Sarebbe stato meglio rompersi un braccio, dice Cristina Tonetti. Perché le cicliste sono abituate a queste cose e perché le fratture, oltre a sentirsi, si vedono. Invece, ad inizio primavera, la diagnosi, per Cristina Tonetti, è stata di pericardite. Si tratta di un’infiammazione della “fascia” più esterna che riveste il cuore: è un virus a causarla. E quando ci si ammala, come quando ci si ferisce o ci si rompe, è necessario riposo, è necessario sospendere l’attività fisica. In questo caso, ancora di più visto che il cuore di un’atleta è una macchina instancabile che pulsa sempre a ritmi alti. Allora bisogna fermarsi, permettergli di rallentare e rallentare a propria volta, solo che il cuore è dentro e non si vede.

Ci si può fermare, ci si vede fermare, soprattutto se, come nel caso di Tonetti, quella diagnosi giunge a seguito di mesi in cui il corpo era invaso da una stanchezza anomala e da troppe domande sul perché. Ci si ferma ma non si sa quel che accade al pericardio. Serve tempo e servono esami specifici. Ci si ferma e si ha paura perché è sufficiente uno sforzo in più per rovinare tutto, per, magari, provocare una ricaduta e le ricadute, in una pericardite, sono ancora più gravi, più pesanti. La sensazione è stata per mesi quella di trovarsi in un vicolo cieco, un tunnel lunghissimo, senza vedere una luce e senza capire quando sarebbe finita.

«Quando ti dicono che non puoi più fare sport per un tempo indeterminato e nella tua vita, sin dai tempi della scuola, hai messo al centro lo sport, quasi dandogli l’incarico di sostenere te e tutto il resto, ti ritrovi nel vuoto e, se non cambi prospettiva, ti perdi definitivamente. Io avevo fatto così e per non perdermi ho dovuto affidarmi a quel che potevo controllare: i vecchi desideri, ad esempio. Ho sempre voluto studiare e proseguire all’università, dopo il liceo scientifico, mi ero anche iscritta alla facoltà di Biotecnologie alla Bicocca di Milano ma non era compatibile con il mio lavoro ed ho dovuto rinunciare. Ora ho ripreso il percorso, in Scienze Motorie. Certo, devo frequentare l’università online, invece l’ambiente universitario andrebbe vissuto di persona. Non è stato l’ottimo, ma è stato il buono per restare a galla. A galla mi hanno tenuta anche quelle pizze in più, al tavolo con gli amici. Gli stessi che questa carriera mi ha impedito di vivere come si vivono gli amici alla mia età, divertendosi, facendo tardi la sera. Sia chiaro: la mia carriera è quanto di più importante ho, ma non è tutta la vita e, forse, questo io dovevo capirlo». Un mese circa senza toccare la bicicletta, poi i primi giri, ma ad un’andatura tale che non si poteva nemmeno definire allenamento, solo far girare le gambe per metterci qualche chilometro.

Il problema è che, in quella lentezza, i pensieri, se possibile, si facevano anche più grandi per una come Tonetti che ha nel sangue la competitività. Ha iniziato ad ascoltare podcast, di ogni tipo, su ogni argomento, anche rispetto alla psicologia, di cui, comunque, legge, per passione. C’è un attimo di silenzio nelle sue parole, veloci come un mulinello, come quelle di chi ha molto da dire, e poi la voce di chi decide di dire qualcosa di importante: «Faccio un nome: Elisabetta Borgia, psicologa clinica e dello sport. Ho intrapreso da tempo un percorso con lei e credo sia giusto raccontarlo, soprattutto, vorrei dire, nel nostro mondo, il ciclismo, dove c’è l’idea dell’eroe, dell’eroina, di donne e uomini forti e basta. Non siamo forti e basta, siamo anche fragili e abbiamo bisogno di chi ci ascolta, di parlare. Credo sia importante dirlo, raccontarlo, perché spesso si nasconde, perché alcune volte sembra che lo sport non sia ancora pronto e la retorica dei cavalieri senza macchia e senza paura è molto insistente».

È stato difficile rinunciare al Tour de France, ma era l’unica possibilità per sperare davvero di tornare e non allungare i tempi. Il rientro è avvenuto in Belgio, a giugno, ed è stato anche meglio di quanto si aspettasse, perché tornare in gruppo dopo tanto tempo è sempre difficile, come sentire le altre biciclette che sfiorano la propria. Il 15 agosto, il giorno del Grote Prijs Yvonne Reynders, Cristina Tonetti non stava male e neppure benissimo, tuttavia non capita quasi mai di incontrare il giorno perfetto: «Sai il punto? Noi atlete siamo bravissime a focalizzarci sui dettagli, magari su una ripetuta da quattro minuti anziché da cinque, poi, però, rischiamo di perdere il focus sul traguardo principale, magari perché non ci sembra la giornata giusta. Facciamo un sacco di ore di allenamento, di sacrifici e la ricompensa è spesso solo un sogno. Dovremmo cogliere ogni possibilità, questo lavoro è così e lo si capisce bene quando si è privati della possibilità di farlo».

La fuga decisiva è partita ai dieci dall’arrivo, Tonetti non era in quella fuga, ma vi è rientrata grazie ad un contrattacco. Poi ha forzato la mano, perché in volata avrebbe anche potuto perdere e lei voleva vincere a tutti i costi. Così è successo e vincere quel giorno era particolarmente importante, per tanti motivi, troppi: «Non poteva che essere per mio papà. Sono due anni che volevo dedicargli un successo. Ci ho messo tempo, ma ci sono riuscita. Se sono ciò che sono lo devo in primis a lui, oltre che a tutte le persone che mi amano e mi hanno amata indiscriminatamente. Lui era un ciclista, il ciclismo l’ho imparato da lui, l’ho cercato e voluto grazie a lui». Fino a qualche anno fa, i dietro macchina Cristina li faceva proprio con lui, ora c’è Gabriella ad accompagnarla, sua mamma, e lei scherza: «Non ho detto niente perché comunque devo ringraziare mamma per tutto quello che fa per me. Però, la sincerità paga sempre, quindi, se devo essere sincera: che disastro! Papà aveva la sensibilità di rallentare quando ero al gancio, oppure all’uscita da una curva, in una rotonda. Gabriella non è stata ciclista e questo le manca. No, no, non è proprio cosa per lei aiutarmi con i dietro macchina. Eppure, chissà perché, ho la sensazione che succederà ancora». Una risata, di quelle sentite, e poi si torna alla bicicletta. Ora che tutto è passato si corre e ci si diverte tanto, ancora di più, perché ci si ricorda di quando questa normalità era impossibile

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