Nel giorno dei vigneti, nel giorno dell’arrivo a Bordeaux, si riparte con Tadej Pogačar in maglia gialla ed il Tour de France che pare uscito da una lavatrice con centrifuga impostata al massimo. Si sapeva, si presupponeva che sarebbe potuto accadere, ma quando, poi, la classifica, la mattina seguente, è così certa, così definitiva, così senza quasi alcun interrogativo, solo alla sesta tappa, le corse, di qualunque corsa si tratti, restano un poco frastornate e hanno bisogno di una giornata tranquilla, quasi sonnacchiosa, per il tracciato ma anche per il caldo infernale, ci si avvicina ai quaranta gradi, per riuscire ad andare avanti, perché questo fa il Tour: va avanti e di tante cose sembra fregarsene. Del resto, questo ha sempre fatto “monsieur Le Tour” e grazie a questo, a dispetto degli anni che si porta sulle spalle, sulle strade sarebbe meglio dire, ancora oggi ha quell’aria affascinante. Perché, qualunque cosa accada, il giorno dopo riparte: qualcuno avrà la possibilità che cerca, qualcuno perderà la possibilità che aveva, altri torneranno a casa, magari si fermeranno per un mese, magari per un anno, qualche volta cambieranno storia. Le Tour sta sopra a tutto questo, imparziale. I corridori, invece, durante un Tour cambiano di giorno in giorno, diventano altri e ritornano quel che erano.
Torstein Træen aveva quattro costole fratturate e una commozione cerebrale dopo la caduta di ieri. Eppure è arrivato al traguardo. Non è ripartito stamattina e quei suoi giorni in maglia gialla, quella sua sofferenza, tutti i suoi pensieri, sono parte di quel che è stato, di quel che si ricorda, però Parigi è lontana ed il Tour forse incontrerà altre faccende di questo tipo. Quando si arriva al villaggio di partenza, ogni mattina, c’è la festa per l’apertura e quel che il giorno prima era il centro, ora è un dettaglio. Ed è anche giusto che sia così, non è una critica, è un’osservazione dello scorrimento di tutto questo e di questo Tour. Jonas Vingegaard, in questi chilometri di pianura e noia, avrà ripensato a ieri, a quanto, contro Pogačar, sia quasi tutto inutile. Avrà pensato alla prossima occasione, l’avrà voluta, sperata o temuta, ma fa niente, il Tour corre. Evenepoel ha avuto qualche problema in squadra, si è lamentato, insoddisfatto del team e, forse, ancora prima di quel che lui stesso non è riuscito a fare sul Tourmalet. Al mattino aveva detto di aver chiarito e di guardare oltre. Qualcuno dice che il Tour è già stato “ucciso”, altri dicono sia stato “ferito”, perché sembra tutto più certo, più sicuro, meno avvolto nel fascino del dubbio, ma da animale preistorico quale è resti in piedi. In fondo però chi ha detto che il Tour voglia questo? Non ci sono meno girasoli, meno trattori che disegnano coreografie, meno campi di grano se la classifica alla sesta tappa pare già definitiva. Il Tour è il Tour, il resto è affare da esseri umani che con la loro umanità devono fare i conti.
La fuga di Baptiste Veistroffer e Jakub Otruba è quasi scontata. Sia scontata nella partenza che nella conclusione precoce, meno in quel destino così cinico da non concedere nemmeno per un attimo un margine rassicurante. Sono stati nel mirino tutto il giorno, eppure hanno sprintato per un traguardo volante come fosse l’arrivo di tappa. Non c’era rassegnazione in quello sprint, non c’era accettazione: quello era quel che potevano fare e l’hanno fatto. In giorni in cui chi guarda il Tour sembra solo aspettare la volata e un’altra tappa, magari di montagna, per assistere all’ennesima impresa di qualcuno oppure al tentativo sconsiderato e per questo bellissimo di qualcun altro, il Tour è di coloro che prendono quel che c’è, senza aspettare. Perché il Tour può fregarsene, grande e maestoso, ma non gli esseri umani, non i corridori, esposti a tutto e a tutti su quelle biciclette.
In giorni come questi, Il Tour è soprattutto di corridori come Tim Merlier che, oggi una volta di più, ha reso evidente da dove derivi il soprannome “il Mago”. Non c’era Tim Merlier nella volata di Bordeaux. Non c’era nel senso che pareva nell’impossibilità di giocarsela, in una posizione scomoda, chiuso, bloccato, con altri contendenti decisamente in vantaggio. Era lì perché aveva sbagliato, perchè non aveva preso la giusta posizione e quando il gruppo scalcia così è davvero un attimo perdere ogni possibilità. Probabilmente l’ha persa, Merlier, ma, poi, si è fatto concavo e convesso, piccolo e grande, potente e furbo, possente e mingherlino. Ha varcato ogni spazio, attraversato ogni metro, sfiorato ogni spalla, preso e modificato ogni decisione possibile, per ritrovarsi dove voleva essere, davanti a tutti. Ha vinto in questo modo Tim Merlier ed il Tour, stasera, pare nelle sue mani, come per ogni corridore, quando vince, quando realizza il proprio progetto. La realtà è che il Tour è la natura di Leopardi, madre che diventa matrigna. Non è lui che cambia, sono le giornate degli uomini che lo attraversano a cambiare. Sono le loro giornate a doversi fare più sottili, più veloci, più scaltre, più vivaci, a dover cercare ogni spazio, ogni angolo, ogni metro per non fermarsi. Perché almeno fino a Parigi va avanti e resta grande, maestoso qualunque cosa accade. Anche la noia. Quei ciclisti, invece, sono così più piccoli, più umani, di certezze non ne hanno, allora vale la pena pensare a come rimediare tutto quel che si può rimediare. Che non serve essere maghi, basta essere Merlier.