Quando parte la Grande Boucle, l’estate è sempre già iniziata da qualche settimana, eppure, per intere generazioni, l’estate è sempre scoccata con il Tour de France. Sarà perché anche l’estate scatta solo per convenzione in un determinato giorno dell’anno, ma, in realtà, per tutti noi parte da chissà dove e ci viene incontro, fino ad una mattina in cui ci si sveglia e l’estate è fuori dalla finestra, mentre dalle tapparelle abbassate oppure dalle persiane socchiuse filtra la sua luce.
Per qualcuno l’estate è l’ultimo giorno di scuola, per altri il primo giorno in cui ci si avvicina ad un ventilatore e non si vorrebbe più andare via, così si lavora da lì. Per qualcuno coincide con la prima doccia gelata, per altri con i pantaloni corti e una maglietta più chiara. Per qualcuno con la prima bottiglia di una bevanda fredda da prendere dal frigorifero, per altri con una lattina di una bevanda gassata aperta al tavolino di un bar. Sulla patina di quel freddo, che sia vetro, plastica o metallo, d’estate tutti abbiamo scritto o disegnato qualcosa. C’è chi si accorge dell’estate da una musica alla radio, chi dai finestrini dell’auto abbassati, chi da un profumo nell’aria, chi da un sapore in bocca. Chi dall’albero su cui si arrampicava a raccogliere ciliegie, chi dal campetto in cui trascorreva i pomeriggi e dalla signora al bancone del baretto dell’oratorio che sapeva quali caramelle erano le nostre caramelle. Chi ha la pelle più scura, chi resta bianco e si scotta. Qualcuno l’estate l’avverte dalla prima zanzara che pizzica. Qualcuno sa che, se una zanzara si trova in una stanza, sarà lui ad essere il prescelto. Qualcuno si accorge dell’estate quando una band canta su un palco all’aperto e ragazze e ragazzi ballano vicini, altri quando una televisione trasmette partite di calcio dall’altra parte del mondo: è il Mondiale.
E poi c’è chi l’estate è una corsa in bicicletta in Francia. Balle di fieno dorate, girasoli più gialli che mai, asfalto che si scioglie, Alpi, Pirenei, tavoli e sedie di plastica nei campi o a bordo strada, tovaglie a quadri, cappelli di paglia, enormi biciclette con corridori che scalano e ruote che girano disegnate in quei campi, mosse da tante persone sotto il sole, e riprese dall’alto da un elicottero, la lavanda, il sonno del primo pomeriggio e la sera più tarda e più lunga. L’estate, allora, è iniziata ieri. A Barcellona, verso sera, con i colori della città che paiono scelti apposta per mettere in risalto le sfumature delle maglie delle squadre. Una cronometro a squadre ha dato il via al Tour de France 2026, l’ultima era stata, al Tour, nel 2019, ma questa volta il meccanismo è differente. Si corre a squadre, certo, ma il tempo è singolo per ogni atleta. Il cronometro, per ogni formazione, viene simbolicamente fermato sul tempo del primo corridore della medesima: spesso il più rappresentativo oppure il più forte nella specialità. Esercizio particolare quello in considerazione, perché la somma non fa sempre il totale. La squadra diventa un insieme da non scomporre, un delicato equilibrio da non perdere. Non si può “strappare” per usare il gergo ciclistico. Altrimenti si perde anziché guadagnare. La squadra è una fisarmonica. Così, almeno, ci pare e un filo d’aria asciuga una goccia di sudore.
Ci è mancato davvero poco e l’estate poteva essere Filippo Ganna in maglia gialla. Un italiano in giallo, in fondo, fa titolo d’estate, fa chiacchiere d’estate, quando ci si ritrova per parlare del Tour de France, con sul tavolo le parole crociate, una penna, le sigarette e in mano un ghiacciolo ai mille gusti. Invece non è bastato perchè quei due, leggasi Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard, hanno iniziato il solito ritornello e pure questo è sintomo d’estate. Il danese, questa volta, ce l’ha fatta: dodici secondi fra lui e lo sloveno, in mezzo Ganna. Non sono niente o quasi, è solo il primo giorno, però gli valgono la prima maglia gialla. Il ritorno a vestire quel colore dopo tre anni. Dirà questo nell’intervista post gara. Dirà che ha vinto impegnandosi molto, soprattutto, però, grazie ai compagni che si sono impegnati per lui. Sarà il solito Vingegaard, il ragazzo semplice, genuino, “giusto” che non susciterà grandi amori e tuttavia non si può non riconoscergli qualcosa di profondamente umano, pur in quella impassibilità da ragazzo del nord. Non c’è da andare lontano stasera, domani, si arriverà sempre qui, a Barcellona e chi è venuto apposta per il Tour potrà fare il pieno, à la bonne franquette, senza dover subito scappare. E se stanotte farà troppo caldo e si suderà basterà pensare che domani c’è il Tour. E se stanotte farà troppo caldo e si suderà sarà davvero perché l’estate è arrivata.