«Dovremmo partire da una consapevolezza, che pare scontata ma non lo è: quando un atleta dice che ha male, è necessario dare per assunto che ha veramente male. Può essere che le nostre mani, al contatto, non percepiscano nulla, che gli esami clinici non mostrino nulla, non sto dicendo di no, ma questo non significa che il malessere non ci sia, perché le ragioni del dolore sono varie, talvolta anche mentali, e nulla cambia: il male è percepito nello stesso modo. Una ciclista deve fare molta fatica, a noi spetta la ricerca delle cause di quel dolore, dapprima attraverso l’ascolto, poi attraverso l’esame, a noi spetta il tentativo di curare, di lenire quel male, perché si tratta di donne e uomini che lavorano con il proprio corpo e per cui il proprio corpo è tutto». Potremmo descrivere così il lavoro di Elis Simeoni, massaggiatrice in Top Girls Fassa Bortolo, da Lucio Rigato, ed in effetti è in questo modo che lei stessa ce lo racconta.
>Simeoni non nasce massaggiatrice, eppure i massaggi fanno parte della sua quotidianità da circa otto anni. Per un breve periodo, anzi, ha anche corso nel plotone, con la Servetto, come ciclista: il nonno è stato presidente di una squadra amatoriale ed anche il padre è stato corridore fino alla categoria under23, ma, forse per questo, non ha mai voluto che anche la figlia scoprisse davvero la bicicletta. Dapprima l’atletica leggera, poi qualche corsa in moto, un infortunio ed una bicicletta regalata con cui è riuscita a togliersi alcune soddisfazioni, soprattutto, nel ciclocross, con, però, alcune incursioni in mountain bike. I massaggi c’erano già ed erano parte dell’incastro difficile di tutte le sue giornate, così piene. Due rette parallele: i massaggi e tutto il resto. «Certamente il rapporto con i miei massaggiatori, da atleta, è sempre stato particolare, perché, ogni volta in cui mi massaggiavano, sapevo esattamente cosa stavano facendo e perché lo facevano. Ma per questo non è necessario essere massaggiatrici, anzi è raccomandabile una consapevolezza importante da parte di ogni atleta. Mi raccomando sempre con le ragazze: non devono sottoporsi a nessun trattamento come fosse un dogma, al contrario, è giusto che pongano domande, che chiedano e capiscano i perché. La fiducia, nel nostro ambito, non deve essere cieca: ci si fida di ciò che il professionista mette in atto, perché ha le competenze in tale ambito, però ci si informa perché è doveroso farlo».

Allo stesso modo, Elis Simeoni chiede alle atlete di raccontare sempre come si sentono, di dare feedback, anche durante il massaggio, in quanto la conoscenza del proprio corpo è la base, soprattutto per un professionista: «Nella mia esperienza, noto con piacere che le atlete si conoscono sempre di più, si ascoltano maggiormente. Certo, il dato varia in relazione all’età ed alla categoria, ma la situazione è migliorata rispetto ad un tempo. Esiste una vera e propria cultura del massaggio e dei benefici che reca: si sa quanto sia necessario e, per questo, i massaggi vengono fatti con continuità. Se nelle categorie minori, magari, vengono effettuati ogni due mesi, già a partire dalla categoria junior avvengono ogni giorno». Il massaggio, prosegue Simeoni, è anche un momento di relax: mezz’ora, quaranta minuti in cui l’atleta si ritrova in un luogo “sicuro”, può rilassarsi e, se vuole, confidarsi. Uno spazio con poche regole, talvolta consigli: niente cellulare, niente schermi, se possibile, per isolarsi ed ascoltarsi. Elis Simeoni parla soprattutto dei social, delle critiche o dei commenti che si compulsano lì e che possono turbare anche quel momento lontano dal mondo: «Bisogna capire quel che desidera l’atleta: alcune ragazze vogliono parlare, lo comprendi appena aprono la porta, altre desiderano il silenzio, qualcuna chiede la musica. Se non vi è volontà di raccontare, non bisogna forzare. Io dico che possono cercarmi anche più tardi, chiunque nello staff lo fa, perché il compito di chi affianca delle atlete è quello di dare il meglio, a prescindere da tutto». Il silenzio non è negativo, anzi, può aiutare, si interviene solo qualora si colga troppa rassegnazione, ma senza invadere la privacy della ciclista e anche senza invadere il campo di altri professionisti che lavorano nel team. Elis Simeoni pensa spesso che aver studiato psicologia avrebbe potuto aiutarla nel suo lavoro, per evitare errori, per evitare di dire qualche frase che, seppur senza nessuna volontà di ferire o danneggiare, possa nell’interpretazione delle atlete portare al medesimo risultato.
«Si è sempre un poco sul filo del rasoio: non si dicono bugie, anche se possono confortare. Perché le atlete sanno bene come si sentono, anche se lo chiedono al massaggiatore od alla massaggiatrice. L’aiuto si offre evitando in ogni modo di destabilizzare: non è solo quel che si dice, è anche e soprattutto quel che viene recepito. Ed altresì evitando di improvvisarsi psicologi quando non lo si è. Molte volte le atlete hanno solo timore di chiamare il proprio mental coach o la propria psicologa. Timore di disturbare, come capita a tutti. Basta un piccolo incoraggiamento perché lo facciano. Durante un massaggio può avvenire anche quella piccola spinta». In realtà, Elis Simeoni viene dal mondo della ginnastica posturale a cui si dedica ancora: ha imparato lì ad essere meticolosa e ad analizzare e conoscere ogni singolo movimento: gli infortuni possono anche derivare da un errato meccanismo che il corpo ha fatto proprio nel tempo. «Sono squilibri che il corpo fa propri e che è necessario toccare con cautela, perché si rischia di peggiorare una situazione che, pur nell’errore iniziale, è stabile. Un esempio è la scoliosi, come qualunque altro squilibrio posturale. Il consiglio è di non intervenire durante la stagione, meno che meno in una corsa a tappe, ma solo successivamente, nell’off season». Il segreto del massaggio risiede nell’individualità di ciascuno e nel tocco, perché solo con il tatto si riesce a capire davvero la situazione e curarla: alcune volte è necessario un massaggio più vigoroso, nell’ipotesi di contratture, ad esempio, per sciogliere il muscolo, in altri casi si rischia, invece, di “imballare” maggiormente la gamba con una manovra simile. La visione deve sempre essere d’insieme: il dolore agli arti può anche essere un riflesso di una problematica alla parte superiore del corpo, alla schiena ad esempio.
Un atleta professionista dovrebbe effettuare, continua Simeoni, almeno un massaggio a settimana, nel finale di stagione i ritmi possono diminuire, mentre in corsa il massaggio viene effettuato ogni giorno al termine della corsa, talvolta anche al mattino, magari riscaldante, in caso di gare al nord, con temperature rigide. Anche il percorso della frazione influisce sullo stato dei muscoli: in caso di gara più dura è facile riscontrare una tensione lombare o cervicale, che non si riscontra, tendenzialmente, in corse pianeggianti. Allo stesso modo, ha influsso lo stress dei trasferimenti, ad esempio.
«Per un massaggiatore è più difficile massaggiare chi ha vinto piuttosto che chi ha sofferto in quella giornata e questo per diverse ragioni che si riconducono tutte al saper cosa fare. Una atleta che ha sofferto è una atleta da motivare nuovamente, da “rimettere in pista”. Si troveranno varie contratture da curare, probabilmente servirà un massaggio più deciso. Quando, invece, è andato tutto bene la percezione della ciclista sarà che non ci sia nulla da sistemare e molto spesso è vero, ma il massaggio favorisce comunque il recupero ed è comunque necessario. Chi massaggia, però, deve fare molta attenzione perché il rischio è di lavorare su quegli “squilibri fisiologici” a cui accennavo e creare una situazione di difficoltà».
Il lavoro di una massaggiatrice, però, non finisce qui, tra mille altre faccende di contorno da svolgere: rifornimenti da svolgere e borracce da preparare, in primis. Bisogna tornare al lavoro, non c’è tempo da perdere: «Fare la massaggiatrice “sul campo” è una parentesi completamente differente dal lavoro che pure svolgo nel mio studio. Ho provato ciò che oggi provano queste ragazze. L’ho sperimentato sulla mia pelle, per questo credo di poter capire o almeno provare a capire. Vorrei fosse questa la certezza di ogni atleta quando si sdraia sul mio lettino».


