Salite come l’Alpe d’Huez ci hanno cresciuto. Sì, perché quando avevamo ancora un’idea confusa di cosa fosse la geografia, quando disegnavamo le cartine durante l’ora di geografia e imparavamo i confini delle regioni, quando non conoscevamo dove si trovassero esattamente molte città italiane e la geografia era pura astrattezza, nomi come quello dell’Alpe d’Huez li ripetevamo già e dicevamo che era in Francia perché l’avevamo sentito durante una telecronaca del Tour de France. Poi non sapevamo scriverli ma non fa nulla. L’Alpe d’Huez non era un punto su una carta- su una carta, forse, non l’avremmo nemmeno trovata- ma aveva una sua concretezza: ventuno tornanti, un mondo di persone, rumori, voci e colori, una strada all’insù e quei corridori che salivano. Crescendo, poi, avevamo in mente quello che avevamo visto fare a Marco Pantani nel 1995, nel 1997 e a Beppe “Turbo” Guerini nel 1999. Crescendo di quei ciclisti che all’inizio ci piacevano solo perché così forti, perché primi, abbiamo capito di più e l’abbiamo capito grazie a salite come l’Alpe d’Huez.
Per esempio, abbiamo capito, o dovremmo aver capito, che stare su quella strada a tornanti è bellissimo ed è una festa infinita che ruba anche il silenzio che appartiene di notte alle montagne. Evviva. Ma anche su quella strada esistono delle regole, esiste un posto da tenere, esiste quel che non si può fare, perché quella strada non è un gioco, anche se conserva la parte più bella dell’infanzia. E a giocare troppo e male si possono fare danni. Crescendo e guardando, magari salendo all’Alpe, abbiamo capito che se prima gridavamo al passaggio dei corridori solo perché felici di vederli arrivare, ora gridiamo perché ci emozioniamo, perché proviamo qualcosa che va oltre il fatto che i corridori che seguiamo ci passino accanto, a pochi centimetri. Ce l’ha insegnato l’Alpe d’Huez perché di anno in anno l’abbiamo vista in modo diverso. Si dice dei libri che andrebbero riletti dopo qualche anno per trovare altri significati, per capirli meglio. Vale lo stesso anche per il ciclismo e per lo sport: certe tappe, certe partite, vanno riguardate dopo qualche tempo perché all’inizio non si può capire tutto. Su certe salite bisogna tornare di anno in anno per saperne di più.
E ora che credevamo di essere cresciuti abbiamo capito che l’Alpe d’Huez ci sta crescendo ancora. Mentre Tadej Pogačar, a circa dodici chilometri dal traguardo, partiva da solo per andare a riprendere la fuga, davanti rimanevano in tre: Sepp Kuss, Richard Carapaz e Lenny Martinez. Abbiamo capito che i record, la grande impresa, la facilità in tutto quello che gli altri trovano difficile, talvolta impossibile, ci colpiscono come anni fa, anche se allora credevamo di più alla play station, oggi meno. Così si spera. Però restiamo a guardare il ragazzo in giallo che, tornante dopo tornante, guadagna oltre tre minuti sulla fuga. Riprende coloro che si sono già staccati e li supera come facesse un altro sport, come fosse di un’altra categoria ed in effetti lo è. Nel tempo, sull’Alpe d’Huez abbiamo compreso che i gregari non sono solo coloro che lavorano per i propri capitani, si staccano e arrivano in fondo alla classifica. Oggi abbiamo sentito Pogačar dire di essere stato felice di aver potuto fare qualche chilometro a ruota di Adam Yates dopo gli ultimi giorni di sofferenza trascorsi dal britannico. Non parlava dell’aiuto che Yates gli ha dato, parlava della dignità di un ciclista che torna a riuscire a fare quel che fa sempre e vuole fare.
La fuga, inutile dirlo, non l’abbiamo conosciuta grazie all’Alpe d’Huez e ci abbiamo sempre sperato, che a forza di dirlo – e lo diciamo tutti e continuamente- quasi perde pure valore ma è così. Ma attraverso strade come l’Alpe d’Huez abbiamo compreso che si può desiderare l’impresa del fenomeno e la vittoria del campione, questo è Richard Carapaz, nello stesso modo. E sentire l’amaro in bocca quando il campione, dopo tutta la voglia che ci ha messo, dopo tutti gli attacchi, dopo la vittoria di ieri, dopo anche essersi controllato troppo con i compagni di fuga, va detto, non solo non vince ma arriva terzo, dietro anche a Lenny Martinez. Ci siamo sentiti innamorati -qualcuno preciserà “annoiati” e, sì, va bene anche annoiati a patto di riconoscere il valore di quel che sta accadendo- della facilità dello sloveno e ci siamo sentiti innamorati della rabbia e della grinta, anche scomposta, sofferta dell’ecuadoriano. Abbiamo registrato con entusiasmo il nuovo record di scalata e pensato al tempo di Marco Pantani nel 1995, non per fare paragoni o altri discorsi che non sono fattibili semplicemente, ci abbiamo pensato come ad un baluardo che c’è ancora e non c’è più. Prima dell’Alpe d’Huez o delle salite così credevamo al bianco e al nero, come sempre quando si è più piccoli o più giovani, ora crediamo alle sfumature, come sempre quando si cresce. Allora sì che l’Alpe d’Huez ci ha cresciuti. Non solo perché è passato il tempo, ma perché ci ha insegnato e noi abbiamo imparato.





