L’ultima volta che il Giro d’Italia era arrivato a Corno alle Scale era il 2004: la prima e l’ultima volta, almeno fino ad oggi. Non serve nemmeno specificare quale sia il versante da cui venne affrontata la salita quella volta e quale quello da cui i corridori sono saliti poche ore fa, perché Corno alle Scale ha un’unica strada possibile per raggiungere il traguardo, un unico versante percorribile. Quel giorno, in telecronaca, si parlava del casco, ancora non obbligatorio per gli arrivi in salita e ci si chiedeva se la norma avesse senso.

Quando scattava un ragazzo di ventidue anni, osservandolo salire a mani basse, si era tentati di dire che assomigliava a Marco Pantani. Era l’undici maggio e da San Valentino non erano trascorsi nemmeno tre mesi. Già, San Valentino. Gli altri amori di quella giornata di oltre vent’anni fa ognuno li ricorda e, magari, ne tiene, ancora oggi, il segreto. Quell’amore lì, invece, no. Quell’amore lì, il Pirata, lo abbiamo perso tutti assieme e il non sentirsi soli nella mancanza non è mai stata una consolazione. E quanti altri Pantani abbiamo cercato in gruppo? La ricerca è andata delusa, probabilmente, non sembra, ma è giusto così. Damiano Cunego, quel ragazzo in maglia Saeco a mani basse, vinse quel Giro d’Italia ma non quella tappa. A Corno alle Scale, nel 2004, vinse Gilberto Simoni, suo compagno di squadra che, quando partì, lo affiancò e lo superò senza nemmeno guardarlo in faccia. Delle discussioni tra i due di quelle settimane se ne è già parlato, i più le ricorderanno e, comunque, si ritrovano agevolmente nelle cronache. Il Giro d’Italia torna a Corno alle Scale, alla fine di una tre giorni impegnativa e prima del giorno di riposo, e ritrova solo il luogo uguale, perché tutto il resto è cambiato. La geografia resta un punto fermo del ciclismo ed è una buona notizia per orientarsi sulle strade e nei ricordi.

La Romagna, ad esempio, resta il nord della bussola quando si vogliono ritrovare determinate cose, Che si parli di sapori, di umori o anche di amori. Un certo verde ed un certo azzurro li trovi, solo, tra quei prati e quei cieli. Un certo modo di essere felici e di farsi compagnia lo trovi, solo, tra quelle spiagge, quelle acque e la tappa parte da Cervia. Pure un certo modo di parlare, la solita esse, e di ricordare. La bandana di Pantani la si vede addosso a dei ragazzi che quando Pantani correva non erano nemmeno nelle idee e, forse, quegli amori non erano neppure iniziati. Eppure hanno la bandana e sanno chi era Pantani.

Sin dal mattino e fino a quando non arriva la salita, di chilometri ce ne vorranno, si parla della fuga e degli uomini di classifica. Delle loro reciproche possibilità. Perché Corno alle Scale non è una salita impossibile e grossi distacchi per la classifica generale non sono possibili. Allo stesso tempo, in una tappa così, proprio per la pianura iniziale, è pure difficile costruire la fuga giusta e portarla fin lassù, dove le persone arrivano a piedi o in bicicletta e aspettano. Tra i tanti che provano la fuga c’è Giulio Ciccone. Ieri, sapendo che non sarebbe mai riuscito a vincere una tappa a modo suo, avendo un ritardo così esiguo in classifica, si è messo sulle spalle i minuti che sarebbero serviti per poter essere un fugaiolo. Ha dovuto tentare più volte e, alla fine, sulla fuga, è rientrato assieme a Diego Ulissi e Toon Aerts quando la stessa aveva un paio di minuti di margine. Quando fa le cose lui, sembra sempre ci sia qualcosa che gli brucia dentro. Qualche volta è letteratura, qualche volta è realtà. Questa volta, forse, è realtà. Ha vestito la maglia rosa, Ciccone, in un giorno in cui, con tutta la pioggia, tra mantelline e strati vari, non ha nemmeno potuto mostrarla. L’ha tenuta un solo giorno, con una fuga troppo lontana e lui solo in testa al gruppo a tirare, rassegnato al finale. Ha una foto in maglia rosa, tiene quella. Roba da corridori. Una tappa vuole vincerla.

Quando parte a mani basse, non quando stacca Rubio, prima, questa volta in telecronaca non si nomina Marco Pantani, però se ne è già parlato. Non lo si nomina ma, quando un ciclista va all’attacco in quel modo, lo si precisa sempre. Perché anche vedere un corridore in piedi sui pedali fa tutte le volte lo stesso effetto ed è anche quella una geografia certa per orientarsi. Ha lo sguardo fisso e determinato, Ciccone. Ha la solitudine in cui sperava, finalmente. Ma nemmeno oggi è la giornata giusta. Felix Gall e Jonas Vingegaard torneranno sotto, si staccherà stanco da tutti i chilometri in fuga, Vingegaard forzerà, Gall cederà, ed il danese, con il minimo sforzo, vincerà quassù, guadagnando altri secondi su tutti i rivali. Non ha fatto nulla di stravolgente ma ha vinto e chi vince, per antico detto, ha sempre, o quasi, aggiungiamo noi, ragione. Giulio Ciccone è stato bello da guardare, da sperare. Anche lui quel giorno di San Valentino ha perso lo stesso nostro amore. Il casco ora è obbligatorio, per fortuna, e le telecronache lo danno per scontato. Spesso citano cartelli in ricordo di Wouter Weylandt, il 108, anche oggi sulla strada, almeno nelle scritte. Magra consolazione. Domani si riposa, martedì si affronta il tempo. Il Giro sta arrivando alla sua metà.

Foto: Poci’s Pix

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