Mi chiamo Tadej Pogačar, ho ventisette anni, sono un ciclista ed ho vinto tutto ciò che può vincere un ragazzo che, un giorno, sceglie di fare questo mestiere. No, non sono a fine carriera: è il sei luglio, fa caldo, sono sul bus della squadra e stiamo andando verso Carcassonne. Domani, la quarta tappa del Tour de France 2026 partirà da lì. Anche oggi la mia squadra ha controllato la corsa e a Les Angles, nel giorno in cui la Grande Boucle è tornata a casa, ho battuto tutti sullo strappo finale, prendendomi il simbolo del primato. Ho qui, sul sedile, la maglia gialla. Se qualcuno mi chiedesse quante volte sono stato in giallo probabilmente farei fatica a rispondere perché non tengo i conti, anche se so di avere numeri tali da entrare nella storia di questo sport. Se dovessi arrivare a Parigi in giallo, avrei conquistato il mio quinto Tour de France ed è per questo che lavoro ed ho lavorato. Non lo nascondo, non mi nascondo.

Voglio il quinto Tour. Per questo sabato, sul Montjuïc, sono partito in quel modo quando mi sono reso conto che Jonas era ad un passo dalla prima maglia gialla. La cercavo. Sono stato il più veloce in quel tratto, così sono finito in maglia a pois, ma la cronometro l’abbiamo persa. Avevo pensato di attaccare già ieri, poi Isaac ha fatto quel che ha fatto e non me la sono sentita di fare “Pogačar”. Sono stato alle sue spalle, ho controllato gli altri e, dico la verità, quando, mentre passava la fettuccia bianca del traguardo mi ha indicato, mi sono emozionato. Ho provato qualcosa di simile a quello che provo quando faccio il matto. Non so bene cosa sia quel che mi passa per la testa quando attacco, magari ad ottanta chilometri dal traguardo. Potrei vincere in altri modi, magari più comodamente, però a me piace vincere così e ai ciclisti non è mai stato imposto un limite di fantasia, allora esagero.

Mi chiamo Tadej Pogačar e ho appena conquistato la mia ventiduesima vittoria di tappa al Tour de France, così mi hanno detto quelli che se ne intendono di statistiche. Mi sento bene quando levo tutti di ruota, anche se per pochi metri, per pochi secondi. Mi sento bene quando vinco. E, non posso negarlo, sto pensando ai prossimi giorni, a quelli in cui potrò ancora seminare tempesta. Ora che ho la maglia mi sembrano più veri, più vicini ed entro nei dettagli di quel che farò. Chiudo gli occhi per questo sole che rimbalza sul vetro e mi impedisce di guardare la strada. Chiudo gli occhi e visualizzo il prossimo attacco. Ho pensato a qualcuno vincendo, questa vittoria e questa maglia gialla sono per qualcuno. Ma non devo raccontare nulla. Ogni ciclista pensa a qualcuno quando vince o quando perde. Sorrido e faccio il ragazzo fenomeno. Ma ho i miei pensieri, le mie preoccupazioni e, certe volte, non sopporto proprio quell’occhio della telecamera che mi scruta. Mi chiamo Tadej Pogačar, so che, per come vanno le cose, tutti vorrebbero scrutare dentro la mia felicità o la mia preoccupazione, perché sono il fenomeno, il campione, ma le felicità più vere e le preoccupazioni più forti continuerò a proteggerle come qualunque essere umano quando va per strada e vorrebbe saltare di gioia o piangere, ma si trattiene e continua a camminare. O a pedalare.

Mi chiamo Tadej Pogačar e, per strada, ho visto alcuni pompieri che guardavano la corsa. Gli ultimi chilometri sono stati a porte chiuse per un’emergenza incendi. Ci penso. Mi chiamo Tadej Pogačar e stasera, in hotel, molti vedranno la partita del Campionato del Mondo tra Spagna e Portogallo. Magari anche io. La Slovenia, invece, non c’è. Ieri, però, mi è piaciuto prendere in mano quella bandiera del Messico passatami dalle persone qui per Isaac. Ridevo mentre la sventolavo e loro gridavano: “Mexico, Mexico, Mexico”. Erano contenti perché il loro idolo aveva vinto la tappa e speravano che anche il Messico stanotte passasse il turno. Invece no. Il calcio è così diverso dal ciclismo. Sotto la maglia gialla ho la maglia iridata: so cosa significhi essere campioni del mondo. Lo so dalla prospettiva di un ciclista, chissà se per un calciatore o un pallavolista è la stessa cosa. Chissà se fossi stato uno di loro chi sarei stato, in realtà. Il bus sta entrando nel cortile dell’hotel, farà manovra e poi scenderemo. Mi chiedo come sarà la camera, se riuscirò a riposare bene stanotte. Da che il Tour è il Tour, gli alberghi al Tour sono gli alberghi al Tour ed è sempre un punto interrogativo. La partita la vedrò da lì, se la vedrò. Prima ci saranno i massaggi, la cena, la riunione. Per me che sono in maglia gialla sarà tutto più lungo: sono stato in conferenza stampa, tante domande, i controlli e tutto quel che comporta essere il leader. Mi chiamo Tadej Pogačar, sono nella storia del ciclismo. Mi chiamo Tadej Pogačar e, quando entro in camera, mi siedo sul letto e guardo il cellulare per vedere se qualcuno che mi vuole bene mi ha cercato per sapere come sto, perché il mio lavoro ha i suoi pericoli e non sono pochi. Rispondo, poi penso al resto.

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