Dopo giorni e giorni, praticamente due settimane, in cui tutti parlavano di Tadej Pogačar e del suo controllo sfrenato su questa corsa, il Tour de France 2026, del suo “cannibalismo” anche in frazioni in cui, forse, avrebbe potuto lasciare maggiore spago alle fughe di giornata ed a finali differenti- ma Pogačar fa il ciclista non lo scrittore, non l’autore di trame interessanti per il pubblico: forse per questo doveva, forse per questo non doveva- quando la sua squadra allenta la presa, nella tredicesima frazione, quasi un terzo del gruppo, cinquantasette atleti, per la precisione, va in fuga. Il venerdì 17 della Grande Boucle nasce così, fregandosene della sfortuna, fra corridori affamati e chimere, visto che quando la fuga è così sostanziosa dentro, spesso, ci finiscono anche nomi per nulla adatti alla frazione in corso, quella con il Ballon d’Alsace, ma allo stesso tempo quando la fuga è così sostanziosa dentro ci finiscono anche pesci grossi, atleti che se azzeccano la fuga giusta poi, sì, possono cambiare il Tour. Non scalzare Pogačar, forse nemmeno Vingegaard, ma sicuramente fare confusione, aprire altri scenari, divertire e divertirsi.
Tom Pidcock, non lo scopriamo certo oggi, è questo tipo di corridore e Tom Pidcock è in questa fuga, con sostanziosa dote di compagni di squadra. Alla partenza di Dole era decimo in classifica generale, a quasi dodici minuti dalla maglia gialla, per questo, in fondo, il suo nome non spaventava e, proprio per questo, Pidcock è riuscito a farla sotto il naso a tutti. La fuga ha avuto anche oltre gli otto minuti e mezzo di vantaggio, ha concluso con oltre sette minuti e trenta. Da decimo è salito in quarta posizione, a pochi secondi dal podio, a quattro minuti e quindici dallo sloveno. Nel ciclismo di Pogačar si impara a cogliere l’occasione perché non si sa quando capiterà di nuovo e perché difficilmente sarà una concessione, più spesso, quasi sempre, la sua legge sarà quella più cruda dello sport: per vincere, per batterlo, bisogna, per l’appunto, batterlo, staccarlo, superarlo. Nel ciclismo di Pogačar la voglia di vincere “bolle” in gruppo per giorni e giorni e, poi, esplode in un venerdì 17 qualunque, in cui si ritorna sul Ballon d’Alsace di René Pottier e lassù c’è la sua lapide, quella del primo corridore ad attraversarlo.
La fuga di Tom Pidcock è anche la fuga di Mads Pedersen che attacca per fare incetta di punti per difendere la maglia verde e li coglie a Melisey, la città di Thibaut Pinot. Mads Pedersen che in salita si stacca, perde le ruote della fuga, ormai sgretolata, e viene riassorbito dal gruppo. Si fa sfilare, Pedersen, prende la borraccia, chiede ai suoi capitani se vogliano dell’acqua. Gli dicono di no. Allora apre la borraccia e rovescia loro addosso il suo contenuto cercando di rinfrescarli. Poi prende e si mette in testa a tirare, a dare l’ultimo contributo prima di staccarsi. Nel ciclismo di Tadej Pogačar, i fenomeni non sono solo quelli che vincono tanto (e Pedersen vince tanto) ma anche quelli che dopo aver vinto fanno di tutto e di più, perché il ciclismo ai tempi di Pogačar lo richiede. La fuga di Tom Pidcock è anche la fuga di Mauro Schmid che l’anno scorso, il 16 luglio, a Tolosa, era in fuga come oggi, ed ha perso l’attimo giusto. Un anno fa con lui c’era Jonas Abrahamsen, oggi, invece, Harold Tejada. Forse per questo aveva così tanta voglia e anche così tanta paura . Pare che l’ultimo momento in cui abbia avuto timore sia stato proprio una volta lanciata la volata, mentre Tejada lo affiancava. Ha temuto finisse ancora come trecentosessantacinque giorni fa. Qualcosa di simile a quello che Pogačar ha detto dopo la vittoria di Le Lioran ma lui è Mauro Schmid. Ha rischiato di smettere qualche anno fa, ai tempi della Qhubeka: era rimasto senza contratto e credeva che nessuno più lo volesse, poi invece si è presentata la Quick Step e non poteva crederci. Ha creato un sito in cui si racconta e all’interno c’è una sorta di guida temporale con i suoi successi, posizionati su una linea del tempo. Roba impossibile per gente alla Pogačar.
Nel ciclismo di Tadej Pogačar, i ritardatari, ad oltre diciassette minuti dalla fuga e a quasi dieci dal gruppo, guardano il tabellone luminoso e cercano di capire chi abbia vinto. Sanno chi c’era in fuga, ma così distanti hanno perso il contatto radio. Allora indagano silenziosamente con lo sguardo: succede a Ballerini ed Higuita, compagni di Tejada, che, ad un certo punto, comprendono e fanno cenno “due” con la mano, in riferimento al piazzamento del compagno di squadra, succede a Pascal Ackermann che sorride guardando i fotografi e sapendo che Schmid ha vinto. Nel ciclismo di Tadej Pogačar questo non è cambiato, anzi, quando qualcuno va a prendersi il proprio posto si sente ancor di più. Sarà per quella voglia di vincere che bolle in gruppo.