Al quarto giorno, sul Tour de France, è calata la canicola. È la canicule, come si dice da queste parti, una cappa di calore e afa che piomba sulle strade e le soffoca: l’aria è immobile, non si muove una foglia e qualunque artificio per avvertire un refolo vento e rinfrescarsi è in realtà una beffa, perché il soffio c’è ma di aria calda, come un asciugacapelli puntato addosso. I segni della canicule restano sulle strade perché l’asfalto si screpola come pelle bruciata e le “toppe” che di volta in volta si vanno a mettere sono un segno del Tour, come le balle di fieno nei campi dorati, le libellule quando si va in campagna, le code interminabili per lasciare la sala stampa e certe periferie in cui ci si ritrova di sera a cercare un ristorante. A ben guardare, caratteristiche, anche, come certe fughe che vanno via nelle giornate in cui la fuga si annusa come l’aria dopo dopo la pioggia e sono talmente corpose che, a tratti, si confondono con il gruppo.

Da Carcassonne a Foix sono ben trentaquattro i fugaioli e fra loro c’è di tutto, compresi gran bei nomi: Marco Frigo, Kevin Vauquelin, Jasper Stuyven, Romain Gregoire, Quinn Simmons e Mads Pedersen. Sono fughe che si sgretolano lungo la strada ed il gruppo, piano piano, raccoglie i suoi fuggiaschi dispersi, naufraghi di terra. Però, quando è così, qualcuno, di solito i migliori, al traguardo arriva. Soprattutto se il gruppo ha già dato il proprio benestare e a Tadej Pogačar, tutto sommato, sta anche bene perdere la maglia gialla. È presto, Parigi è lontana, ed è meglio non sprecare energie, in particolare se, dal mattino, ci si risveglia con un brutto mal di testa e pare sia questo il caso del campione del mondo. La fuga va all’arrivo, stamani si sospettava, adesso si sa per certo.

Fa caldo e tutti ne parlano nel mondo della carovana, che è un piccolo mondo con problemi suoi che, forse proprio per questo, riesce a far dimenticare il resto. Deve essere per questo che parliamo sempre di festa del ciclismo, anche in maniera retorica. Deve essere per questo che si dice di continuo che al Giro od al Tour si torna bambini, anche questo con più o meno retorica, pur se è vero. I problemi della carovana sono i problemi della strada, del vivere tre settimane tra l’asfalto ed i campi, tra l’asfalto e le città, tra l’asfalto e le rotonde. Mica poco. Questa canicule, ad esempio. Si soffre con simili temperature in bicicletta: ghiaccio e acqua ed ancora acqua e ghiaccio. Sudore ed ancora acqua e ghiaccio. Non è facile. Poi, capita di leggere che, ieri, ultimo all’arrivo è stato Arvid De Kleijn, olandese della Tudor Pro Cycling. Si è salvato per un soffio dal tempo massimo, lui che era nello stesso gruppo di Arnaud De Lie, poi ritiratosi. All’epica del ciclismo, a cui ci inchiniamo, De Kleijn ha risposto che ha sofferto molto, certo, ma sono altre le sofferenze che l’hanno segnato, imparagonabili. A febbraio De Kleijn ha perso il padre, vedendolo ammalato, vedendolo e sentendolo soffrire. Nel frattempo anche lui è diventato papà e mentre si allenava si è sentito aggredito, insultato, apostrofato con il nome della malattia di cui aveva sofferto il padre. Poi, ieri, è arrivato ultimo: non solo il caldo, ma l’impossibilità di fare fatica come avrebbe voluto. In questa fornace, stamattina, De Kleijn è ripartito. A Foix di mancanze si era già parlato. Nel 2022, qui vinse Hugo Houle e, sul traguardo, con le dita al cielo, pensò al fratello Pierrick, ucciso da un automobilista ubriaco mentre si stava allenando, la vigilia di Natale del 2012.

La tappa va, la fuga arriva e Mads Pedersen vince sprigionando watt, potenza e classe cristallina. Pedersen che non ama la retorica, non il romanticismo applicato a tutti i costi. Pedersen che preferisce una verità ruvida a una bugia infiocchettata per fare bella figura e stare dalla parte giusta o dalla parte che si presume giusta. Pedersen per cui il ciclismo è solo un lavoro, così dice, ma un lavoro da fare bene. La maglia gialla, invece, se la prende Torstein Træen, il terzo norvegese in giallo in tutta la storia del Tour de France, dopo Hushovd e Kristoff. Proprio Thor Hushovd, suo manager alla Uno-X Mobility, era ad attenderlo emozionato al traguardo. Træen ha trent’anni e quattro anni fa, grazie ad un controllo antidoping, scoprì di avere un tumore ad un testicolo. Se tutto è andato per il meglio e oggi corre ancora, ma soprattutto sta bene, è grazie a quel controllo. Allora, forse, è la giornata giusta perché a vincere sia Pedersen. Allora forse è la giornata giusta per ricordarsi che, alla fine, anche il Tour de France è solo una corsa in bicicletta. Bellissima, ma pur sempre un evento. Un luogo, non solo fisico, anche un topos letterario, un ricordo, un profumo, in cui davvero è possibile tornare indietro nel tempo e sentirsi meglio. Oppure un lavoro. Una bolla in cui del resto ci si può quasi scordare. Anche al Tour, però, il resto c’è. Forse è un’ovvietà. Non è benaltrismo. Di Tour de France, di corridori e biciclette scriviamo ogni giorno. Ma non è nemmeno solo la canicule che pesa sugli occhi.

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