di iniziare a considerare un piano b. Non per altro: non sono più di primo pelo in questo mestiere, ho certamente ancora qualche anno buono davanti a me, ma bisogna anche sapersi fermare. Ho qualche progetto ma, per scaramanzia, non lo dico. Il mio amore per questo lavoro è aumentato con gli anni. Il ciclismo è cambiato? Ma certo, come tutte le cose. Di fronte ai cambiamenti, però, hai due strade: lamentarti e rendere tutto molto più pesante oppure provare a capirli e farne parte. Se fai così vivi meglio e lavori anche meglio».
Ci racconta che in questi giorni sta vivendo ''l'apatia'': «Il Giro d'Italia è finito da un mese: da un lato sembra ieri, dall'altro il tempo sembra non passare più, sembra un'eternità. Non ho grandi mancanze ma mi mancano tutte le cose più normali: stare a tavola fino a tardi con gli amici, fare una passeggiata, andare ad un concerto degli Eels o di qualche gruppo rock. Forse mi mancano anche i traguardi che il correre in bicicletta pone. Quando si riprenderà, questa apatia si smorzerà». Nel suo lavoro porta una caratteristica caratteriale che definisce ''croce e delizia'' della sua persona: «Non è che sia conservativo ma per indole riesco meglio nelle corse a tappe. Forse è anche un bene per gli uomini con cui lavoro. Anche nella vita sono così: magari mi godo meno il momento ma penso al domani, progetto continuamente. I più giovani del gruppo lo sanno. Stefano Oldani, al suo primo Giro d'Italia quest'anno, era sempre alla mia ruota. Un giorno mi ha detto: ''Ti sto vicino perché mi fido, anche nelle tappe di montagna chiami il ''gruppetto'' al momento giusto. Mi sento sicuro''. Fa piacere. C'è da dire che questi giovani vanno alla grande».

Guarnieri vive in campagna e un'altra mancanza è data dalle persone. L'ultimo uomo di Dèmare sa bene cosa sia la fiducia e quanto faccia stare bene: «Ho lavorato in diverse squadre e mi sono sempre trovato bene. Sono anche stato fortunato a trovare questi ambienti, ci mancherebbe altro. In Groupama-FDJ c'è qualcosa in più, qualcosa che non ho mai trovato altrove. Si tratta di una considerazione profondissima per il ruolo del corridore. Una considerazione che va oltre le tattiche di gara, che, come ti ho detto, sono decise da noi, in molti casi. Qui sto proprio parlando di ascolto su ogni dinamica che possa riguardarci: la nostra opinione è sempre presa in considerazione. Che si tratti di materiali o altro, non conta. A fine stagione ci chiedono cosa è andato bene e cosa crediamo sia da migliorare e vogliono che la nostra risposta sia il più sincero possibile. Ascoltano attentamente quello che ci diciamo e ci lavorano. All'interno di Groupama-Fdj c'è una grande voglia di mettersi in gioco, di cambiare. Io lo dico sempre quando si parla del team Sky: loro hanno innovato ma sono partiti dal nulla. Cambiare abitudini consolidate è un'altra cosa, anche più difficile, se vuoi, visto l'animo umano. Credo sia uno degli elementi più importanti per fare gruppo. Non hai idea di quanto in più si sia disposti a dare, quando ci si sente considerati».

Foto: Jacopo Guarnieri/Instagram


Davide Formolo: «Avrai, avrai, avrai»

Il cellulare di Davide Formolo squilla alle diciannove: «Ti stavo aspettando». Non abbiamo tempo di dire granché, perché Davide riprende subito a parlare, una sorta di confidenza a cui tiene tanto: «Ma sai che sono proprio felice? Tutti mi dicevano: ''Così diventi papà'' e io rispondevo che sì, sarei davvero diventato papà. In realtà non puoi capirlo fino a quando non accade e ti vedi lì quell'esserino che piange appena nato. Un'emozione fortissima. Sono contento di essere qui, a casa, con Mirna, mia moglie, e Chloe, la nostra piccola. L'abbiamo chiamata così. In questo momento non potrei immaginarmi da nessun'altra parte. Non riuscirei mai a pensare di partire per qualche gara. Per fortuna adesso non ce ne sono, per fortuna adesso posso stare qui con loro». Davide Formolo era alla Vuelta a Espana fino alla penultima tappa, se è tornato un giorno prima è stato perché voleva vederla nascere la sua bambina: «Tre giorni prima di partire per la Vuelta, il ginecologo ci aveva detto che la bimba era ''bassa'' e sarebbe nata entro dieci giorni. Mi aspettavano tre settimane di Vuelta; il mio lavoro è importante ma come puoi perderti la nascita di un figlio? Non c'è nulla che valga tanto. Sono stato abbastanza agitato in questa Vuelta: appena finiva la corsa correvo ad accendere il cellulare, controllavo se c'era qualche messaggio di mia moglie. Lo stesso facevo nel pieno della notte o al mattino. Pensavo di trovare una foto sua con la bimba, pensavo che non sarei mai riuscito a tornare in tempo. Poi c'è questa situazione, quella legata alla pandemia, e i voli sono bloccati: per tornare a casa da Madrid ho dovuto fare scalo ad Amsterdam e poi a Nizza. Non ce l'avrei mai fatta ad essere a casa in tempo, ma volevo perdermi meno tempo possibile di mia figlia. Invece lei mi ha aspettato. C'ero anche io quando è nata».

Davide Formolo è un mulino di parole, a volte squillanti, a volte increspate dall'emozione: «In questi giorni ci stiamo scoprendo a vicenda. Per noi è la prima volta e non sappiamo tante cose. Ma anche per Chloe sono i primi giorni. Ha un pianeta da scoprire, per lei è tutto nuovo. È bello stare ad osservarla». Davide che è cresciuto in Valpolicella: «Fossi rimasto nelle mie terre, forse avrei fatto il contadino. Sono cresciuto lavorando la terra, con mio nonno e mio zio. Dopo la scuola, al pomeriggio andavo nei campi. Però, appena avevo un momento libero prendevo la bici e via, pedalare». Il legame con papà Livio è un legame fatto di tutte quelle cose che hanno condiviso. «Mi accompagnava a nuoto, andavamo assieme in bicicletta o a camminare nei boschi. Ha sempre tenuto al fatto che facessi sport perché gli piaceva vedermi mentre mi divertivo. Il Giro d'Italia? Ma io fino a diciassette, diciotto anni nemmeno sapevo cosa fosse il Giro d'Italia. Ho iniziato a correre, sono arrivati i risultati e va bene così ma io non mi sono avvicinato alla bicicletta per quello. Adesso che abito al mare, per esempio, non vedo l'ora venga il momento di immergermi con la tuta da sub. Lo devo a papà, a tutto quello che mi ha fatto scoprire». Racconta di essere testardo, nella vita come nel lavoro: «Può essere un bene o un male. A scuola ricordo che dividevo le materie fra quelle che mi interessavano e quelle che non mi interessavano. Delle prime sapevo tutto, delle seconde nulla. E potevano così dirmi che non era giusto, io andavo avanti per la mia strada. Sai quante volte, magari in prossimità di una gara, non guardavo più i libri e pensavo solo a correre?».

Correre, già. «Questa situazione non mi spaventa per il ciclismo. Il fatto di aver portato a termine questa stagione deve rassicurare; se ce l'abbiamo fatta quest'anno, possiamo farcela sempre. Le bolle hanno resistito, siamo stati messi nelle condizioni di lavorare al meglio. Questa situazione mi spaventa per gli sponsor che saltano, per le squadre che chiudono, e per tutte le persone che rischiano il lavoro. Ma il ciclismo è forte, il ciclismo resiste. Dobbiamo crederci di più. Questo sì''. Il ciclismo è forte ma non solo: ''Penso a Tadej Pogačar: lui vive tutto con la spontaneità di un ragazzo di vent'anni. Il ciclismo è cosa semplice, alla fine. Dobbiamo solo spingere due pedali. L'importante è fare il massimo e spingere al meglio su quei pedali. Cerchiamo di non appesantire le realtà che viviamo: lavoriamo bene e, quando possibile proviamo a dare spettacolo. Le persone lo meritano ed è giusto farlo. Però anche loro devono capire una cosa. Quando sono in gara mi concentro sulla corsa e non mi accorgo molto di quello che accade intorno. Tuttavia ci sono tanti tifosi che vengono a sbraitarti nell'orecchio mentre sei a tutta e questo non fa molto piacere. Anche adesso: rispettiamo le distanze di sicurezza, è importante per tutti. Si tornerà alla normalità ma sforziamoci di fare ciò che è necessario, per ora».

Il giorno più bello per Davide Formolo, da quando è atleta, è uno di quei giorni di cui si non si parla neanche tanto rispetto ad altre sue vittorie: «L'anno scorso ho vinto al Catalunya. Eravamo in ritiro da tanto e saremmo tornati in altura dopo quei giorni. Per me non era un momento facile, così ho chiesto alla squadra se mia moglie fosse potuta venire con noi. Bene, quel giorno io vinsi proprio nei momenti in cui Mirna arrivava in aeroporto a Barcellona per ripartire con la nostra squadra. Sono quelle coincidenze strane, tanto belle quanto rare. Riprovassimo, qualcosa del genere, non accadrebbe più». E al giorno in cui si ripartirà per le gare, Davide Formolo pensa mai? «Nella mia vita ho imparato a ragionare per priorità e necessità. Quando parto mia moglie mi manca, la bambina mi mancherà tantissimo, ma la vita da atleta dura poco e bisogna dare tutto affinché sia la migliore possibile. Ho scelto io questa vita, devo onorarla. Poi si torna a casa e la famiglia è qualcosa di unico ma bisogna ripartire. Anzi, bisogna sgommare, come dico io. C'è ancora tempo e questi attimi mi piacciono troppo per pensare ad altro».

Foto: Claudio Bergamaschi


Gianluca Brambilla: «Se il Monte Grappa el ga el capeo»

«Tornassi indietro, tornassi a quel 2010, e avessi la possibilità di parlare con il Gianluca Brambilla di allora, non gli direi molte cose. Gli raccomanderei di continuare a darci dentro, a spingere sui pedali, a far fatica e di avere cura dell'animo con cui si fa quella fatica. Lo dico perché l'entusiasmo è rimasto lo stesso ma tante cose sono cambiate. All'epoca non conoscevo quasi nulla di alimentazione e, forse, ero carente anche sulla conoscenza degli aspetti specifici dell'allenamento. Eppure andavo, eccome se andavo. Tutte queste nozioni mi hanno migliorato, ne sono certo, ma mi hanno reso anche meno ''leggero''. Ed essere ''leggeri'' in ciò che si fa, di quella leggerezza che non toglie ma aggiunge, è importante». Gianluca Brambilla racconta così i suoi inizi e parla del suo carattere: «Qualcuno mi dice che, alle gare, sembro abbastanza chiuso, antipatico. A dire la verità non sono neanche timido, sono un estroverso però serve tempo e conoscenza per aprirsi, per raccontarsi, per svelarsi completamente per come si è. Te lo insegnano le circostanze della vita che non ci si può fidare di tutti, che la confidenza è cosa rara. Non credo sia un difetto questo. Il mio più grosso difetto è non saper aspettare: sono la classica persona che vuole tutto e subito. La mia compagna mi dice spesso che Asia, mia figlia, deve aver preso da me».

In fondo stimiamo sempre le qualità che non abbiamo e sarà per questo che Gianluca Brambilla, quando parla di Vincenzo Nibali, si sofferma proprio sulla calma del siciliano quale aspetto saliente: «Sembra assurdo ma è lui a tranquillizzare noi. Vincenzo è calmo in ogni situazione, lucido razionale. Quando so che mi attende una gara, io vorrei partire subito. Vorrei allenarmi oggi e correre domenica. Devo entrare subito nell'ingranaggio della gara, altrimenti non sono tranquillo. Non va bene. Quest'anno, a malincuore, ho dovuto abbandonare il Giro d'Italia prima della terza settimana, ho provato a stringere i denti ma non ci sono riuscito, così l'ho seguito da casa. L'ho stimato tanto e sono più che mai dalla sua parte. Voglio dirlo ancora una volta. Le critiche che ha subito sono ingiuste, profondamente ingiuste. Lui sa reagire bene. Sono sincero, io non credo di saperlo fare. Non ci sono storie, qui si vedono i campioni». C'è di più, c'è il piacere di essere dove si è e di fare ciò che si fa: «Credo che il ritiro al Teide quest'anno sia stato uno dei più bei ritiri della mia vita. Ero con Giulio Ciccone, Antonio e Vincenzo Nibali. Non ti so spiegare molto, ti so dire che sono stato bene e questo spiega già tutto. Ogni squadra, ogni realtà, gestisce i ritiri in maniera diversa. Sai, in primavera, quando è stato chiuso tutto, sapevo che a fine anno mi sarebbe scaduto il contratto. Volevo dimostrare il mio valore ma non potevo farlo. Eravamo chiusi in casa, con i rulli, senza un traguardo da immaginare, una corsa da inventare. Guarda che è difficile. Non sai più da che parte girarti. Ora le cose sono diverse ma quel periodo me lo ricordo bene e non me lo scorderò facilmente».

Non serve un'ulteriore domanda perché Gianluca riprende a parlare dopo un attimo di riflessione: «Sono felice. Ho rinnovato con la Trek Segafredo per altri due anni. E sai il bello? Forse, in questa stagione, non ho reso come avrei voluto ma la squadra ha capito, la squadra mi ha dato fiducia sapendo quanto valgo. Ricordandoselo. Questo non è un caso, questo viene da un metodo di lavoro: siamo sempre tutti in contatto, anche se non corriamo. Ci conosciamo. Questo ti invoglia ancora di più a dare tutto. Così quando non stai bene, quando non riesci a fare la gara che vorresti, ti affianchi ai più giovani, li consigli e speri che ti ascoltino». Gianluca Brambilla, da ragazzino, giocava a calcio e studiava alla ragioneria: «Se ci ripenso oggi credo non sarei mai riuscito a fare il ragioniere. No, decisamente no. Credo la mia sia stata la scelta giusta. Ricordi quando nel 2016 ho vestito la maglia rosa al Giro d'Italia? Ecco, quando sali sul podio, lungo quegli scalini, ti passa davanti tutto ciò che hai fatto per essere lì. Ripensi a quando vedevi il Giro in televisione e ti dici: ''Vai Gianluca, vai che fra tanti quella maglia la indosserai tu. L'avresti mai detto?''. Pensi a chi ti vuole bene e ti commuovi perché vedi che li hai resi orgogliosi ed è una sensazione che non si può spiegare ma tutti la proviamo in qualche circostanza della vita. Soprattutto pensi a tutti i sacrifici che hai fatto, a tutto ciò a cui hai rinunciato. Se hai la mia fortuna, non rimpiangi nulla. Proprio nulla».

Ogni mattina, ma anche mentre parla con noi, anche se è quasi il tramonto, Gianluca Brambilla si affaccia alla finestra di casa e guarda verso il Monte Grappa. Un'abitudine o forse qualcosa in più: «Al Monte Grappa vado spesso in bicicletta, per allenarmi. Potrei dire che è la mia salita. A parte questo, però, è una veduta che mi appaga. Sarà anche per quel vecchio detto: ''Se il Monte Grappa el ga el capeo o che fa bruto o che fa beo''. Si tratta di un modo di dire anche abbastanza sciocco ma quella nuvola sulla cima del Grappa la controllano tutti, qui a Marostica».

Foto: Claudio Bergamaschi


Sulla strada - La storia di Andrea fedi

«Quando racconto quello che mi è successo faccio fatica a far capire quello che ho passato». Inizia così la storia di Andrea Fedi. Simile alle altre, diverse da tutte. Non c'è riscatto, né resurrezione, almeno a leggere il suo racconto, almeno da un punto di vista strettamente agonistico: la bici, una volta abbandonata nel 2017, la lascerà in garage senza mai più toccarla. Nel vero senso della parola. C'è un cambiamento così veloce al proprio modo di vivere che sembra appartenere all'esistenza di qualcun altro – non dice proprio così Fedi, ma il senso è quello.

Un balzo, un cambio che lo porta da un'altra parte, dopo aver annusato il vertice del ciclismo e aver sognato di diventare campione: ciò per cui ti batti quando sei ragazzino e inizi a pedalare, a fare sacrifici, a crescere più in fretta degli altri tra privazioni e sacrifici: «Però c'è un compromesso: fare il ciclista è il mestiere più bello del mondo».

Perché c'è l'adrenalina delle corse, c'è la sfida contro te stesso, c'è la semplice passione che diventa come un corso d'acqua che passa e raccoglie tutto e poi si ingrossa fino a sfociare da qualche parte.
C'è la strada che nasconde un'insidia dietro l'altra. «Quello che mi ha portato a smettere è stato veloce, repentino». Travolto, trascinato come se invece di essere lui quel fiume, ne fosse stato colpito. Passa professionista tra belle speranze. Un secondo posto a Plouay, mica la Corsa del Prosciutto – e non ce ne voglia lo stesso Fedi che a San Daniele, patria del prosciutto, vinse una delle classiche più celebri del panorama Under 23.

Il secondo anno da professionista inizia col botto: prima nei risultati, poi quello che mette fine alla sua carriera facendogli iniziare un calvario dal quale scende solo una volta deciso di mollare per sempre la bici. Quarto a Camaiore, vince il Lagueglia pochi giorni dopo con un'azione che sarebbe potuta diventare un marchio di fabbrica, ma che invece resterà solo qualcosa da raccontare come inizio della fine, almeno quella in bicicletta.

«Passano venti giorni dalla mia vittoria a Laigueglia, cado alla Coppi & Bartali e picchio il ginocchio sinistro. Risultato? Una lesione tendinea che però non mi viene diagnosticata in tempo e che mi rovina il ginocchio e mi distrugge la carriera. L'ho trascurata; sono entrato in un circolo vizioso condizionato in parte della squadra, in parte da tutti quelli che mi stavano attorno. In parte da me. Era la stagione in cui dovevo dimostrare chi ero. I risultati stavano arrivando e tutti mi mettevano pressione, io stesso mi mettevo pressione. “Non puoi mollare adesso, non puoi mollare adesso”, mi ripetevano e mi ripetevo come un mantra. E io ho insistito sul dolore, sulla botta, che poi proprio una semplice botta non era».

I problemi si sommano, «arrivano a cascata» - puntualizza Andrea con il tono di chi ormai ha saputo mettersi alle spalle quei momenti, di chi ha saputo trovare in una nuova vita un presente e un futuro a cui aggrapparsi, per guardare col sorriso a quello che è stato il suo passato.
«Mesi di riabilitazione che parevano infiniti. Era marzo quando mi feci male, sono rientrato alle gare ad agosto e senza risolvere nulla. Ho continuato a fare riabilitazioni su riabilitazioni, ma il ginocchio aveva perso elasticità, non lavorava più bene. Poi ho affrontato l'inverno tra 2016 e 2017 mettendomi il cuore in pace, ma con l'idea di ripartire bene, facendo solo fisioterapia in un centro specializzato a Forlì. Da qui iniziano le frustrazioni».
I medici gli ripetevano: “Andrea il ginocchio è a posto”. «Ma io, come salivo in bici, avevo un dolore tremendo. Non riuscivo a saltarne fuori. Ho girato mezzo mondo per salvare la carriera. Consulti con dottori, specialisti, osteopati, e tutti mi dicevano: “questo è un ginocchio un po' problematico ma per lo sport che fai tu non ci sono complicazioni”. E le frustrazioni continuavano».

Andrea Fedi non riusciva a spiegare a chi gli stava intorno quello che stava succedendo. Come un film che nessuno ha mai visto, un sogno, in questo caso un incubo, che in quanto tale appartiene solo a te stesso e dal quale non riuscire a venirne fuori. Un rompicapo. Uno spettro che fa capolino. «Dalla squadra, ai familiari, al procuratore, alla mia ragazza. Io tornavo a casa e dicevo: “non riesco ad allenarmi, non riesco più a gestire questa situazione, non riesco più a sostenere e a combattere contro questa frustrazione”». A maggio 2017, Andrea decide di smettere. «Non ce l'ho più fatta. Non ho retto la pressione. Come essersi liberato di un macigno di due tonnellate che pesava sulle spalle».

Più leggero, dopo essersi scrollato di dosso quei pensieri che nel giro di poche settimane da granellini di polvere divennero blocchi di zirconio. Capace finalmente di mandare giù il boccone, dopo aver eliminato quel groppo in gola che rischiava di strozzarlo, Andrea stacca da tutto e tutti e vola in America. «È stata la mia salvezza. Vedete, io amo il ciclismo, ma c'erano tanti, troppi interessi dietro la mia scelta, nascosti dietro la mia vita: contratti, sponsor, procuratori, squadra. Però amo anche viaggiare e allora l'unico modo per immaginarmi lontano da questo mondo era staccare completamente. Andai a Los Angeles, affittai un'auto e iniziai a fare il turista». Fuggire dalla strada e cercare catarsi e purificazione sulla strada. «Avevo bisogno di stare lontano da tutte le persone che altrimenti avrebbero continuato a dirmi: ”ma che hai fatto? Perché hai smesso?”»

Ma quel viaggio non poteva che ricondurlo prima o poi al ciclismo. Andrea ricarica le batterie, riprende contatti con quel mondo che aveva rifiutato e rientra dalla porta di servizio. «La mia vita è sempre stata il ciclismo. E dopo quel periodo di stacco volevo ritornare, ma non come corridore. Avendo sempre avuto la passione della meccanica presi contatto con Citracca e iniziai a lavorare come autista e meccanico». Ora lavora per la Bardiani CSF Faizanè Pro Team, si occupa del magazzino, dei fornitori: poche settimane fa ha fatto il suo primo Giro d'Italia in ammiraglia come meccanico. Un'esperienza fantastica, la definisce.
È di nuovo raggiante Andrea Fedi, nel raccontare la sua nuova vita. «E da qui cambia tutta la prospettiva nel valutare un ragazzo che corre in bici. Quando sei tu a correre, quando sei sotto i riflettori, non ti accorgi di tante cose. Solo ora vedo i sacrifici e le rinunce. Solo adesso sto vivendo una vita normale. Se tornassi indietro non so se riuscirei a rifare di nuovo la vita del corridore. Sin da bambino cresci facendo il ciclista, quindi sei abituato a correre, sei mentalizzato e stimolato per arrivare, per vincere, hai fame di successi e quindi riesci a sopportare tutto. Ma quando vedi com'è l'altra vita ti fai una domanda alla quale sai anche come rispondere: ma come sono riuscito a fare tutto questo?».

Oggi Andrea, oltre a essere meccanico è anche padre, felice, nonostante quando ci ha risposto al telefono stava ancora aspettando l'esito del tampone, dopo aver passato le ultime settimane a casa in quarantena, perché positivo. «Però la verità è che non potrei stare meglio. A casa, con un bimbo appena nato, con la mia famiglia, finalmente mi godo un po' anche loro». Oggi a casa, da domani ancora sulla strada.

Foto: Bardiani-CSF-Faizanè


Fausto Masnada: «Quel giorno allo Stelvio...»

Se chiedete a Fausto Masnada di parlarvi del suo carattere, vi parlerà del suo nervosismo: «La prima parola che mi viene in mente è proprio "nervoso", una sorta di caratteristica primordiale. Sono così dalla nascita, per qualunque situazione che non riesco a controllare come vorrei. A questo bisogna aggiungere il fatto che ho una spiccata competitività: se giochiamo a carte e perdo, mi arrabbio, se faccio un allungo su una salita e non riesco a passare per primo mi vengono i nervi. C'è un lato del mio orgoglio che trabocca». Un nervosismo da tenere a freno come un ronzino imbizzarrito da domare: «Devo fare i conti col fatto che il mio è un lavoro e questo aspetto deve essere tenuto a bada, frenato. Lo sfogo alla sera, quando torno in camera. Quando sono da solo. Non devono essere gli altri a farne le spese. Sto lavorando molto su me stesso per trovare quella tranquillità interiore che mi permetterebbe di gestire questi scatti di nervosismo. Ci vorrà tempo ma è un lavoro da fare giorno per giorno, soprattutto nelle situazioni che li suscitano».

Il 22 ottobre, al Giro d'Italia, si scalava lo Stelvio: Fausto Masnada, come tutta la Deceuninck-Quick Step, era accanto alla maglia rosa, il portoghese João Almeida: «Dall'ammiraglia è arrivata la comunicazione: "State accanto ad Almeida, sta pagando". Quando lo abbiamo affiancato, João era preoccupato e molto nervoso. È normale, perfettamente normale. Il problema è che queste situazioni vanno gestite e serve lucidità. Come ho iniziato a fare il ritmo mi ha detto di accelerare, poi di rallentare, poi nuovamente di rallentare ed ancora di accelerare. A quel punto ho avuto uno scatto di nervoso anche io: "Basta. Ora non si parla più. Si tira dritto e si arriva assieme al traguardo, i Laghi di Cancano sono ancora lontani e questo tira e molla peggiora solo la situazione". Da quel momento non ha più parlato nessuno sino a dopo il traguardo. João è un ragazzo molto intelligente, ha capito che se ho reagito così è stato per il bene di tutti ed alla sera è venuto a ringraziarmi. Perché dico questo? Perché mantenere la lucidità è fondamentale per noi stessi e per i nostri compagni. Quel giorno sono stato io a supportare Almeida ma nei giorni prima Ballerini e Keisse avevano fatto lo stesso. Quando si indossa la maglia rosa si è sempre più stanchi, João ha gestito la situazione in maniera invidiabile dimostrando una forte maturità». Un approccio collettivo ai problemi che risente dell'impronta data dalla dirigenza della squadra: «In Androni ho imparato cosa volesse dire correre fra i professionisti, seguendo una tattica di squadra e non andando allo sbaraglio, ognuno per proprio conto. Alla CCC devo il passaggio nel WorldTour: ho preso una strada diversa ma la loro fiducia è rimasta immutata ed è difficile trovare chi crede in te anche quando prendi altre vie. Loro lo hanno fatto e gli sono riconoscente. Il WorldTour mi ha permesso di lavorare con professionalità sempre più raffinate e di vivere gare sempre più prestigiose. La Deceuninck-Quick Step ha aggiunto ancora qualcosa: la comprensione dell'importanza del gruppo e della serenità nel lavoro». Ovvero? «La prima cosa in Deceuninck è l'affiatamento dei compagni, controllano che si vada tutti d'accordo e se qualcosa non va intervengono in prima persona per parlare e risolvere. Parlare è importantissimo. Poi c'è la serenità dell'ambiente: le pressioni si avvertono solo in gara, prima e dopo si lavora seriamente ma nel contempo si ride e si fanno battute. Lavori meglio, ottieni risultati e in più ti diverti».

All'inizio di questa stagione, proprio questo aspetto è stato messo a repentaglio dalla pandemia: «Tutto è più difficile quando si lavora in bolle, si dorme in camere singole ed anche i contatti esterni sono limitati. Io ho sofferto molto questa situazione. Sai, ero arrivato a sviluppare una vera e propria fobia da contatto. Un'ansia abbastanza invadente per ogni risultato dei tamponi, l'incubo di non poter gareggiare. Ero teso per quello, non per i risultati delle gare. Vivo a Montecarlo e qui le restrizioni sono state inferiori, così in questi giorni sono riuscito a rivedere qualche amico e anche Giulio Ciccone. Del resto, io al ciclismo sono arrivato proprio grazie ad un amico che mi convinse a gareggiare con lui. Lui ha smesso ed io corro ancora. Pensa te com'è la vita! L'aspetto di condivisione mi interessa molto. Credo anche molto al fatto che quest'anno abbia reso il ciclismo più forte. Capisci cosa intendo? Un poco come quando si passa un momento brutto e se esce. Poi credi più in te, sai che se hai passato quel periodo puoi farcela altrettante volte. Il ciclismo deve ricordare questo». A Masnada piace raccontarsi, lo fa volentieri: «Non avessi fatto questo lavoro probabilmente mi sarei inventato qualcosa nel mondo della comunicazione social. Raccontare una storia, far conoscere un dettaglio, anche un marchio. Deve essere piacevole».

Quando le parole tornano sulle corse, l'orgoglio di Fausto Masnada prende forma. Un orgoglio molto particolare perché è l'orgoglio di chi ha fatto qualcosa per gli altri e ne è fiero: «Sono fiero di ciò che ho fatto al Giro. Ti rendi conto? Ho lavorato per la maglia rosa, sono stato il treno della maglia rosa. Come posso non esserne felice? Se mi dicessero in questo istante che l'anno prossimo avrò lo stesso privilegio, metterei la firma. Dal punto di vista personale sono soddisfatto del decimo posto di quest'anno. L'idea è quella di lavorare per un piazzamento nei primi cinque in una grande corsa a tappe. Per questo durante l'inverno farò lavori specifici sulla posizione e sui materiali da cronometro. Non posso trascurare questi aspetti. Proprio mercoledì ho ripreso gli allenamenti cercando di allineare quantità del lavoro alla qualità». Questo inverno, probabilmente, tornerà a lavorare anche con Remco Evenepoel ma su di lui, Masnada, ha già molto da raccontare: «Se parlassi delle qualità tecniche e tattiche di Remco scadrei nel banale: dove ha gareggiato, ha quasi sempre vinto. A me, più di tutto, ha sempre colpito la sua umiltà, davvero un ragazzo alla mano. Quando è stato annunciato il mio arrivo in Deceuninck è stata la prima persona a scrivermi, a cercarmi, per un "in bocca al lupo". Un messaggio inaspettato che mi ha fatto felice. Non che a Remco Evenepoel serva il mio augurio di buona fortuna ma a chi si pone con queste delicatezze nei tuoi confronti non puoi che augurare il meglio. Sono certo sarà formativo lavorare con lui. Non vedo l'ora».

Foto: per gentile concessione di Fausto Masnada


Alberto Bettiol: «Ti racconto questa»

«Ti racconto questa: sai a che ora sono andato a letto la sera prima del giorno in cui ho vinto la Coppa d'Oro? Alle quattro del mattino. Eravamo in questo albergo a far baccano con i miei compagni e il sonno non veniva mai. Sono andato a letto a quell'ora ed il giorno dopo ho vinto. Non lo dico per vantarmi. Lo dico perché oggi una cosa di questo tipo non accadrebbe più ed è un peccato». L'intervista con Alberto Bettiol scorre fluida, all'ora di cena di una gelida serata di novembre, tra la sua parlata toscana, qualche risata e diversi aneddoti. Ogni racconto, anche se giocoso, scherzoso, contiene un insegnamento. Ed è questa la migliore forma di leggerezza, quella che è in grado di riflettere profondità schivando la pesantezza.

«Ci sono gli sponsor che investendo vogliono risultati e i direttori sportivi che, forse poco consapevoli, si rifanno sui ragazzi. Parliamo di bambini di otto, dieci, anni che fanno i rulli o che ricevono in regalo biciclette in carbonio e pedali da professionisti. A cosa serve quella bicicletta ad un bambino che deve fare dodici chilometri? Così si bruciano le tappe e quei ragazzi divenuti allievi non vivranno più quegli entusiasmi che, per esempio, io ho vissuto. La mia prima bicicletta in carbonio, l'ho avuta da juniores, a sedici anni, e per assurdo pesava di più di quella in alluminio perché era un carbonio grezzo ma a me sembrava di aver sotto una Ferrari. Quando ho avuto il mio primo potenziometro, il mio primo srm, da professionista mi sentivo una divinità in terra. Molte volte sono anche i genitori che, credendo di fare del bene, esasperano ogni situazione. In realtà si arriva a casi gravi, a ragazzi che diventano anoressici o bulimici per inseguire le brame genitoriali. Io dico sempre di dover ringraziare i direttori sportivi e le persone che hanno consigliato il mio babbo quando ero piccolo. Hanno sempre detto che avevo delle capacità ma hanno evitato ogni esasperazione. Anche la società, oggi, va in una direzione opposta con la continua ricerca dei risultati. Ma che senso ha il protocollo cerimoniale nelle gare dei più piccoli? Ai bambini non interessa, i bambini di quel risultato si ricordano per pochi minuti, poi vogliono andare a giocare a basket, a calcio, a passeggiare in compagnia nei prati. Il bello in quell'età è proprio questo. Per me il ciclismo era la possibilità di andare lontano da casa, di stare fuori a dormire, di festeggiare con gli amici la fine dell'anno o il capodanno, di stare insieme, di fare gite. Mi sembra che tutto questo si stia perdendo nonostante i tanti volontari che investono soldi propri per aiutare i ragazzini, per portarli alle gare. Nonostante la loro dedizione».

Lugano, dove abita ora Bettiol, è lontano da quel condominio di Castelfiorentino in cui tutto è cominciato: «Noi abitavamo al terzo piano, al secondo c'era il presidente della società locale di ciclismo. Avessi abitato in un altro condominio forse questa storia non sarebbe mai iniziata. Papà mi ha accompagnato ad iscrivermi alla società ma ho continuato anche a fare altri sport. C'era lo studio, c'erano gli amici e tante altre cose che, in quel momento, venivano prima del ciclismo. Può essere che una passione diventi un lavoro ma è un percorso per cui serve tempo. Un percorso graduale in cui i dubbi e i ripensamenti sono all'ordine del giorno, giustamente direi». A Castelfiorentino, in realtà, Bettiol ci è ritornato a fine stagione, lì ha festeggiato il suo compleanno: «Puoi immaginare la gioia di mamma, saranno stati più di cinque o sei anni che non ero a casa con loro il giorno del compleanno. Solitamente ero in vacanza in paesi caldi. Quest'anno non si può ma comunque mi sono regalato delle belle giornate». La sorella della mamma di Alberto Bettiol è insegnante e ha sempre insistito perché Alberto studiasse: «Mi ero anche iscritto all'università ma poi la mia facoltà richiedeva la presenza, quando ho siglato il mio primo contratto, mi sono fermato. Avevo un lavoro, avevo una sicurezza economica. Forse a mia mamma quella scelta non è piaciuta sul momento ma non si poteva fare altro. Ma anche lì: non sai quante volte mi sono chiesto se davvero volevo fare questo. Anche al passaggio a professionista, tante volte mi sono detto: vale la pena fare così tanta fatica per arrivare novantesimo? Sono davvero convinto di quello che sto facendo? Ma io non voglio fare solo questo, io voglio studiare, voglio imparare. Cosa sto facendo? Sono ancora qui perché ho stretto i denti e perché ho trovato persone che mi hanno aspettato con una rara pazienza. Una pazienza che oggi manca. Ai giovani lo dico sempre: il problema non è passare professionisti, il problema è fare i professionisti e restare sempre professionisti». Il ciclismo di Bettiol è medicina «per non pensare a questa situazione, per sentire ancora una parte di normalità» e routine da cui, ogni tanto, staccare la spina: «Riposo, per me, è anche solo la consapevolezza di svegliarsi la mattina e non dover scegliere maglia, guanti, calze, casco e orario per uscire. Ogni tanto staccare è salutare».

Alberto Bettiol è un ragazzo estroverso: «Rido, scherzo, mi racconto molto ma c'è una linea di confine. Per gli affetti e le cose a cui tengo di più ho una cura particolare, queste cose le sanno in pochi, in pochissimi». Quella cura che, forse, è più difficile da preservare dopo la vittoria al Fiandre, l'anno scorso: «Mi dicono tutti che ho fatto un'impresa, che è una vittoria importantissima e mi elogiano. L'altra parte di quella vittoria, però, non la vede nessuno. Ho perso quell'irriconoscibilità, quel silenzio attorno che certe volte è necessario. Non solo sono più controllato in gruppo ma anche nella vita di tutti i giorni. Se Alberto Bettiol non pubblica nulla sui social per qualche giorno sono tutti a chiedersi che fine abbia fatto, cosa sia successo. Sono senza dubbio di più i lati positivi di quelli negativi ma esiste anche l'altro lato della medaglia. Io mi concentro su di me, sulla mia persona. Io sono più importante, poi viene il resto: è l'unico modo per affrontare la situazione». La prima volta in cui Bettiol ha rivisto integralmente quella gara è stato il 7 aprile di quest'anno, nel corso di una replica: «Non amo particolarmente rivedermi. Volevo invece tornare in quei luoghi a passeggiare da solo, a piedi. A guardarmi attorno, incontrando la gente, quella gente, che ha un legame così viscerale col ciclismo. Alcuni erano lì quel giorno. Cosa ho fatto quel giorno, l'ho capito quando sono tornato nelle fiandre quest'anno. L'avevo intuito dall'atteggiamento del pubblico alle gare, da tutte le telefonate arrivate a mamma, papà e a mio fratello, dalla Rai ad attendermi in aeroporto al ritorno. Pensa che, la sera stessa, telefonarono a mio papà per fare delle riprese a casa mia. Lo dico sempre: se il Fiandre lo avesse vinto Sagan, Alaphilippe, Gilbert o Cancellara non sarebbe stato così. Invece lo ha vinto Bettiol e nessuno se lo aspettava. Questo è speciale».

E la pressione? Come si gestisce la pressione che una vittoria del genere comporta? «L'unica pressione che mi resta addosso è quella che mi metto io. A me gli appuntamenti importanti, caricano. Se so che devo correre il mondiale mi gaso, faccio tutto il possibile per arrivarci al meglio, torno dagli allenamenti arrabbiato se non riesco a correre come vorrei e, stai tranquillo, che non sbaglio. Quello che dicono gli altri è relativo. Di più. Quello che dicono gli altri è spesso condizionato da quello che diciamo noi. A me fanno sorridere le colpe date alla stampa. Voi scrivete quello che diciamo noi. In un certo senso invidio i giovani che fanno dichiarazioni mirabolanti. Beati loro che hanno tutte queste sicurezze. Io non ci riesco. Io posso dire che mi impegnerò al massimo, che farò il possibile ed anche di più, ma non mi metterò mai, da solo, fra i favoriti di una corsa. Non mi appartiene caratterialmente e credo sia un bene».

Lo è, Alberto. Lo è.

Foto: Claudio Bergamaschi


Enrico Battaglin: «Sono nato qui»

I luoghi in cui Enrico Battaglin è cresciuto sono gli stessi in cui vive anche adesso e questo torna molte volte nel suo racconto: «Sono cresciuto tra Colceresa e Marostica. Quando mi guardo attorno e vedo questi luoghi ripenso a quando ero ragazzino. Le domeniche d'inverno, quando non corro, mi piace andare in centro a Marostica con mia moglie, sedermi al tavolino di un caffè e fare colazione. Oppure andarci al pomeriggio e fare un aperitivo. Noi, lì, senza troppi pensieri, senza preoccupazioni». Sono proprio questi i luoghi in cui ogni tanto fantastica, spaziando tra passato, presente e futuro: «La mia è una famiglia di contadini. Mio nonno coltivava i campi e aveva animali. Mio papà ha lavorato in ditta ma ora che è in pensione ha ripreso a coltivare mais e a curare i campi. Quando posso mi piace dargli una mano. Chissà, magari un domani. Non so se riesco a spiegarlo a parole ma c'è una soddisfazione particolare in quel prodotto che raccogli dalla terra, è qualcosa di tuo. Lo raccogli, lo depositi nelle cassette, lo guardi e sai che è opera tua. Che il tuo sudore e la tua fatica hanno dato la possibilità a quella frutta o a quella verdura di essere lì, matura, in quei cesti». E sono questi paesaggi, questa terra e queste persone a mancargli quando è via: «Il mio tempo, in questi giorni, è per Arianna, mia moglie, per i miei nipoti, Mattia e Luca, e per il mio cane Leo. Non ho fatto vacanze, sono stato solo un giorno al mare, a Caorle, ma nulla di che. C'è un gusto molto intenso nell'essere qui con loro».

Una condivisione che è mutata nel tempo e lo ha reso l'uomo che è oggi: «Sino a due anni fa vivevo con i miei genitori. Nel 2018 mi sono sposato e sono andato a vivere con mia moglie. Un passo importante che mi ha reso felice. Credo di aver imparato molto in questo periodo, proprio come persona. Non ero capace di fare molte cose, ho dovuto imparare e penso che questo mi abbia fatto bene». Quest’inverno Enrico Battaglin ha lavorato tanto, a marzo, però, sembrava tutto finito: «Ci siamo trovati a fronteggiare qualcosa che non conoscevamo e questo paralizza. Siamo ancora in un momento difficile ma sappiamo come muoverci e questo deve essere un motivo per sperare. Quando dico che la situazione attuale è diversa da quella di questa primavera intendo proprio questo». Questa consapevolezza nello scorrere del tempo lo rende sereno: «Come torno in Bardiani? Intanto più vecchio, dici poco? A parte gli scherzi, sono già passati cinque anni. Lavorerò con molti giovani e mi piacerebbe lasciare loro qualcosa di quello che ho appreso nel WorldTour. Molte volte basta poco, un consiglio da niente e la tua strada è più semplice. Io vorrei fare questo per loro, altrimenti a cosa serve il tempo che passa?». I giovani gli stanno particolarmente a cuore e la sua riflessione al proposito è profonda: «Si inizia sempre per gioco, poi da Under23 intuisci che potrebbe essere qualcosa in più. Quando passi di categoria sei orgoglioso ma devi restare con i piedi per terra. Se ti illudi e molli un poco la presa rischi di buttare tutto all'aria. Quando sono passato io professionista eravamo più o meno tutti allo stesso livello, oggi in gruppo ci sono ragazzi molto giovani che hanno caratteristiche fuori dal comune. All'estero, poi, "maturano" prima atleticamente e anticipano scelte che noi magari facciamo più tardi. Ed è bello ma anche rischioso: appena vediamo qualcuno particolarmente bravo tendiamo tutti a fare paragoni col passato perché, in fondo, siamo alla ricerca del fenomeno. Forse dovremmo essere più cauti con le parole, faremmo del bene a tanti ragazzi».

Se parla di Steven Kruijswijk, Battaglin ripensa a quella tappa del Giro d'Italia 2016, a quella caduta mentre l'olandese era in maglia rosa e al Giro che fugge via: «Sono situazioni in cui non vorresti mai trovarti. Non sai nemmeno cosa dire perché a parole è sempre tutto più facile mentre nei fatti per superare certe batoste c'è solo il tempo. Consolare qualcuno è sempre difficile, farlo in una lingua che non è la tua è molto più complesso. Cerchi gli sguardi. Cerchi di smorzare quel senso di colpa che chi cade può avere con un cenno, un gesto. Cosa puoi fare? Ricordo come fosse ora quella sera, a cena. Non riuscivamo a parlare, occhi bassi, tanta delusione». Qui subentra la conoscenza tra capitano e gregari: «Sembra facile, in realtà è un finissimo lavoro di conoscenza che si perfeziona negli anni. Ogni uomo è diverso, ogni capitano è diverso e vuole cose diverse. Per conoscersi bene servono un paio di anni di lavoro spalla a spalla. Accade come per i treni: un treno vincente è un treno con meccanismi affinati, l'esperienza lo conferma». Gli anni in Lotto Jumbo gli hanno fatto conoscere anche Primoz Roglič: «A me hanno sempre sorpreso i suoi valori. Perché è arrivato tardi al ciclismo altrimenti sono convinto potrebbe aver già vinto un Giro, un Tour e forse anche una Vuelta in più. Impara molto velocemente: nei primi tempi aveva più difficoltà a muoversi in gruppo, cadeva o restava nelle retrovie. Ora è davvero abile. Ci sono sempre stati buoni corridori fra gli sloveni, in questi anni è avvenuta l'esplosione». Sarà per quell'umiltà che lo caratterizza, sarà per come ha vissuto la sua carriera da ciclista, sarà per quella terra che lo ha cresciuto ma Enrico Battaglin preferisce raccontare ciò che farà per avverare i sogni degli altri, i suoi sogni li tiene nascosti, in disparte, e li racconta abbassando la voce, quasi per non fare rumore: «Ho già vinto tre tappe al Giro d'Italia, mi piacerebbe tornare a vincerne una. Quest'anno mi mancava così poco. Di sicuro quando vedrò il calendario segnerò diversi giorni con un cerchio rosso. Mi piace buttarmi, provare, inventare. Poi c'è quel sogno nel cassetto da tanto: inventarmi qualcosa alla Milano-Sanremo, magari arrivare in via Roma a braccia levate. C'è e lo custodisco gelosamente, tornando a visitarlo ogni tanto».

Foto: Claudio Bergamaschi