L’ennesimo pezzo su Wout van Aert, ma che ci volete fare: è un corridore che attira, accende, divide, unisce. Piace, anzi di più: lo si ama per i motivi più disparati, e ognuno in questo momento sta pensando al suo. In un tempo in cui il ciclismo su strada si ferma e ci lascia smarriti, cerchiamo sempre un porto sicuro. Nel ciclismo contemporaneo, popolato da vincenti inscalfibili, gare che si decidono ore prima della fine e corridori che vorremmo vedere più spesso nei paraggi, Van Aert resta al centro dei nostri pensieri.

Il suo 2025 qualcuno lo ha definito “non all’altezza”. Ma se guardiamo a ciò che ha vinto, ci basta e avanza: la tappa degli sterrati al Giro, battendo Isaac Del Toro, uno dei grandi protagonisti del 2025, una decina di anni più giovane di lui; la tappa di Parigi al Tour de France, lui che su quell’arrivo aveva già trionfato, ma in maniera diversa. Stavolta, sotto una pioggia torrenziale, ha staccato persino Tadej Pogačar, sfruttando la salita verso Montmartre che disintegrava il gruppo. Una mini-classica, e lui, che nelle (anche mini) classiche è sempre stato protagonista, non si è lasciato sfuggire l’occasione.

L’ennesimo pezzo su Wout van Aert nasce anche dagli alvento awards: quella vittoria è stata candidata come miglior momento della stagione 2025, insieme alla tappa che ha ribaltato il Giro tra Finestre e Sestriere, decisiva nel sorpasso di Yates su Del Toro e Carapaz. E nasce dalle sue parole a The Athletic, l’inserto sportivo del New York Times: «In televisione sembra tutto molto più chiaro» ha raccontato, ricordando quella giornata, una delle più belle della sua carriera. Nonostante un palmarès già importante, resta per qualcuno -noi compresi- meno gonfio di quanto si sperasse (Fiandre e Roubaix, chissà…). «Ma io in quei frangenti non sentivo nulla. Avevo la radiolina, il diesse che urlava, pensavo solo “cazzo, sono lì”. Mi giravo e non vedevo nulla, con la pioggia e tutte quelle moto». Poi l’esultanza, le cicatrici, il gesto: Van Aert si alza sui pedali tagliando il traguardo. «Avevo questo saluto in testa da un po’. Dopo l’infortunio volevo mostrare che ci sono ancora, che sono ancora in piedi, che sono ancora un corridore di livello».

Il viaggio negli Stati Uniti con Cervélo, fornitore della Visma LAB, gli ha permesso di pedalare con 250 appassionati e incontrare Reggie Miller, ex stella NBA e appassionato di ciclismo. «Negli USA non ci sono più grandi corse, ma una volta che sei qui senti come fosse esattamente l’opposto». Con Miller ha giocato a basket, parlato di futuro e persino della possibilità che un giorno l’ex cestista commenti il Tour. Ha assistito a una partita NBA: «Durano a lungo, con tutti quei timeout, ma non c’è stato un momento noioso». E ha riflettuto: «Si può sempre imparare da altri sport. La NBA come federazione è completamente diversa dal ciclismo. Il sistema finanziario che hanno è qualcosa da cui dovremmo imparare, anche se sarà difficile cambiare».

Ha parlato delle cadute, sempre più dure da gestire con l’età: «A vent’anni non ci pensi, ma poi diventa complicato. Soprattutto quando hai moglie e figli che ti aspettano, o quando guardi il ginocchio e ti ricordi cosa ti è successo». E ha confessato, dando conferma a ciò che già sapevamo, la sua ossessione: Roubaix e Fiandre. «Le inseguo da tutta la carriera e le inseguo ancora. Sono le corse più grandi dell’anno, da belga corro in casa e mi danno motivazione. La pressione è sempre lì. Per anni sono stato il favorito o uno dei favoriti, e arrivarci così è stato difficile da gestire. Vincerne una sarebbe la ciliegina sulla torta. Significherebbe tutto per me».
Anche per noi, Wout.

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