«Ultimamente leggo sempre più interviste in cui le atlete si soffermano a trattare temi che una volta erano davvero una sorta di tabù: la salute fisica in generale, quella psicologica, gli aspetti legati all’essere donne, il ciclo mestruale, l’alimentazione, il peso corporeo e molto altro. Dico che da donna e da atleta sono felice che le domande sondino questi aspetti e che ci sia la volontà e la disponibilità a parlarne anche da parte nostra. Altrimenti perderemmo una parte del significato dell’essere cicliste. Essere atleta, per me, significa, tra le altre cose avere la possibilità di comunicare con un pubblico ampio e lasciare un messaggio, possibilmente un messaggio positivo. Ed è una possibilità che non possiamo perdere perché lasciare qualcosa alle tante ragazzine e ai tanti ragazzini che ci seguono è troppo importante. Qualcosa che vada oltre una vittoria o uno scatto in salita, intendo». Erica Magnaldi parla di responsabilità e declina in questo modo il concetto di responsabilità delle atlete in un ciclismo femminile che cresce sempre più. Poi c’è la responsabilità personale, quella di ciclista che si sta mettendo a disposizione di Elisa Longo Borghini, la capitana per eccellenza. Fino a qualche tempo fa, Magnaldi credeva che “mettersi al servizio” fosse un poco più semplice: non meno importante, anzi, ma forse un poco più “leggero”, tolti i pensieri legati al fare classifica. Pensava che, in fondo, si potessero dormire sonni tranquilli, non essendo capitani. Le è bastata qualche salita, scalata con a ruota Elisa Longo Borghini, per cambiare un filo idea: «Tu sei lì, tiri, acceleri, ti sforzi, sei al massimo, vuoi mollare, ti volti e lei ha ancora la bocca chiusa, impassibile. Anzi, fosse per lei scatterebbe pure. Sei felice perché è la tua capitana e sai che “sistemerà” le avversarie, ma un poco di scoramento ti viene. Che gambe ha Elisa?». La risata è fragorosa, contagiosa. Poi il discorso riprende.

«Il risultato è in quelle gambe e quella testa, ma sai cosa significa tirare per quelle gambe e quella testa? La responsabilità la sento forte. Ricordo che una volta, al Mondiale di Innsbruck, diversi anni fa, Elisa Longo Borghini mi disse: “Ti conosco: tu quando attacchi in salita fai male, bisogna tenerti d’occhio”. Ero intimidita, quasi non osavo parlarle tanta era la differenza tra noi e non ricordo nemmeno cosa replicai a quelle parole, ma so che ero contentissima, mi aveva cambiato la giornata. Ecco, il mio auspicio è che il mio ritmo faccia male. Alle altre, ovviamente». La fatica nelle gambe l’ha messa in ritiro, in montagna, proprio con Elisa Longo Borghini e Silvia Persico, e qualche mese fa è anche arrivata una vittoria, al Gp di Chambéry che, dopo sette anni dall’ultima, ha molti significati: è un premio, una ricompensa per tutto il lavoro fatto, una botta di fiducia, di confidenza nelle proprie capacità e anche tanta voglia di continuare per andare oltre.

La chiave con cui Erica Magnaldi svolge la propria professione è l’agonismo, qualcosa insito in lei sin da bambina, alla ricerca continua di nuovi stimoli, nuove motivazioni e nuovi progetti per svolgere qualunque compito. Negli anni ha trovato un equilibrio tra questa aspirazione personale ed il lavoro in squadra, che, in certi giorni, «riesce a rendere addirittura più soddisfatti di un proprio risultato». La testa, ora, è solo sul Giro, per un podio o, perché no, per la riconferma della maglia rosa di Longo Borghini.

Itzulia Women 2025 – 4th Edition – 2nd stage – Ugao-Miraballes – Igorre 116 km – 17/05/2025 – Erica Magnaldi (ITA – UAE Team ADQ) – photo Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2025

«Vorrei riuscire a lavorare talmente bene per la mia capitana da sentirmi davvero parte di quel che otterremo. Confesso che ho atteso molto l’arrivo di Elisa, perché sentivo il bisogno di un’atleta che potesse finalizzare così il nostro impegno. Parliamo di una grande lavoratrice, di una persona di rara serietà quando si tratta di “menare” sui pedali, ma allo stesso tempo di una donna ironica, con cui è piacevole trascorrere del tempo, che sa non prendersi sul serio. Ho riso molto con lei e non è scontato. l’ammiro tanto e soprattutto ne ammiro la determinazione e la convinzione, perché se si mette in testa qualcosa è davvero grama. E, alla fine, ce la fa. Credo possa insegnarmi molto». Magnaldi ripensa al proprio approccio al ciclismo ed in generale alle prove: «Sono molto empirica, quindi ho necessità di prove costanti per essere tranquilla. Mi confortano i numeri ed i risultati che si possono scrivere sulla carta. Nel tempo sono cresciuta, sono migliorata, con costanza e perseveranza, ma c’è un’insicurezza di fondo che mi appartiene. Sono sempre stata così: all’università non mi presentavo agli esami se non ero certa di sapere tutto e ora non vorrei presentarmi alle gare se non con la certezza di essere in perfetta condizione. I momenti no mi mettono in crisi: gli ultimi alla Vuelta e all’Itzulia, tuttavia, quando capitano, sono certa che siano solo una parte del percorso e lavoro per tornare migliore».

Spiega che il Giro Women 2025 sarà un Giro duro, poi sorride: «Lo diciamo ogni anno, a dire la verità, quindi è pure difficile crederlo, ma assicuro che è la verità: ogni anno è più duro dell’anno precedente. Sin dalle prime tappe l’atmosfera sarà agguerrita e le volate saranno davvero pochissime: forse solo una frazione avrà un finale sicuro, per quanto possa essere sicuro un finale nel ciclismo di oggi. Lo spettacolo sarà dietro l’angolo e le ultime tre frazioni decideranno la corsa: ritengo che la classifica si delineerà soprattutto nella penultima frazione, quella del Monte Nerone, ma se i distacchi non saranno troppo grandi, la giornata di Imola non sarà da sottovalutare. A ciò aggiungiamo il caldo, asfissiante a luglio. Favorite? Io farei molto attenzione a Marlen Reusser». Le piace un Giro tosto, come le piacciono le montagne che l’hanno da subito fatta innamorare, ma anche qui si notano i segni di un ciclismo femminile che continua a progredire. Nei primi anni di Magnaldi al Giro d’Italia, se c’era una tappa con arrivo in vetta, in gruppo si stava tranquille, si aspettava e si faceva la differenza nel finale, quando nel plotone restavano una decina di atlete. Adesso si scatta a tutta dall’inizio alla fine, il livello medio si è alzato e magari si scollina con venti, trenta atlete nel gruppo delle migliori: non tutte campionesse, ma cicliste che hanno nelle gambe quel ritmo. La forbice è sempre più ampia ed il livello sempre più alto.

Non teme una regressione dopo il progresso, ma mette in guardia: è positiva la crescita degli sponsor, della diffusione da parte dei media, del mondo che si accorge che esiste anche il ciclismo femminile, ma non è sempre tutto oro quel che luccica. «Le squadre hanno sempre più bisogno di atlete, sono tante le giovani che raggiungono la prima squadra a diciotto anni e, magari, hanno già uno stipendio di tutto rispetto: cosa accade? Aumenta l’abbandono scolastico, si rinuncia a questo tipo di educazione e, voglio sottolinearlo, in questo modo ci si precludono tante cose. Non condivido questa strada, anzi, vorrei che vi fosse sempre maggior supporto per le giovani ed i giovani, magari attraverso un settore condiviso tra istituzione scolastica e squadre. Purtroppo in Italia paghiamo un prezzo abbastanza alto in quanto nelle scuole l’insegnamento dello sport è ancora considerato quasi uno spreco di tempo, non c’è cultura sportiva, c’è poca consapevolezza di quanto lo sport possa essere un pilastro nella crescita. Per fortuna esistono i team development, in cui una ragazza o un ragazzo possono crescere, sperimentando la competizione, testando il talento, ma, allo stesso tempo, avendo un numero minore di impegni che consenta la prosecuzione degli studi. Non è solo importante, è essenziale». Già, essenziale.

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