Lasciate ogni speranza voi ch’entrate, era scritto sulla porta dell’Inferno. I Pirenei sono solamente salite e qui di dantesco c’è solo il tempo, tra pioggia, freddo e nebbia. L’auspicio è che non debbano mai essere i ciclisti ad abbandonare le speranze, altrimenti è dura. In una giornata con cielo da lupi e nel programma Tourmalet, Aspin, Peyresourde e ascesa conclusiva a Superbagnères, iniziare a perdere contatto con le ruote del gruppo sul Tourmalet non è certo segno confortante. In questa situazione si trova Remco Evenepoel, dopo le difficoltà della prima tappa pirenaica, quella di Hautacam, e dopo la brutta prova di ieri, salendo verso Peyragudes. Verso Hautacam aveva provato a recuperare, aveva stretto i denti, aveva fatto il possibile, a certe condizioni date. Ieri, nel momento del sorpasso di Vingegaard pareva quasi rassegnato. Ha ammesso, poi, di aver meditato il ritiro già durante la cronoscalata. Oggi, la speranza era altrove. Non ci credeva più. Bello, bellissimo il gesto compiuto poco prima di scendere di sella e salire in ammiraglia: Evenepoel rallenta, un bambino gli corre accanto, un altro si volta. Lui prende la borraccia e quasi a passo d’uomo la mette nelle mani del ragazzino che gli corre accanto. Non ne ha due, deve scegliere. Bello, bellissimo eppure amaro. Quello è l’ultimo gesto prima del ritiro, l’attimo in cui lascia ogni speranza. “A nuovi giorni stanco non so crescerla”, scriveva Montale e proseguiva “l’offro in pegno al tuo fato che ti scampi”. Dalla casa al mare, si cercavano con la vista la Corsica dorsuta e la Capraia. Su queste rampe si spera solo di incontrare l’arco che indica un chilometro in meno, ma, con tutte le differenze del caso, l’eco c’è. Si affida la borraccia, anch’essa speranza di un ciclista, e si va a casa. Evenepoel lascia il podio, Evenepoel lascia il Tour.

Qualche chilometro più sopra, Julian Alaphilippe, in procinto di affrontare la discesa, vorrebbe una mantellina, forse un foglio di giornale, per ripararsi dal freddo. Non lo trova. Vede però un cartone scritto da una tifosa. Ne strappa un pezzo e lo infila sotto la maglia. Successivamente porgerà quel cartone alla moto di ripresa, dopo aver trovato la mantellina. Un ciclista spera, deve farlo. E sperando si aggrappa a tutto quel che trova per strada, perché i chilometri lo portino al traguardo. Jonathan Milan ha addosso la maglia verde, quella della classifica a punti, è in suo possesso, ma dietro di lui, a poca differenza di punti, c’è un certo Pogačar e tutti sanno com’è lo sloveno. Allora scatta Milan: i primi chilometri sono pianeggianti e c’è uno sprint per assicurarsi ulteriore punteggio. Non funzionerà la fuga, funzionerà, invece, il lavoro della sua squadra e quei punti saranno suoi. Prova e riprova, ecco la sintesi della speranza dei ciclisti. La ricetta, il testo, la parafrasi. E cosa c’è di più legato a doppio filo alla speranza della fuga? Quasi nulla, almeno nel ciclismo.

Thymen Arensman ha vinto perché ha attaccato. Ha vinto perché ha avuto gambe e testa e fiato e coraggio, perché solo con la speranza non si va da nessuna parte. Ma Thymen Arensman ha vinto anche perché ha avuto speranza a cui ha dato gli strumenti giusti per non essere vana. Quando c’è un corridore che mette in atto un dominio incontrastato ed incontrastabile come quello di Pogačar pure questo può diventare complicato. Sapeva anche Arensman che qualunque vantaggio poteva essere vano, perché sarebbe bastato un attacco dello sloveno per ribaltare la corsa. Lo sapeva ma non ci ha rinunciato ed è arrivato all’arrivo. Incredibile, ha detto. Era incredulo e felice. Era stanco e soddisfatto. Pogačar l’ha cercato, gli ha fatto i complimenti, mentre Arensman cercava di riprendersi dallo sforzo, a tentoni, per terra. Anche Jonas Vingegaard ci ha creduto: ha attaccato il re sloveno, quello ha risposto e lui ci ha riprovato. A viso aperto. La volata a due, conquistata da Pogačar, per il modo in cui si è svolta, fa credere che, se avesse voluto, forse, anche oggi avrebbe dato minuti ai rivali. Ha scelto di lasciar fare e comunque qualche secondo se l’è guadagnato. Non lo scenario migliore per pensare di attaccarlo ancora, perché i fatti sono fatti e con i fatti quel signore mette tutti a tacere. Anzi, li lascia in croce, sulle gambe, a inseguire. Ma manca ancora più di una settimana di Tour de France ed oggi che la maglia gialla compie gli anni è bene ricordare che pure la follia ha le proprie ragioni.

Foto: Poci’s Pix

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