Se, a Nevers, l’undicesima tappa del Tour de France, fosse uno dei tipici piatti di ceramica della zona, ai lati, in ordine sparso, avrebbe rappresentati alcuni degli ultimi corridori arrivati al traguardo di Le Lioran: Søren Wærenskjold, Phil Bauhaus, Baptiste Veistroffer, Sebastian Berwick, Fernando Gaviria, Tim Merlier, Pascal Eenkhoorn e Dylan Van Baarle. Magari, da qualche parte, anche la voiture balai che li seguiva, pronta a “raccogliere” chi, troppo stanco, avesse deciso di rinunciare. Di questi, però, martedì, non ha rinunciato nessuno: sono arrivati esattamente in quest’ordine, dall’ultimo al primo, come si contano i corridori del gruppetto nelle tappe di montagna. L’ultimo, Søren Wærenskjold, era con i corridori citati, ma, nel finale, ha pagato un’altra manciata di secondi ed ha tagliato il traguardo con 41’45” di ritardo, gli altri a 41’41”. Era stanco, Wærenskjold, sfinito, segnato, nella pelle e nella maglia, da una caduta. Se, a Nevers, la tappa fosse un piatto di ceramica, da qualche parte, sarebbe rappresentata questa scena perché, certamente, nel ciclismo tutto è collegato, figuriamoci in una corsa a tappe di tre settimane, dove anche la classifica segna la continuità. Poi il collegamento principale e più importante, almeno per questi uomini, non è il distacco cronometrato in classifica ma quello memorizzato dai muscoli visto che la maggior parte di loro sono gregari, oppure, come in questo caso, velocisti che, proprio a Nevers, vorranno giocarsi la tappa in volata. Perché la strada verso Nevers è piatta o, almeno, così si dice, anche se, in Francia, la pianura non è mai realmente tale.

Le strade tra campi ingialliti, alberi ombrosi, pochi a dire il vero, balle di fieno e qualche campo arato a disegnare un ciclista, sarebbero il contorno di quel piatto. Qua e là, in ordine sparso, come tutto ciò che si succede nei chilometri di una tappa, di qualunque tappa. Forse maggior risalto avrebbe quel ragazzo appeso alla benna di una ruspa, intento a pedalare, ai cinque chilometri dal traguardo, mentre il plotone transita con già in mente lo sprint. Si quel ragazzo sarebbe rappresentato più in grande, verso il centro di quel piatto, come verso il centro convergerebbero le scene del gruppo che si prepara e dei treni delle squadre dei velocisti che lo allungano nel tentativo di portare i propri capitani nel punto migliore possibile per aprirsi lo spazio necessario a lanciare la volata. La fuga potrebbe essere rappresentata in qualunque punto del piatto, perché così sono i fuggitivi: fuggono dal gruppo ovunque, lontano o lontanissimo dal traguardo, spesso nei frangenti più scomodi. Coloro che fuggono non potrebbero mai stare comodamente al centro del piatto.

Metteteli ovunque, dategli movimento, anarchia, sogno e desiderio. Dategli ingenuità, romanticismo ed idealismo. Dategli una testa pronta a tutto: spesso non hanno le migliori gambe, altrimenti opterebbero per altre soluzioni, ma la mente quella sì, quella sempre allenata a vedere possibilità, a immaginarsi cose. Julian Alaphilippe è l’esempio migliore, oggi. Per lui che ha vinto un Campionato del Mondo è insolito essere all’attacco in una tappa così, in uno di quei giorni in cui va via chi non ha altro in cui sperare. Alaphilippe non ha avuto solo speranze, le ha realizzate. Ma il tempo passa e cambia. Cambia tutti ed i ciclisti in particolare, gli sportivi in particolare, rendendo più difficile quel che prima era naturale. Allora si fanno più grosse le fantasie e più piccole le aspettative e si scatta. Alaphilippe sarebbe più grande del gruppo, come più grandi sarebbero Nelson Oliveira, Anton Charmig e Mathis Le Berre.

Il gruppo sarebbe, invece, più veloce, più caotico, più rumoroso, più confuso, verso il centro del piatto, al confine di una immaginaria linea bianca. La confusa ed a tratti assurda volata di Nevers andrebbe rappresentata così, con Søren Wærenskjold, Olav Kooij, Jasper Philipsen, Milan Fretin, Huub Aartz e Biniam Girmay. Dal primo all’ultimo (ultimo elencato, si intende) perché così si contano i velocisti in tappe come quella di Nevers. Wærenskjold era con loro e con tutto il gruppo, ma ha visto prima quel che gli altri hanno visto dopo o, forse, si sono proprio persi: lo spazio migliore per passare, accanto alle transenne e superare tutti. Era felice ed incredulo, con, sulla fronte, il segno del casco che si toglie dopo l’arrivo per gioire meglio. Søren Wærenskjold, ieri ultimo, oggi primo. Søren Wærenskjold che ogni tanto riesce a credere nelle proprie capacità, ma, spesso, molto più spesso, ha solo tanti dubbi, grandi punti interrogativi e un senso di incapacità nel proseguire. Non oggi: al centro della volata, del Tour, di Nevers e di una ceramica che non esiste ma che abbiamo pensato. Søren Wærenskjold giallo e rosso come i colori della maglia della UnoX-Mobility. Blu, come le ceramiche di Nevers e come la fragilità degli uomini.

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