Mentre il gruppo, nella diciottesima tappa del Giro d’Italia, quella che va da Fai della Paganella a Pieve di Soligo, si distende in un filo che ricalca le strade tra i vigneti, quasi a ridisegnare i loro contorni con un pizzico in più di follia, Andrea Mifsud ha già fatto quasi tutto quel che doveva fare: cercare e trovare la fuga. Campeggia una bandiera di Malta accanto al suo nome, ovunque lo si cerchi, e tutti lo definiscono maltese. Ma Mifsud, capelli lunghi e barba folta, a Malta non è nato. La sua città natale è Grasse e, fino ad un paio di anni fa, era francese la licenza con cui correva. In quell’arcipelago, a Malta, ha trascorso, però, quasi ogni infanzia della propria giovinezza, con i nonni, quando ancora giocava a calcio nei campi della sua città. Proprio in quei campi si è infortunato, aveva poco più di tredici anni, ed è così che ha iniziato a pedalare. È diventato ciclista.

Ha chiesto molte volte di poter diventare anche maltese. L’anno scorso ci è riuscito e l’ha fatto perché, ovunque sia nato, lui ha sempre sentito di appartenere a quelle estati, ai luoghi dove i nonni lo portavano a giocare ed a divertirsi, quando la felicità aveva un’altra forma ed era più semplice. In fondo, è solo questo il concetto di terra che conta. I contadini che si prendono cura di quei filari non hanno, forse, estati altrove a cui aggrapparsi per appartenere, però la terra che hanno scelto è quella di cui si prendono cura, quella a cui appartengono i frutti che altri chiamano eccellenza. E se vanno via, quando tornano, si ricordano dei loro campi pure quando tutto è cambiato. Un contadino, per mestiere e per arte, è certo che la propria terra non è sempre quella in cui si è nati, ma quella che abbiamo fatto crescere, maturare, cambiare. E quella che ha fatto crescere, maturare e cambiare noi stessi. Andrea Mifsud, assieme a Jonas Geens, James Shaw e Mattia Bais, parte della fuga di giornata, è la persona ideale per parlare di tutto questo, ma le terre dei ciclisti sono così tante e spesso non sono nemmeno terre nel senso letterale del termine, ma fa lo stesso. I contadini non possono lasciare i propri terreni, i ciclisti devono e, perciò, inventano terre differenti.

La terra di un ciclista, mentre è lontano dalla propria, è la maglia che indossa. Una seconda pelle. Quella della squadra o di una particolare classifica. La prima parla di appartenenza a un gruppo, la seconda ad un talento. In molti immaginavano diversamente questa tappa, con una fuga più importante, più numerosa, fino al traguardo, invece è successo che sul muro di Ca’ del Poggio, nel suo rumore, nella sua musica, nella sua festa, il gruppo fosse ancora pressoché compatto e ogni scenario cambiato. Jhonatan Narváez era in completo ciclamino e con quei punti in più raggranellati oggi sperava, magari aggiungendone qualcuno al traguardo, di mettere al sicuro la sua personale terra fino a Roma. Invece su quel muro anche Paul Magnier e, forse soprattutto, Jonathan Milan stavano cercando una terra promessa. Una nuova volata. Il primo per tornare a vestire la maglia del talento oltre a quella della squadra, il secondo per la terra che ha nome volata, sprint, velocità. Qualcosa che a questo Giro non gli è mai completamente riuscito come avrebbe desiderato. Il francese ce l’ha fatta fino in fondo, anche grazie al magistrale lavoro di Jasper Stuyven, sempre perfetto nel ruolo di ultimo uomo ed anche quella è la terra di un ciclista, i metri che domina, la posizione in cui è imbattibile, quella in cui protegge, lancia o difende, cura o attacca. Il secondo non del tutto, forse per un’incertezza a causa della quale Zambanini, in curva, gli è passato davanti. Quando manca la vittoria ad un velocista è come quando manca la vista del proprio filare ad un contadino o un’estate bambina a Mifsud, a Malta, e tutto diventa più complesso. Arriva l’esitazione, il dubbio.

Sono figlie di una terra che mancava da qualche tappa le lacrime di Paul Magnier, nel retro del palco da cui spunterà con il solito sorriso, pronto ad essere contento e vincente. Gli chiedono se non ci credesse, se non ci credesse più, gli dicono che adesso deve crederci per forza, perché è successo. La verità è che si potrà anche andare lontano da casa e i ciclisti lo fanno per lavoro, senza nemmeno troppa retorica, ma appunto per questo serve un’altra terra a cui aggrapparsi quando si è via. Una terra che si sceglie o che ci ha scelto. Anche se non la più adatta a noi, come la tappa di oggi per Magnier. Basta che ci faccia stare bene. E se manca quella viene solo voglia di tornare.

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