Ai tempi di Jacques Anquetil, si raccontava che sulla schiena de “La Caravelle”, durante uno sforzo, anche il più intenso, si sarebbe potuta posare una coppa di champagne e non una goccia sarebbe andata persa, tanto era immobile, elegante e maestoso quel corridore, pure quando andava addosso al vento. Qualcuno ha ironizzato, perché Anquetil non avrebbe mai sprecato così del pregiato champagne e, forse, aveva anche ragione, visto che non servono nemmeno questi paragoni per rendere l’idea della bellezza dove la si incontra. Anzi, le iperboli rischiano di sminuirla, anche se, indubbiamente, hanno il loro fascino perché contengono qualcosa di raffinato, delicato e studiato com’è l’esercizio di una cronometro.

Allora Filippo Ganna che percorre in 45’53” i quarantadue chilometri dell’unica cronometro del Giro d’Italia 2026, da Viareggio a Massa, e conquista la decima frazione con una media di quasi 55 chilometri orari, si descrive da solo, osservando ogni dettaglio di un ciclista in sella e squadrando ogni singolo particolare del tutt’uno, così pare almeno, Ganna-bicicletta. Oppure narrando di quel ragazzo che lavora per un’azienda che ha degli uffici sulla passeggiata di Viareggio e, per l’occasione, ha chiesto al direttore di essere mandato a lavorare qui perché, magari, dalle finestre dell’ufficio qualcosa si può vedere. E in una cronometro, nonostante il racconto comune legato alla noia e alla ripetitività del gesto, da vedere, distrattamente, o da guardare, attentamente, c’è molto. Tra Viareggio e Massa ci sono tanti tavolini di bar, di qua e di là dal lungomare, e la gente sta lì seduta mentre il tempo passa e la cronometro va.

Parlare di una cronometro, a questi livelli, è, in fondo, parlare del futuro della bicicletta. Dirà Filippo Ganna che c’è ancora qualcosa, una sorta di asso nella manica, per quanto concerne la sua posizione: c’era poco tempo per provarlo e mostrarlo al Giro, ma, avendo la possibilità di lavorare ancora qualche mese, a fine stagione, tutti potrebbero vedere ancora un pezzo di orizzonte, uno stralcio di invenzione, una manciata di perfetto per andare a guadagnare ancora qualche secondo, può darsi anche meno, però fondamentale. Quello che abbiamo visto oggi è tutto ciò che negli anni si è stratificato nel lavoro in galleria del vento, magari in giornate uggiose di novembre, quando la stagione, si dice, è ferma, invece i ciclisti e le loro biciclette vanno avanti e sviluppano le posizioni che si vedono in estate. Lo stesso fanno i tecnici e gli ingegneri e scoprono che il mondo delle acque, delle megattere, ha qualcosa che può riguardare la bicicletta. Per questo le scanalature della bicicletta di Filippo Ganna attingono a quel mondo. In fondo, andare nell’aria è andare nella natura. C’è una relazione e, certe volte, proprio nella natura si trova la soluzione. I numeri servono per applicarla ai telai, alle ruote, ai caschi, agli occhiali, alle borracce, ai vestiti, persino alle loro cuciture. Sempre di Anquetil si è detto che avesse quella schiena, così perfetta nello sforzo, anche per il tempo passato aiutando suo padre, che lo faceva per lavoro, a raccogliere fragole. Non è un discorso replicabile oggi, certo, ma nemmeno le megattere paiono avere a che fare con una bicicletta ed invece.

Filippo Ganna è nel suo posto su quella bici e, probabilmente, realizza perfettamente il suo essere ciclista proprio nella posizione da cronometro. Non è solo cronometro, Ganna, sia chiaro, ma, senza esagerazione e con quel che vediamo, guardarlo a cronometro è un bel guardare. Servirebbe Fosco Maraini per trovare una parola senza significato reale che, però, renda subito immaginabile quel che è Ganna a cronometro. Carmidioso, prodigiero, urlapicchio o simili. Coniugazione di forza, potenza, watt. Di eleganza, maestosità e fluidità. Ma anche di studio, applicazione, ripetizione. Pare abbia ripreso e superato otto atleti che erano partiti prima di lui in questa prova. Non erano Ganna, però erano pur sempre otto professionisti. A volte sembra normale perché da lui si tende ad aspettare qualcosa di straordinario. Non lo è. Certo, è vero, quei numeri, quelli messi in strada, erano previsti, calcolati. In squadra l’hanno detto. Tra la previsione e la realtà, però, c’è un margine ampio che è la prova di tutto l’imponderabile che contiene lo sforzo. Infatti lo sport non si racconta con le previsioni, ma con quel che si è verificato. E, non serve dire che se si usassero le previsioni e basta racconteremmo un altro sport. A volte, spesso, ben diverso da quello vissuto. Dalle previsioni, ad esempio, Afonso Eulalio avrebbe perso la maglia rossa a Massa, per taluni anche prima, invece è ancora in vetta alla classifica e Vingegaard dovrà lavorare bene per scalzarlo.

Sì, la cronometro non è futuro solo per le futuristiche evoluzioni della bicicletta e dell’aerodinamica. La cronometro è futuro perché prende quel che si è studiato, lo mette in strada e ne accetta le indicazioni. Continua a lavorare per migliorarlo, cambiarlo, a prescindere dal risultato. La cronometro è futuro perché pone uomini e donne da soli davanti a quel che vorrebbero e, senza alibi, li costringe a fare i conti con quel che sono e che sanno fare. E siamo certi che, quando quel ragazzo tornerà in ufficio a Viareggio per vedere da una finestra passare i ciclisti del Giro d’Italia in una cronometro, guarderà qualcosa di diverso. La noia è un’altra cosa.

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