Sul Mont Ventoux, quando Kasia Niewiadoma, ai dieci chilometri dal traguardo, ha attaccato Demi Vollering e la maglia gialla Marlen Reusser, l’arrivo era lontano. Molto lontano. Dicono che Niewiadoma parta sempre troppo presto, almeno nelle volate, e forse è anche vero. Presto è partita anche oggi e sicuramente in molti avranno pensato che la tappa si sarebbe decisa più avanti, che lo scatto giusto sarebbe arrivato poi, che quella era un’azione bella, forse anche troppo bella, ma non decisiva. Sì, ogni ciclista ha una propria atmosfera, qualcosa che fa presagire o che la fa presagire. Ogni ciclista viene attesa in un determinato posto ed in un determinato modo, proprio a seconda dell’atmosfera che rimanda. Kasia Niewiadoma, nonostante in carriera un Tour de France lo abbia già vinto, nel 2024, sull’Alpe d’Huez, e nonostante nel palmares, oltre a tutto il resto, annoveri una Amstel Gold Race e un Trofeo Alfredo Binda, richiama da sempre un coraggio fuori dimensione, un cuore grosso così e un finale spesso triste o, comunque, non all’altezza del preludio.
Sarà perché, se è vero che ha vinto corse che l’hanno consacrata campionessa, è altrettanto vero che si è ritrovata ancor più volte ad un passo dal successo ed è stata beffata. Talvolta dalla sorte, talvolta da quel cuore e da quel coraggio straripanti che sono croce e delizia, come quasi tutto ciò che non rispetta gli schemi, la matematica, i dettami, le bilance e le misure. L’ultima volta è accaduto solo due giorni fa, a Belleville-en-Beaujolais: uno sprint lanciato lunghissimo, il traguardo a cinquanta metri, Demi Vollering che l’affianca e la supera assieme a Marlen Reusser. Terza Niewiadoma. Allora, quando ha attaccato sul Ventoux, tutti hanno sperato potesse farcela (almeno per la vittoria di tappa, il resto era troppo) e tutti, allo stesso modo, hanno avuto almeno per qualche istante la sensazione che sarebbe stato un amore caduto, un canto incompiuto, un sogno risvegliato troppo presto, una ciclista che ci prova e non ci riesce. Invece, sul Ventoux, Kasia Niewiadoma è arrivata sola. Ha vinto la tappa, conquistato la maglia gialla e ribaltato il Tour de France a due giorni dalla fine. Sul traguardo di questa pietraia bianca, c’era lei, la sua ombra e dietro il cielo, che pareva un faro, luce pura. Questa volta non c’era proprio nessun altro.
Pedalata dopo pedalata quel vantaggio iniziale è sempre aumentato. Kasia Niewiadoma ha messo il cuore ed il coraggio al servizio del vento: l’attacco era studiato per raggiungere in solitaria Chalet Reynard, punto in cui le folate di vento forte non avrebbero più consentito a nessuno di reagire, costringendo quindi ad assecondare la situazione già venutasi a creare. Niewiadoma ci è riuscita e Reusser e Vollering non hanno potuto che continuare a inseguire un miraggio. La loro pedalata non è mai parsa in grado di ridurre il vantaggio della polacca. Scriveva Gianni Mura che il vento è una mano che ti prende e ti ferma, ti spinge indietro. Chi perde qualche metro, appuntava, non lo recupera più. Lo scriveva nel 2000, quando quassù Marco Pantani superava l’americano, Lance Armstrong. Quel giorno il vento aveva addirittura spazzato i cartelli a segnalare il traguardo. Oggi le raffiche non sono così forti ma soffiano come sempre su questo monte bussola della Provenza, luna dei campi di lavanda. Anche il vento non ha dimensione, non ha quantità definita, straripa, non si fa contenere, sparpaglia il mondo e, poi, si quieta, sbattendo contro una montagna o contro il nulla. L’atmosfera di Kasia Niewiadoma è il vento, è questo vento. Quello che nel 1903 affrontò per prima Marthe Hesse quassù.
Ha pensato a tutto questo per mesi, Niewiadoma. Quando ha vinto il Tour era forte, aveva l’obbligo di tornare più forte per provare a vincerlo di nuovo. Questo è l’obbligo del ciclismo contemporaneo dove la crescita è costante per tutte e chi si ferma è perduta. É riuscita nell’intento senza stravolgere la propria idea di corsa e di ciclismo. E lei che non aveva mai vinto una tappa alla Grande Boucle l’ha fatto sul Gigante della Provenza, incrociando, in salita, lo sguardo dei genitori e gli occhi commossi del padre. Non le avevano detto che sarebbero venuti. Demi Vollering ha provato a scattare nel finale, ha guadagnato qualcosa su Reusser ma aveva già perso troppo da Niewiadoma. Reusser, sul traguardo, si è vista superare da Elisa Longo Borghini che, salendo del proprio passo, ha sfatato quello che Mura sosteneva valere sul Ventoux: se perdi un metro non lo recuperi. A proposito di quel che esonda e si rifiuta di farsi contenere.