Forse, ma dirlo adesso è facile e non conta nulla, il Tour de France 2011 ha iniziato a prendere forma nella testa di Cadel Evans almeno nove anni prima. Era il 2002, il Giro d’Italia percorreva la diciassettesima tappa, da Corvara in Badia a Folgaria-Passo Coe, e Cadel Evans era in maglia rosa. Quel giorno, un giovedì, arrivò quarantunesimo, a oltre diciassette minuti dal vincitore di tappa, Pavel Tonkov. È una crisi di fame ad insinuarsi nel corpo di Evans e a mandare alla deriva muscoli e pensieri, mentre le telecamere indugiano in quella sofferenza, occhi lucidi, gambe che sopportano il peso di dieci salite e polmoni che scoppiano. Quel Giro lo vinse Paolo Savoldelli, ma per Cadel Evans finì di fatto quel giorno, anche se arrivò a Milano. Un fuoco spento bruscamente. Il Tour de France 2011 nasce lì, in un giorno con la disperazione- sportiva, ci mancherebbe- dentro. Nasce lì anche se nessuno lo sa, nemmeno lui. Ha venticinque anni, Cadel, in quel momento, e tanto tempo per rifarsi. Tanto ma non troppo, perché un atleta, a venticinque anni, è già nel pieno della maturità. Australiano, di un paese piccolissimo nel nord dell’Australia con poco meno di cento abitanti, Evans è cresciuto vedendo il Tour de France in televisione e della Grande Boucle ha fatto il suo mito, la sua ossessione gialla. Gianni Mura, in una delle cronache dai suoi Tour, scrisse che Cadel Evans non aveva proprio il fisico da ciclismo, piuttosto sembrava quasi un meccanico. Può essere, però Cadel Evans fa di mestiere il ciclista, dice che il doping è merda, è timido, parla poco, ma quando è necessario sa essere uno dei più chiari del gruppo, ché la diplomazia su certe questioni non serve a niente e non è neppure bella da vedere. Ha vinto il Campionato del Mondo nel 2009, a Mendrisio, e nel 2010, al Tour ha mandato giù un altro boccone amaro: in maglia gialla, con una frattura al braccio, è andato alla deriva. Un altro fuoco spento. A trentatré anni, questa volta.
Ma del fuoco spento resta la brace e, se non si aspetta troppo, ciò che è stato può tornare. Cadel Evans è tornato al Tour de France 2011 e per tutta la Grande Boucle è stato lì, nelle prime posizioni, correndo da protagonista: ha vinto sul Mûr-de-Bretagne, ha fatto i conti con la lunga avventura di Thomas Voeckler in maglia gialla (fino alla terzultima tappa), in salita ha pagato dal più giovane dei fratelli Schleck, Andy, ma era anche normale che accadesse. Ha sofferto, ha aspettato, ha pensato, progettato, dato tutto: alla vigilia della penultima frazione, la cronometro di 42.5 chilometri a Grenoble, era terzo in generale, a 57″ dalla maglia gialla di Andy Schleck, davanti a lui anche il fratello Frank Schleck. Ma le lancette sono sempre state il suo mestiere: doveva stare tranquillo, fare il suo passo e non perdere l’occasione che gli si era presentata o, per meglio dire, l’occasione che aveva costruito, confezionato, con tutta la sofferenza che aveva addomesticato negli anni. A inizio Tour aveva chiesto poche cose: non avere infortuni, stare bene di salute e potersela giocare fino in fondo. Evans nemmeno lo sapeva, ma quel giorno tutte le televisioni in Australia, del suo paese e non solo, erano sintonizzate sul Tour, tutti aspettavano “Cuddles”, come era soprannominato. Non riuscì a vincere la cronometro, troppo forte anche per lui Tony Martin, tuttavia, giungendo secondo, rifilò oltre due minuti e mezzo al più giovane dei fratelli Schleck e conquistò la maglia gialla. Il giorno dopo, a Parigi, c’era solo la sua felicità, quasi ingenua, quasi incredula, quasi bambina. Chissà se davvero qualcosa di quel Tour è nato in quella brutta giornata del 2002 oppure in quella delusione al Tour 2010. Chissà se la sofferenza l’ha davvero aiutato oppure sarebbe stato lo stesso. Oppure semplicemente ognuno ha il proprio tempo ed è solo questione di aspettarlo e di andargli incontro. Perché a fuoco spento c’è ancora la brace.